Convivenza more uxorio



La convivenza more uxorio è una coabitazione caratterizzata da legami affettivi fra i partners e da una stabile organizzazione comune: un aggregato di natura familiare che assicura lo sviluppo delle personalità individuali dei suoi componenti. La legge disciplina l'istituto del matrimonio, facendone derivare una serie di diritti ed obblighi in capo ai coniugi.

Al contrario, la legge non disciplina la relazione fra i conviventi: da ciò deriva che i legami di natura personale (fedeltà reciproca, assistenza morale ...) e patrimoniale (collaborazione materiale) fra i conviventi non sono vincolanti giuridicamente, ma rimessi alla spontanea osservanza dei componenti della coppia.

E pertanto la convivenza more uxorio in nessun caso può avere gli stessi effetti giuridici di un matrimonio ma, al contrario, ne costituisce l'antitesi: la decisione di convivere senza contrarre matrimonio è la libera scelta di coloro che non vogliono sottoporre alla disciplina dell'ordinamento giuridico i propri legami affettivi e materiali.

I limitati effetti che la legge riconosce alla convivenza come situazione di fatto in nessun caso possono essere assimilati ai diritti e agli obblighi, caratterizzati dalla reciprocità, che nascono dal matrimonio e che costituiscono lo status di coniuge.

Le prestazioni per l'assistenza materiale fra i conviventi (ad es. le spese sostenute per il menàge in comune), costituiscono l'adempimento spontaneo di doveri che sono tali non già per la legge, ma solo per l'etica e la morale di quel momento storico.

Tali prestazioni economiche, dunque, costituiscono l'adempimento di doveri morali o "obbligazioni naturali" (art. 2034 c.c.), obbligazioni che - al contrario di quelle giuridiche - non producono altro effetto oltre a quello della c.d. "soluti retentio", cioè l'impossibilità di ottenere la restituzione di quanto si è spontaneamente pagato.

Non sono inoltre in alcun modo applicabili alla convivenza le norme sulla comunione fra i coniugi e, pertanto, gli acquisti effettuati durante la convivenza entrano nel patrimonio di colui che li ha effettuati, restando rigidamente separati i patrimoni dei due componenti della coppia.

Così come l'ordinamento omette di disciplinare i rapporti della coppia nella fase della convivenza, poi, omette anche di fornire una disciplina della fase "patologica" del fenomeno, costituito dalla separazione dei conviventi, dalla rottura dell'unione di fatto.

E pertanto l'ex convivente, anche se totalmente sprovvisto di mezzi economici e indipendentemente dalla durata della convivenza, non può vantare nei confronti dell'altro alcuna pretesa di ordine economico relativa al proprio mantenimento.

Ed ancora, in mancanza di disposizione testamentaria in favore del convivente, quest'ultimo non potrà vantare alcun diritto sul patrimonio ereditario dell'altro convivente, giacchè il partner more uxorio non ha la qualità di erede, indipendentemente dalla durata della convivenza.

Il profilo personale del rapporto di convivenza (Corte costituzionale, 13 maggio 1998, n.. 166) viene qualificato come giuridicamente irrilevante, sul presupposto che l'osservanza dei doveri di cui all'art. 143 del codice civile non possa che essere affidata, nell'unione di fatto, allo spontaneo adeguamento dei componenti del nucleo familiare: sembra infatti condivisibile l'assunto per cui i precetti sopra indicati, proprio in relazione alla loro stretta derivazione dall'impegno solenne che i coniugi assumono attraverso il matrimonio, non possano essere estesi a relazioni che proprio nell'assenza di tale impegno trovano la loro principale nota caratteristica.

Imporre a chi ha compiuto una scelta di libertà di adeguare i profili personali del rapporto a quel modello legale che si è inteso rifiutare, sarebbe una forma di violenza che l'ordinamento non può compiere in maniera indiscriminata.

Accordo di convivenza