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Approfondimenti
Le prime avventure oltre il San Gottardo
Gli uomini della Svizzera primitiva, gli Urani in particolare, dall'inizio del
Duecento avevano trovato nel passo del San Gottardo già pulsante di vita nella
pur breve estate una fonte importante di guadagni. Come someggiatori,
anzitutto, cioè occupandosi dei trasporti di mercanzie, per i quali ricavavano
dazi e pedaggi, in ispecie quella tassa di trasporto che aldilà del passo, in
Leventina, si chiamava "forletto" (Fuhrleite) e una tassa di
magazzinaggio e di custodia che chiamavano "Susten" (dall'italiano
"sosta"); è chiaro che l'intenso passaggio di persone e di merci
consentiva ai montanari anche un commercio spirituale: conoscevano il modo di
pensare d'altre genti, le vicende d'altri paesi, potevano allargare i loro
orizzonti. Il passo agevolava poi il trasporto del vigoroso bestiame alpino
verso i mercati di Bellinzona, di Lugano, di Varese e d'altre città lombarde,
dove la razza bruna dei bovini era apprezzata e pagata adeguatamente; i Paesi
forestali intensificarono così col tempo l'allevamento del bestiame,
trascurando l'agricoltura e importando dal Mezzogiorno il grano di cui avevano
bisogno.
Poi che la pastorizia richiede meno braccia della campicoltura, le
"braccia" in soprannumero, cioè la prole contadina disoccupata,
venivano esportate, tanto verso nord quanto verso le Signorie italiane e i loro
eserciti di ventura: il terzo guadagno del passo consisteva dunque nel servizio
mercenario. Furono queste circostanze economiche, accanto alla mancanza di
industrie nella Svizzera rurale e all'eccesso di popolazione, a sviluppare il
servizio mercenario. Esso era l'industria dei paesi poveri.
Si recassero nel Mezzogiorno quali
someggiatori o quali mercanti di bovini o quali mercenari o pellegrini, gli
Svizzeri non tardarono a far confronti e allora la loro terra rocciosa gli
apparve anche più avare: quanta fatica e quali rischi per raccogliere un po' di
magro fieno selvatico al margine degli alti boschi e per portarlo a spalla fino
alle stalle o in paese, lungo gli scoscesi sentieri dell'alpe, in confronto al
grasso raccolto della Brianza e della Pianura padana dove si poteva falciare
l'erba fino sei o sette volte in un anno e dove la vita sembrava tanto più
facile e benedetta. Quando i loro parroci parlavano in chiesa della Terra
promessa, molti tra gli alpigiani dovevano pensare ai paesaggi intravisti nei
rapidi viaggi verso la Lombardia, e chiedersi se le Alpi avrebbero sempre
impedito l'avventura del Mezzogiorno …
Durante l'età comunale, dopo la grande vittoria dei Milanesi contro il
Barbarossa, a Legnano, le terre a sud del San Gottardo erano state trascorse dal
vento della libertà; a Torre di Blenio, nel 1182, i vallerani di Blenio e
quelli di Leventina avevano firmato un patto solenne, contro la tirannide dei
balivi imperiali e per la reciproca assistenza; nel secolo seguente,
manifestazioni di libertà, di democrazia terriera si erano ripetute nelle valli
del Ticino, sino alla rivolta di Airolo e al giuramento di Biasca (1290-1292);
soffocata la rivolta leventinese, le Valli erano cadute sotto la Signoria dei
Visconti, cioè erano entrate a far parte di quella giurisdizione che più tardi
si chiamerà Ducato di Milano. Sarà il Duca di Milano, durante il Quattrocento,
a fortificare Bellinzona mediante i castelli, per farne una delle difese del
Ducato contro le alluvioni dei "nordici", come saranno gli Svizzeri -
una volta padroni delle terre a sud del passo - a vedere in Bellinzona la
chiave dei passi alpini, quindi l'estrema difesa della Confederazione.
Già nel Trecento gli Urani erano discesi in Leventina; scorribande che si
conclusero con ruberie e incendio di villaggi. I Leventinesi, che già
intrattenevano rapporti economici con gli Urani (si pensi al San Gottardo e ai
pascoli confinanti) conobbero in quelle occasioni la violenza guerriera dei
vicini. Non sorprende quindi che, sui primi del Quattrocento, si rivolgessero
agli Urani per protezione. Morto il duca Giovan Galeazzo Visconti (1402), il
Ducato era in preda a disordini, i Leventinesi volevano da Milano gli stessi
privilegi fiscali che il Ducato aveva accordato ai mercanti svizzeri, e da ciò
l'appello agli Urani. Questi ultimi, e con essi gli uomini dell'Obwalden, non
se lo fecero ripetere; scesi armati in Leventina, conclusero con i montanari
del sud un patto di alleanza nel quale i Leventinesi s'impegnavano a pagare ai
due Cantoni "protettori" le gabelle versate fino allora al Duca;
alleanza avrebbe dovuto essere, ma gli Urani l'intesero ben presto come
signoria verso il sud e, quindi, sicurezza sui due versanti del San Gottardo …
Lo stesso anno 1403, contingenti di tutti i Cantoni salvo Berna fecero un colpo
di mano sulla Val d'Ossola; la nuova conquista non rimase però a lungo in mano
degli Svizzeri. Si vede tuttavia da questi episodi la direttiva strategica ed economica
della giovane Confederazione che intendeva assicurarsi su tutto l'arco delle
Alpi i versanti meridionali delle montagne, poi che la montagna costituisce una
difesa soltanto se si posseggono i suoi due versanti.
Pochi anni dopo la discesa degli Urani in Leventina, i Cantoni primitivi riuscirono a comperare
Bellinzona dai conti de Sacco che v'eran discesi dalla Mesolcina, profittando
della giovane età e della debolezza del nuovo Duca di Milano.
Ma nel 1422 il Duca Filippo Maria
Visconti, cresciuto in età e deciso a far rispettare i suoi diritti, inviò
contro gli "usurpatori" della fortezza ducale un esercito possente,
comandato da uno dei condottieri più famosi del Rinascimento, il conte di
Carmagnola; la sanguinosa battaglia prese il nome da Arbedo, alle porte di
Bellinzona e fu per gli Svizzeri disastrosa, malgrado i loro prodigi di valore
(1422). Tutte le conquiste fatte a mezzogiorno venivano d'un tratto annullate,
gli Svizzeri dovettero ritirarsi nelle loro terre d'origine, temendo persino -
se si deve credere al "Libro bianco di Sarnen" - che il Duca
arrivasse al "ponte gocciolante e a Göschenen", cioè che avesse a
drizzare una fortezza nella Schöllenen … La disfatta d'Arbedo segnò una battuta
d'arresto nella politica verso sud; gli Zurigani, del resto, vi avevano preso
parte con scarso fervore e i Bernesi addirittura contro voglia; i primi avevano
altri interessi, i secondi guardavano verso la Borgogna.
Quando, poco più tardi, i Bernesi vennero invitati a partecipare a una spedizione nell'Ossola non
mancarono di notare nelle loro cronache cittadine che si sarebbe dovuto
guardarsi in avvenire "da simili penose e lunghe imprese". Di tutta
la politica lombarda, ai Confederati sconfitti non rimase che l'assicurazione
del Duca di qualche esenzione fiscale sino ai fossati di Milano. Poco, in
verità. Tuttavia, gli Urani non rimasero a lungo nei loro villaggi.
S'intendessero o meno con i Leventinesi, bastò la voce che alcuni mercanti
svizzeri erano stati maltrattati e derubati nel Ducato, per indurre gli Svizzeri
primitivi a ripassare il San Gottardo (1439) e a scendere lungo la Leventina
per attestarsi prudentemente a Pollegio, davanti a Biasca e alla confluenza del
Brenno nel Ticino.
Nel 1447 si spegne con Filippo Maria
la casa dei Visconti e, dopo il breve intermezzo della Repubblica Ambrosiana (a
difendere la quale accorsero anche truppe delle terre ticinesi), subentra la
signoria di Francesco Sforza che intrattiene con i Confederati rapporti
abbastanza amichevoli.
Ma già con i suoi successori le cose cambiano; i Leventinesi accumulano rimostranze su rimostranze a proposito di vessazioni da
parte del Ducato (essi vogliono, insomma, beneficiare di tutti i favori che
Milano ha accordato agli Svizzeri) e fanno appello ai Cantoni d'oltralpe per
avere protezione nelle controversie con il governo ducale; di più, gli Svizzeri
scoprono che il Duca di Milano ha parteggiato con Carlo il Temerario e lo ha
aiutato durante la guerra di Borgogna, e però - non appena finita la campagna
contro il Temerario - decidono la spedizione verso il Mezzogiorno.
Sul finire
del 1478, l'esercito in quel momento più brillante d'Europa, lo stesso che ha
distrutto le ambizioni del Duca di Borgogna, passa le Alpi e scende all'assedio
di Bellinzona; la "murata" è infranta, gli Svizzeri fanno scorrerie
da una parte e dall'altra del Ceneri, poi d'un tratto, ingloriosamente,
abbandonano tutto e si ritirano oltre il San Gottardo, preoccupati - si disse -
dell'inverno che sopraggiunge e dal pericolo di rimanere isolati dai loro paesi
(nel passaggio del San Gottardo, infatti, le valanghe colpirono la retroguardia
svizzera, facendo molte vittime). In Leventina, i capi confederati hanno
lasciato un presidio di poche centinaia di uomini, agli ordini del lucernese
Frischhans Theiling. Poco prima di natale, avanza da Milano l'esercito ducale,
si ferma a Bellinzona per il Natale poi, incalzato dagli ordini del cancelliere
milanese Cicco Simonetta e contro il parere dei capi militari che vorrebbero
attendere la primavera, muove verso il San Gottardo; l'ordine è di procedere
alla distruzione ed "eversione" della vallata ribelle, la Leventina,
che tanti fastidi dà di continuo al governo ducale. Il 28 dicembre tra Bodio e
Giornico avviene lo scontro dei ducali con il presidio svizzero e con i volontari
leventinesi comandati dal leggendario Francesco Stanga; i Milanesi vengono
ricacciati e molti di essi trovano la morte sul campo di battaglia o travolti
dalle acque del Brenno. Particolare di cristiana generosità: nel martirologio
della Chiesa di Quinto, dopo la notizia dell'avvenimento redatto il giorno
seguente la battaglia, si invoca la pace eterna di Dio tanto sulle poche decine
di morti leventinesi e svizzeri quanto sui nemici caduti in combattimento.
Il fatto d'arme di Giornico definì per
sempre le sorti della Leventina; il Ducato riconobbe agli Urani la proprietà
della valle, eccetto tutta una serie di rivendicazioni dei montanari e
s'impegnò a pagare un'indennità di guerra di venticinque mila fiorini. Ora, la
sicurezza militare della Lega era garantita anche nel centro delle Alpi, Uri
dominava sui due versanti. Non molti anni più tardi, la valle di Blenio veniva
ugualmente occupata da truppe dei cantoni primitivi. Gli Svizzeri erano oramai
giunti stabilmente alle porte di Bellinzona. Avrebbero esteso la loro avanzata
verso la Lombardia?
Furono i grandi eventi della politica
europea a deciderli.
Campagne di mercenari in Italia
Gli Svizzeri non erano i soli a
guardare cupidamente al "giardini dell'imperio"; il re di Francia,
pacificato il paese dopo la guerra dei Cent'anni contro l'Inghilterra e
consolidata l'unità nazionale grazie alla scomparsa del rivale Carlo il
Temerario, si preparava a discendere nella Penisola. Era re Carlo VIII°, brutto
e deforme di corpo, spirito fantastico che sognava grandi imprese memorabili
(tra l'altro, voleva mettersi alla testa di una lega dell'occidente per
cacciare i Turchi dall'Europa) e che era stato animato da un principe italiano,
Lodovico il Moro, a muovere verso l'Italia.
La Penisola aveva vissuto in modo
agitato e drammatico i primi cinquant'anni del Quattrocento, dilaniata sopra
tutto dalle guerre fra le tre potenze del nord: Firenze, Milano, Venezia; poco
dopo la metà del secolo, tuttavia, con la Pace di Lodi, aveva raggiunto
l'equilibrio e la tranquillità; furono quarant'anni di pace e di benessere,
durante i quali venne maturando e stupendamente dispiegandosi quella gloriosa
stagione dell'arte e del pensiero che si chiama Rinascimento; le corti delle
Signorie erano centri fervidi di cultura, le città s'arricchivano di continuo
grazie ai commerci, all'artigianato, alla navigazione; i più geniali artisti,
ospiti di Principi orgogliosi del loro mecenatismo, drizzavano monumenti e
templi, affrescavano pareti, dipingevano tele, progettavano grandi opere del
genio civile. Periodo di alta civiltà, di benessere economico, di eleganza e di
lusso: stagione solare dello spirito …
Ed ecco, d'un tratto, come l'addensarsi d'un temporale in pieno meriggio,
l'annuncio della discesa di Carlo VIII° che, aizzato dal Moro, muoveva alla
conquista del Regno di Napoli (1494), ponendo fine ai brillanti quarant'anni di
pace e dando inizio alle sciagure d'Italia; la sua, infatti, fu la prima di
tante funeste invasioni - Francesi, Svizzeri, Lanzi tedeschi, Spagnoli, … - che
rovinarono la Penisola e la portarono alla schiavitù.
A Milano c'era Lodovico il Moro, come
s'è detto. Quando, nel 1476, il Duca suo fratello era stato assassinato nella
Chiesa di Santo Stefano, il figlio del morto aveva raccolto l'eredità ducale;
ma si trattava di un fanciullo di sette anni, Gian Galeazzo, incapace di
regnare e quindi sotto la tutela della madre e del ministro Cicco Simonetta (lo
stesso che ordinò alle truppe milanesi la spedizione terminata drammaticamente
a Giornico). Lodovico, zio del giovane Duca, cominciò allora la scaltra opera
intesa a soppiantare l'erede legittimo del Ducato: ne allontanò la madre, fece
cadere in disgrazia e decapitare il Simonetta, divenne tutore di Gian Galeazzo
e, quindi, signore e despota del Milanese.
Tipico signore del Rinascimento, raffinato e scellerato a un tempo, amante del bello, dell'arte, protettore di artisti e
studiosi, ma anche capace di raggiri e perfidie com'erano nella pratica di
un'epoca in cui, accanto alle raffinatezze dell'arte e all'eleganza della vita
s'erano infiltrati negli spiriti lo scetticismo, l'immoralità, il gusto smodato
dei piaceri terreni, l'irreligiosità. La corte del Moro s'ispirava al modello
di quella di Lorenzo de' Medici, il Magnifico signore di Firenze; a Milano, il
Moro s'era fatto mandare da Lorenzo il grande Leonardo da Vinci ch'era divenuto
in breve la perla radiosa della corte lombarda; Leonardo aveva modellato il
cavallo del monumento al padre del Moro, Francesco Sforza, creatore della nuova
dinastia e mecenate di grandi opere pubbliche: il Canale della Martesana,
l'Ospedale maggiore, la ricostruzione del Castello visconteo.
Oltre al cavallo, considerato dagli scrittori dell'epoca la più imponente statua equestre di
tutti i tempi, il divino Leonardo aveva dipinto due stupende Madonne, affrescato
l'Ultima Cena nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, fatto alcuni memorabili
ritratti, abbellito l'interno del Castello e compiuto studi mirabili
d'ingegneria intorno a problemi d'idraulica e di urbanistica.
Dopo la discesa di Carlo VIII° che, occupata Napoli senza avere incontrato
resistenza, era tornato in Francia per morirvi, le vicende di Lodovico il Moro
volsero al peggio; come colpito da una serie di maledizioni, fu afflitto da
lutti familiari e da altre disgrazie che raggiunsero il culmine quando il nuovo
Re di Francia, Luigi XII°, accampando certi diritti ereditari (*) da parte della
nonna (ch'era una Visconti, Valentina, figlia di Gian Galezzo Visconti, duca di Milano,
e sposa di Luigi di Orléans) fece sapere di scendere in Italia per
riprendere Napoli, ma anche per occupare la Lombardia. Era il 1499;
l'imperatore Massimiliano, impegnato nella guerra di Svevia contro gli
Svizzeri, non poté dare aiuti al Moro, del quale era cognato. Il Re di Francia
aveva seimila mercenari svizzeri, entrò in Milano senza quasi trovare
resistenza, e naturalmente fece occupare da guarnigioni francesi tutti i
castelli del Ducato, compresi quelli di Bellinzona. Il Moro era fuggito. Il
famoso cavallo di Leonardo servì da bersaglio alle frecce dei Guasconi e venne
irrimediabilmente rovinato.
(*) dal momento che il duca di Milano Filippo Maria Visconti muore il 13 agosto 1447 senza lasciare eredi, i re di Francia discendenti da una Visconti si consideravano legittimi eredi, e consideravano gli Sforza come usurpatori.
S'è accennato alle migliaia di
mercenari svizzeri. E' un capitolo drammatico e fosco della storia, per
comprendere il quale bisogna riflettere su due nuove circostanze della vita
d'allora, la corruzione dei costumi e le così dette "pensioni" dei Re
stranieri. La facilità dei guadagni e le idee pagane dei nuovi tempi, così come
l'esempio che veniva dalle corti europee, avevano mutato l'animo dei
Confederati; coscienza religiosa e fedeltà alla parola erano scadute nei cuori,
contese e delitti s'accumulavano, la smania del lusso e dei piaceri aveva preso
le stesse classi popolari, l'immenso bottino di Borgogna - stimolo di
corruzione e d'intrighi - aveva creato nuove, improvvise ricchezze, persino i
contadini scambiavano i ruvidi panni con il velluto, e in tutto il paese si
diffondeva la bramosia dei facili guadagni mediante l'avventura della guerra,
perdendosi in egual tempo il senso dell'onesta fatica sulla terra avita o nelle
officine.
La corsa al servizio mercenario veniva poi incoraggiata dagli agenti
e arruolatori dei Re stranieri, che distribuivano denaro e "pensioni",
cioè regali in monete d'oro e d'argento, e che aizzavano di continuo la
cupidigia. C'erano pensioni che andavano nelle casse della Stato (città o
Cantone montanaro che fosse) e che corrispondevano a precisi impegni militari,
le "capitolazioni"; c'erano però anche pensioni che affluivano
segretamente nelle tasche dei capi influenti, dei comandanti militari, degli
uomini politici, dei consiglieri; così i condottieri di milizie e i magistrati
dei Cantoni promettevano soldati, li reclutavano, li inviavano sui campi di
battaglia dell'Europa; siffatta corruzione doveva rivelarsi ben presto fatale
per la Svizzera.
Incitato da Massimiliano, anche il Moro si diede a cercare mercenari; la guerra
di Svevia terminata, gli fu facile trovarne nella Svizzera orientale, tra i
Grigionesi, e nel Vallese dove il vescovo Matteo Schiner - che odiava i
Francesi ed era per l'impero - gli fornì migliaia di uomini. Grazie alle nuove
truppe del Moro, il Re di Francia perdette Milano; bastarono, come
pittorescamente dice il Machiavelli "le forze proprie di Lodovico",
cioè "uno duca Lodovico che romoreggiasse in su i confini", per
sloggiare gli occupanti francesi. Ma anche Luigi aveva denaro a mucchi, si
procurò nuove schiere di mercenari, ridiscese in Italia e riuscì ad accerchiare
il Moro dentro la città di Novara. Fuori e dentro Novara stavano dunque soldati
svizzeri: assedianti e assediati. La Dieta, informata della situazione, mandò
esortazioni, ordini di ritornare in patria, di evitare la lotta fratricida.
Finalmente, i mercenari delle due parti s'intesero: quelli di Re Luigi
avrebbero lasciato uscire da Novara i soldati del Moro senza molestarli. Ma tra
le colonne che sfilavano s'inserì Lodovico, travestito da svizzero, e un
ufficiale dell'altra parte lo riconobbe e lo additò ai Francesi; il Moro fu
catturato e portato a finire la vita prigioniero in Francia; il
"tradimento di Novara" gettò un'ombra funesta sugli Svizzeri, anche
se il traditore, richiamato dal suo governo, venne processato e giustiziato
sulla piazza di Altdorf.
Nel frattempo, che cosa avveniva a
Bellinzona? La borgata dei Tre castelli, detti originariamente di San Michele,
di Montebello e di Sasso Corbaro, era rimasta fedele al suo Duca, quindi aveva
accolto i Francesi quali nemici; a un certo punto, anzi, era insorta contro il
nuovo presidio mettendolo in fuga. Al momento di Novara, tuttavia, sentendosi
senza più protezione ed esposta anzi a rappresaglie nel caso che i Francesi
fossero tornati, essa richiese l'aiuto degli Svizzeri e stipulò con i Tre
Cantoni primitivi il cosiddetto atto di "dedizione volontaria"; con
esso, si affidava a Uri, Svitto e Unterwalden - che allora diedero il loro nome
ai castelli - come a protettori e alleati; per ricordo durevole del nuovo
destino della Turrita, i Tre Cantoni fecero coniare un grosso d'argento nella
zecca di Bellinzona, con data del 1505 e il motto orgoglioso attribuito a
Bellinzonesi e Confederati: "In libertate sumus". La dedizione di
Bellinzona avvenne nell'aprile del 1500; la data incisa sulla moneta rammenta
la pace di Arona (1505) tra il Re di Francia e gli Svizzeri, nella quale la
Turrita veniva riconosciuta agli Svizzeri.
Così, dopo poco più di cent'anni di politica gottardista, tutto il corso
superiore del Ticino, fino alle porte di Locarno, era in potere di quei
Confederati che avevano fondato la Svizzera.
Nella tarda estate di quello stesso 1505, la Dieta calcolò che le perdite dei
mercenari sommassero negli ultimi anni a oltre trentamila uomini; il vescovo di
Sion denunciò gli abusi di quei soldati di ventura e i mali che ne venivano al
paese, primo fra tutti la scomparsa del senso della disciplina e dell'onore.
Quanti lutti si sarebbero potuti evitare, avessero avuto i capi un bricciolo di
saggezza politica e di moderazione! Con un "proclama circa le pensioni"
la Dieta ordinò che nessuno nella Confederazione potesse concludere accordi con
l'estero senza il consenso della maggioranza degli Stati svizzeri; in egual
tempo, venne proibito ai singoli di accettare regali dall'estero. L'accordo
sarebbe dovuto essere rinnovato e giurato ogni anno, e se un Cantone si fosse
rifiutato sarebbe stato tenuto "in attesa fuor della porta", cioè
escluso dalla Dieta. Belle parole … Ma ormai più nulla, di fronte alle nuove
generazioni ch'erano state corrotte dall'esempio degli anziani, più nulla
poteva trattenere la corsa all'arruolamento. Già pochi mesi dopo la sua
pubblicazione, il "proclama sulle pensioni" era dimenticato; con
amarezza notava uno scriba glaronese che, benché inserito nelle leggi della
Confederazione, non "era mai contato gran che …".
Nuove potenze intanto entravano nel
gioco politico che aveva per posta la Penisola. Il Regno di Spagna anzitutto,
che dieci anni prima aveva cacciato gli Arabi e s'era rafforzato in unità
nazionale, e che - con la scoperta dell'America compiuta da Cristoforo Colombo
per suo conto - stava divenendo una potenza di prim'ordine, padrona di terre e
di oceani, beneficiaria di nuove, immense ricchezze. Dall'Adriatico, attraverso
i suoi domini di terraferma tornava ad affacciarsi sull'Italia la politica di
Venezia, accorta politica sorretta dalla forza d'importanti eserciti. Negli
Stati del Papa grandeggiava la figura del nuovo Pontefice Giulio II° della
Rovere, temperamento intrepido di uomo politico e di guerriero, e protettore a
un tempo dei più geniali artisti dell'epoca; basti pensare che nei primi anni
del Cinquecento lavoravano contemporaneamente per lui Bramante, Raffaello e
Michelangelo … Fu Giulio a circondarsi della "Guardia svizzera" e a
concedere agli Svizzeri ogni sorta di favori e di onori, per averli ligi alla
sua politica. Dal Trentino si avvertivano le ambizioni e i preparativi di
Massimiliano; l'imperatore asburgico doveva riscattarsi dall'onta di aver
abbandonato al suo triste destino Lodovico Sforza; si sentiva in dovere d'assistere
i due giovani figli del Moro rimettendoli nella città dei loro padri;
incoraggiato dai parenti vicini e lontani pensava di ridare credito alla sua
corona mediante un viaggio sino a Roma e l'incoronazione in San Pietro, quale
titolare dell'Impero romano e germanico (dovette, purtroppo, rinunciare al
viaggio solenne e contentarsi di un'incoronazione fatta a Trento, e nemmeno per
opera del Papa, ma soltanto di un suo Legato …).
Massimiliano cominciò dunque
con una clamorosa assise imperiale a Costanza; nella città di confine anche gli
Svizzeri vennero invitati e si lasciarono facilmente strappare la promessa di
seimila mercenari che accompagnassero l'Imperatore sino alla Città eterna. Il
Re di Francia, allora, smanioso d'impedire il nuovo orientamento asburgico dei
Cantoni, mise in opera tutte le arti delle lusinghe diplomatiche e del denaro;
il cronista bernese Anshelm, in buona posizione per osservare il gioco dei
Francesi, scrisse che il Re gettò oro a piene mani e in tutte le direzioni:
"A uomini, donne, ragazzi, servitori, vivandiere, prostitute, per le
strade e nei vicoli, nelle città e nei villaggi, nei bagni pubblici e nelle
osterie, in occasione dei riti in chiesa e dei settimanali mercati in piazza,
dalle bettole fin su alle sedi delle corporazioni …, dovunque potesse arrivare
l'ambasciatore della Francia".
Giulio II° non pensò neppure un istante di riconoscere all'Imperatore il
dominio dell'Italia. Più che i progetti di Massimiliano, lo interessava il modo
di cacciare gli stranieri dalla Penisola; stranieri e però barbari erano tutti,
Francesi, Tedeschi, Spagnoli. "Fuori i barbari!" fu il suo grido,
caratteristico anch'esso del Rinascimento: un rinascimento politico che
completasse quello della cultura. La potenza guerriera degli Svizzeri dovette
sembrargli il mezzo migliore all'impresa, e l'uomo migliore il vescovo di Sion,
Matteo Schiner. Figlio di poverissima gente, ex pastore di capre, lo Schiner
aveva studiato nel Seminario di Como e ricevuto gli ordini e la consacrazione
episcopale a Roma. Mentre la maggior parte dei capi svizzeri, senza idee
chiare, pencolavano tra Francia e Impero, egli sapeva esattamente la sua linea
politica; era, come già detto, antifrancese, in quanto la Francia - venisse da
sud o da nord - poteva essere un pericolo per la sua Valle del Rodano e per la
personale sua posizione di Principe e di Vescovo.
Come spesso i capi usciti dall'umile plebe, era orgogliosissimo, ma egualmente austero e incorruttibile;
al popolo e al clero offrì sempre l'esempio d'una vita severa, senza alcun
lusso, dominata da uno spirito che si conservò uguale nella capanna del pastore
e nel palazzo del Principe-vescovo; se profuse denaro e comprò soldati, lo fece
perché conosceva quella che egli stesso definì "la malattia nazionale
degli Svizzeri", ma in pari tempo denunciò e combatté con la sua fiera
eloquenza ogni compromesso politico determinato dall'oro e dai donativi degli
stranieri. Animato e addirittura ossessionato dall'idea della preminenza di
papato e Impero (si è tentati di dire "idea dantesca"), fu il
migliore avvocato di Papa Giulio, al quale del resto per carattere somigliava.
Fina dal suo primo incontro con Giulio
II°, lo Schiner tornò ai suoi monti quale Nunzio del Pontefice; un anno e mezzo
più tardi, ricevette la porpora di Cardinale, anche per il merito di aver
saputo concludere un'alleanza politica tra il Papa e gli Svizzeri.
Ora, il Papa poteva avviare l'impresa della liberazione: "cacciare i
barbari servendosi di altri barbari". Per prima cosa, creò la "Lega
santa" (1511) nella quale entrarono la Spagna, Venezia, l'Inghilterra,
l'Impero, e alla quale i Cantoni svizzeri avevano assicurato un contributo
militare di seimila soldati.
Essi costituivano del resto il solo elemento
guerresco di qualche peso, ché gli eserciti della Lega santa erano stati
duramente sconfitti a Ravenna (1512) dal giovane condottiero dei Francesi,
Gastone di Foix; un brutale rovescio militare per il papa che, chiuso in Castel
Santangelo, temette di veder comparire d'un tratto i nemici sotto le mura di
Roma.
Ma i Francesi non seppero sfruttare la vittoria, e il loro giovane
capitano venne anzi circondato dagli Spagnoli, che inseguiva, e ucciso.
Intanto, per i passi delle Alpi, accorrevano messaggeri verso i cantoni a
sollecitare aiuti; non si trattava più di "capitolazioni" cioè di
mercenari; si trattava di "proteggere la santa Chiesa", questa era la
nuova parola d'ordine, contro il Re di Francia; un impegno politico, dunque,
che toccava gli Svizzeri come per cosa propria.
La loro ostilità alla Francia era del resto cresciuta per un malaugurato incidente: alcuni messi dei paesi di
Svitto, di Berna e di Friburgo, malgrado tenessero bene in mostra gli stemmi
cantonali, erano stati catturati dai Francesi a Lugano e annegati senza
misericordia.
Sullo scorcio del 1511 si
registreranno discese di eserciti in Italia, ritornati senza aver combattuto
oppure richiamati dalla Dieta federale.
Fu nell'aprile del 1512, all'incirca
durante le giornate di Ravenna, che la Dieta decise la grande spedizione in
Lombardia.
L'impresa di Pavia, 1512
Prima della grande spedizione di
Pavia, i Confederati avevano iniziato due campagne che riuscirono disgraziate e
vergognose; basterà farne qui un rapido cenno.
Nell'alleanza conclusa tra gli
Svizzeri e la Santa Sede, auspice il vescovo di Sion, i primi s'erano impegnati
a fornire seimila uomini a Giulio II°, onde combattere i nemici della Chiesa,
identificati in quel momento nei Veneziani.
Nel 1510 si ebbe la rottura aperta
tra il Pontefice e il Re di Francia, mentre Venezia veniva guadagnata alla
causa di Roma, e quando l'attacco generale contro i Francesi fu pronto, lo
Schiner domandò i seimila soldati previsti dalla capitolazione.
Cominciò allora
in ogni Cantone il più intenso lavorio diplomatico, svolto dal Re di Francia e
dall'Imperatore, ma in modo particolare dal primo e con straordinaria abilità;
fu una strategia di corruzione e di esaurimento, cui corrispondeva
l'impreparazione militare e finanziaria del partito papale, che ebbe come prima
conseguenza di ritardare di due mesi l'arrivo degli Svizzeri sui campi di
Lombardia.
Lo svolgimento della guerra nell'alta Italia riuscì pertanto
vantaggioso a Luigi XII° che stava rioccupando la Lombardia, e gli Svizzeri
presero la via del ritorno (settembre 1510); questa infelice spedizione si
chiamò "di Chiasso".
Da ciò, sdegno del Papa, irritazione della Dieta
contro Giulio II°, risentimento di tutti contro lo Schiner, rivolta della
"decànie" superiori del Vallese, ribelli al loro Principe-vescovo, e
fuga dello Schiner a Roma, dove gli riuscì di calmare il Pontefice, ottenendo
il cappello cardinalizio e l'incarico di nuove trattative con gli Svizzeri.
Il Re di Francia soffiava nel fuoco, ché l'alleanza con gli Svizzeri avrebbe
potuto consentirgli la conquista dell'intera Europa; dice con la consueta sua
intuizione il Guicciardini: "… Ma niuna cosa più premeva al Re di Francia
che il desiderio di riconciliarsi gli Svizzeri, conoscendo da questo dipendere
la vittoria certissima, per l'autorità grandissima che aveva allora quella
nazione, per il terrore delle loro armi, e perché pareva che avessino
cominciato a reggersi non più come soldati mercenari né come pastori, ma
vigilando, come in repubblica bene ordinata, e come uomini uniti
nell'amministrazione degli Stati …" ("Storia d'Italia", vol.
III, libro VII). Le trattative di Luigi fallirono tuttavia un'altra volta e ciò
sopra tutto per l'irriducibile opposizione dei Cantoni primitivi.
Questa
opposizione si andava estendendo anche ai Confederati del nord e
dell'occidente, con una sorda irritazione del popolo verso ciò che fosse
francese e lombardo, e crebbe in modo inaspettato quando si seppe
dell'uccisione, avvenuta per opera della guarnigione francese di Lugano, dei
messaggeri di Friburgo, Berna e Svitto.
Così, verso la metà del 1511, la
Confederazione fu di nuovo in guerra contro la Francia.
Si tratta della
"fredda campagna invernale" - novembre e dicembre - che culminò in un
disastro.
I Francesi usarono con astuzia la loro strategia di spossamento,
attirarono gli Svizzeri nella pianura per rifugiarsi poi nelle piazzeforti; gli
alleati papali e veneziani non si lasciarono vedere; i viveri cominciarono a
mancare, e allora i Confederati si abbandonarono a rapine, incendi e violenze
d'ogni sorta; finalmente, fu la ritirata disordinata e furibonda.
Ora, tornava alla ribalta Matteo
Schiner; malgrado la vittoria di Gastone de Foix, il lunedì di pasqua del 1512,
gli Svizzeri rafforzarono l'alleanza col Papa.
Per la prima volta, in molti
anni, in tutto il territorio della Confederazione ci fu unità di propositi, dal
governo delle Città ai montanari delle più remote vallate, in ogni ambiente e
in ogni classe; se ne trova un'eco in una missiva del cappellano glaronese
Ulrico Zwingli: "I Confederati ritengono che non è lecito a ogni tiranno
furioso di assalire impunemente la Madre comune dei cristiani.
Essi … intendono
ristabilire per il meglio le cose della Chiesa e dell'Italia".
Diciottomila soldati furono arruolati in breve tempo, dai passi dei Grigioni
condotti in Italia e concentrati a Verona, consenziente la Repubblica di
Venezia che s'era alleata agli Svizzeri.
Da Verona partì dunque la spedizione
di Pavia che in poco più di tre settimane spazzò via i Francesi dall'Italia.
Mai s'era visto un più grande esercito di Svizzeri, né mai tanto animoso e
concorde; protetto alle spalle dai Veneziani, si spinse deciso verso occidente;
dove, come sull'Adda, mancavano i ponti, i soldati si gettarono a nuoto
reggendo sul capo l'alabarda e cacciando i nemici che tentavano d'impedire la
formazione di teste di ponte.
In tutte le contrade di Lombardia risuonò il
grido di gioia della liberazione: "Giulio! Gli Svizzeri son
vincitori!".
Ulrico Zwingli scriveva esultando: "Grazie agli
Svizzeri, tutta l'Italia, le coste liguri e la Lombardia sono ora libere";
Niccolò Machiavelli, che stava in quel momento componendo "Il
Principe", definiva gli Svizzeri "armatissimi e liberissimi";
letterati di Lombardia scrivevano: "Nelle come nelle borgate e nei
villaggi echeggiano le trombe, squillano le campane".
Dotti, religiosi e
predicatori esclamano dai pulpiti: "Voi siete il popolo di Dio, voi avete
umiliato i nemici della sposa di Cristo!"; il Papa saluta i Confederati
quali "Difensori della libertà della Chiesa" e manda loro quelle
preziose bandiere che ancora oggi si possono ammirare nei musei della patria;
al barone Ulrico di Hohensax, che quale pupillo di Hans Waldmann era anche
borghese di Zurigo, inviò in dono una preziosa spada gemmata.
E qualcuno comincia a pensare che l'unica salvezza dell'Italia contro i Tedeschi, gli Spagnoli, i Francesi sia l'unione con gli Svizzeri.
Tre anni di potenza
Tutto l'arco alpino, dal Monte Bianco
allo Stelvio, era controllato dagli Svizzeri; le sorti del Ducato stavano nelle
mani dei Cantoni.
Questa volta, essi non si contentarono di lodi e di donativi,
ma cominciarono a occupare le terre che più gli interessavano; così Locarno
(sulla bocca degli Svizzeri, (Luggarus) e Lugano (Lauis), Mendrisio (Mendris) e
la Valle Maggia (Meiental), l'Ossola (Thum) da una parte, e Bormio, la
Valtellina e Chiavenna (Klaven) dall'altra divennero proprietà degli Svizzeri.
A occidente, Berna, Friburgo e Soletta si spinsero su Neuchatel che era nelle
mani di un Principe francese, Soletta s'impadronì della valle della Birsa,
Berna fece preparativi per invadere addirittura la Borgogna.
Alla Dieta di baden, sul finire dell'estate, affluirono i rappresentanti di
tutte le potenze dell'Europa, a gara nel conquistarsi il favore e l'alleanza
degli Svizzeri: Papa, Imperatore, Re di Spagna, Doge di Venezia, Duchi di
Milano, di Savoia, della Lorena e altri signori erano rappresentati sulle rive
della Limmat da schiere fastose di ambasciatori e di cortigiani; la Lega dei
montanari non era forse divenuta una terribile potenza? Chi poteva impedirle di
assumere ora una parte di prim'ordine nel determinare l'assetto dell'Europa?
"Non esisteva potenza straniera che potesse rovesciarla o
distruggerla", così commentava il cronista bernese Anshelm.
Il ricordo del tradimento fatto al Moro dodici anni avanti da uno Svizzero
turbava ancora le coscienze dei capi; anche per doverosa riparazione, la Dieta
decise di consegnare Milano al giovane Massimiliano Sforza, che sarebbe dovuto
diventare un docile strumento della politica gottardista degli Svizzeri e che,
per parte sua, s'impegnava di meritare la protezione elvetica mediante un dono
di centocinquanta mila ducati e un contributo annuo di altri 40 mila; il Ducato
di Milano diveniva pertanto un "protettorato" degli Svizzeri. A
Milano, il 29 dicembre del 1512, i delegati della Dieta consegnarono
solennemente le chiavi della città al figlio del Moro, mentre il Landammano di
Zugo, Giovanni Schwarzmurer, leggeva un ornato discorso in latino e in
"lombardo". Da parte sua, il Duca nominava il cardinale Schiner
marchese di Vigevano e il Papa lo faceva vescovo di Novara; così il condottiero
vallesano assumeva un'importanza politica decisiva nelle faccende dell'alta
Italia; il suo successo fu turbato soltanto - fra tanti onori - dalla morte del
grande amico, Giulio II°, al quale succedette un Medici, il cardinale e
umanista Giovanni che prese il nome di Leone X.
Ma c'era qualcuno che non considerava
chiusa la partita in Lombardia: Re Luigi di Francia.
Nei primi mesi del 1513, che i passi alpini coperti di neve trattenevano ancora
gli Svizzeri nelle loro contrade, era riuscito al Re di far passare un esercito
nella Penisola e di riprendere parte della Lombardia. Gli era anche riuscito di
staccare Venezia dalla Lega santa e di farsela un'altra volta alleata.
Comandavano l'esercito francese, forte di ventidue mila uomini, i marescialli
Trivulzio e La Trémouille che sorpresero lo Sforza e lo chiusero dentro Novara
con i suoi quattromila mercenari.
Novara, un'altra volta. La
"seconda" Novara. Ma questa volta aureolata di gloria militare. Tra
le schiere del Re di Francia, numerosa e gagliarda quella dei mercenari
tedeschi, i famosi lanzichenecchi, ché il Re aveva cominciato ad assoldare
lanzi in Germania e questo era un motivo, oltre il rifiuto d'accrescere le
paghe, di acerbo rancore da parte degli Svizzeri i quali vedevano arrivare
concorrenti nella milizia venale e nella fama bellica a cui tenevano non meno
che al denaro. Le truppe del Re avevano dunque dato un primo assalto e infranto
le mura in un punto con le loro artiglierie, aprendovi una gran breccia che gli
Svizzeri sprezzantemente non avevano neppure riparato, limitandosi a tendere
dei teli per nascondere i loro movimenti; gli assedianti non avevano però osato
l'assalto, anzi s'erano ritirati e accampati all'Ariotta, un cascinale a
qualche chilometro dalla città.
Sapevano che una parte dei mercenari elvetici, chiamati dal Duca Massimiliano e da Papa Leone, erano chiusi in Novara, che
un'altra parte stava sopraggiungendo a gran marce, dal Grimsel e dal Sempione,
e non volevano essere presi tra due fuochi. Con gli assediati, poco più di
quattromila uomini, era quel Giacomo Mottino, capitano di Uri ma d'origine
leventinese, del quale la tradizione accolta da alcuni storici del tempo e
letterariamente ampliata dal Guicciardini fece l'eroe della giornata. Racconta
lo storico fiorentino che il Mottino, dopo aver esortato i suoi uomini con
feroce e ardentissimo spirito) il Giovio attribuisce invece l'appello a un
"mastro Graf" di Zurigo), senza attendere nemmeno il primo chiarore
dell'alba guidò la sortita degli Svizzeri e la sorpresa contro il campo
francese.
A gran passi, malgrado il fulminare delle artiglierie nemiche, i
fanti svizzeri avanzarono verso l'Ariotta, incuranti dei vuoti aperti nelle
loro file dal fuoco francese, poi si azzuffarono con i lanzi tedeschi -
tremendo combattimento, dunque, tra tedeschi di Germania e tedeschi di Svizzera
- dei quali fecero strage; la cavalleria francese, ritardata dal terreno
acquitrinoso, non poté efficacemente intervenire. Dopo sei ore, i Francesi
erano sbaragliati e messi in fuga fino alla Alpi, fuga resa più tragica dalla
ferocia dei contadini che si appostavano sulle strade, per uccidere e spogliare
i dispersi. Francesco Guicciardini, nell'undicesimo libro della sua
"Storia d'Italia", commenta con ammirato stupore: "Non fece mai
la nazione de' Svizzeri né la più superba né la più feroce deliberazione. Pochi
contro a molti, senza cavalli e senza artiglierie, e contro ad un esercito
potentissimo di queste cose, non indotti da alcuna necessità … elessero
spontaneamente di tentare piuttosto quella via nella quale la sicurtà fosse
minore ma la speranza della gloria maggiore, che quella nella quale dalla
sicurtà maggiore resultasse gloria minore".
Il 6 giugno 1513, a Novara, il Re
perdette circa settemila uomini, fra cui la quasi totalità dei lanzi, ma anche
gli Svizzeri lamentarono le più gravi perdite di tutte le battaglie combattute
fino allora - oltre duemila soldati -, tra esse quella del Mottino, trafitto
"mentre combatteva, nella gola da una picca". L'Italia era di nuovo
liberata dai Francesi, il Duca Massimiliano tornava a Milano rinnovando ai
Confederati le più commosse attestazioni di amicizia (!Quanto mi avete conservato,
anzi reso col vostro valore e con il vostro sangue, deve ormai appartenere a
voi come me stesso"), i Bernesi annunciavano che "con l'aiuto di Dio
potremmo ormai percorrere la Francia in tutti i sensi", nelle corti
d'Italia e in ispecie a Roma la retorica degli umanisti innalzava lodi ai
vincitori, facendo confronti - in favore degli Svizzeri - tra l'episodio di
Novara e le più famose battaglie dell'antichità, la Lega santa riprendeva
vigore, malgrado l'indecisione e l'ambiguità di Leone X che, uomo di cultura e
di arte, non aveva certamente l'istinto politico e la fierezza del suo
predecessore.
In quelle settimane di generale euforia, soltanto l'ambasciatore
fiorentino Francesco Vettori vedeva con qualche chiarezza davanti a sé; pur
ammirando grandemente il valore degli Svizzeri e la loro fedeltà, anche se
mercenari, riteneva ch'essi fossero incapaci di dare ordine e di amministrare
un grande popolo (l'italiano) e ciò per lo stesso frazionamento e il
particolarismo delle loro minuscole Repubbliche. L'infelice Massimiliano non
poteva in quel momento supporre che, soltanto due anni più tardi, la fortuna
gli avrebbe voltato le spalle, e che egli si sarebbe rassegnato ad andare a
vivere a Parigi con una pensione del Re Francesco I°, sentendosi finalmente e malinconicamente
"libero dalla tirannide degli Svizzeri, dalle frodi degli Spagnoli, dalle
vessazioni dell'Imperatore".
L'esaltazione del successo di Novara
si propagò alla Confederazione, nel suo interno; nuove spedizioni vennero
progettate e messe in moto. Disgraziatamente, molti vecchi Capitani del Re di
Francia e agenti insidiosi erano riusciti e riuscivano tuttavia a condurre
sotto le bandiere francesi nuovi mercenari, sedotti e comprati, così che ancora
una volta venivano a trovarsi di fronte, in avversi campi, i figli della stessa
terra. L'autorità tardò a reagire; il risultato cocente fu una serie funesta di
rivolte delle campagne contro la doppiezza e gl'intrighi dei governi cittadini,
con episodi clamorosi di processi popolari e di esecuzioni sommarie. Berna,
Lucerna, Soletta vennero percorse ripetutamente dal furore delle plebi.
Finalmente, nell'autunno del 1513,
guidate dai Bernesi le schiere confederate invasero la Borgogna per quella che
si rammenta quale Guerra di Digione; la città, sotto le cui mura gl'invasori
erano rapidamente arrivati, non poteva difendersi e allora il La Trémouille,
governatore della Borgogna, giocò di astuzia avviando di sua propria autorità
trattative di pace; le basi di esse consistevano nel riconoscimento del
protettorato svizzero su Milano, Cremona e Asti, in una più rigorosa
regolamentazione degli arruolamenti futuri in favore della Francia e nel
pagamento di un'indennità di quattrocento mila corone da parte del Re. I
Confederati commisero l'errore di accettare e di ritirarsi senza garanzie
effettive che gli accordi con il governatore sarebbero stati rispettati;
infatti, il Re non li accettò, dichiarando "estorto" il trattato di
Digione. Agli Svizzeri delusi non restò quindi che continuare la guerra, mentre
il popolo accusava sempre meno velatamente i capi militari di essersi lasciati
comperare dall'oro del La Trémouille.
La ritirata dalla Borgogna fu
precipitosa, accompagnata da episodi gravissimi di indisciplina e - in ragione
della prosperità della celebrata zona vinicola - punteggiata da infami
saccheggi. La rapidità della ritirata permise tuttavia in qualche modo ai
Confederati di salvare la faccia.
La battaglia di Marignano, 13/14
settembre 1515
Avessero insistito nell'assedio di
Digione, i Confederati non sarebbero stati giocati da Luigi XII° che, in quel
momento, si trovava davvero in un vicolo cieco: la Francia invasa da due parti,
dagli Svizzeri e dagli Inglesi, l'esercito disorientato, i capi militari
discordi … Quando, tuttavia, entrambi gl'invasori si furono ritirati, il Re
riprese a carezzare quel che fu il sogno di tutta la sua vita: l'annessione
della Lombardia. Ma i suoi rinnovati preparativi vennero troncati dalla morte,
il Capodanno del 1515. Gli succedette sul trono il ventenne Francesco I°, colui
che sarebbe stato il grande, brillante, glorioso Re di Leonardo da Vinci (che
onorò e ospitò in Francia negli ultimi anni di vita del prodigioso artista) e
ad un tempo l'infelice protagonista del duello tra Francia e Spagna, impegnate
entrambe nella conquista dell'Italia. Francesco riuscì anzitutto ad attirare
Venezia dalla sua parte, per modo di poter prendere la Lombardia in una
tenaglia. La defezione della Serenissima dalla Lega santa incitò il cardinale
Schiner a raddoppiare gli sforzi per consolidare l'alleanza che comprendeva,
ora, gli Svizzeri, l'Imperatore, il Duca di Milano, la Spagna e il Pontefice.
A Lione venne concentrata la forza
francese; si trattava del più bell'esercito che fosse mai stato messo su piede
di guerra: cinquantacinque mila uomini, dei quali quindici mila a cavallo,
settanta pezzi di artiglieria pesante e trecento cannoncini trasportabili a
dorso di mulo; con stupore si poteva poi notare che l'Imperatore, malgrado
l'alleanza con il papa, aveva consentito alla Francia di assoldare mercenari
sulle sue terre, circa seimila lanzi chiamati "Bande nere" dal colore
delle armature e delle bandiere. Quale direzione avrebbe preso il formidabile
esercito? Il Giura, con la conseguente invasione della Confederazione? La
pianura del Po? Se lo chiesero per primi e ansiosamente i capitani degli
Svizzeri che provvidero a rafforzare le loro cittadelle fortificate verso la
Francia e a guarnire i passi tra il Monte Bianco e gli sbocchi verso la
pianura, a Susa, Pinerolo, Saluzzo. Ma il Re li giocò abilmente: mandò piccoli
contingenti verso i passi più noti e che gli Svizzeri presidiavano, mentre con
il grosso dell'esercito in cinque giorni di marce forzate valicava l'Argentera
e giungeva a Cuneo, la sua artiglieria pesante veniva trasportata in Italia
attraverso il Monginevro, quindi Fenestrelle e Torino. I Francesi erano di
nuovo in Italia!.
Francesco aveva cercato di
riconciliarsi con gli Svizzeri, mediante denaro e pensioni, ma senza rinunciare
a Milano né riconoscere il trattato di Digione. Impossibile, dunque, un'intesa;
inevitabile il ricorso alle armi. I Confederati ebbero una volta di più
l'impressione di essere beffati e sprezzati dal Re di Francia, dalla malafede e
dall'arroganza dei Francesi; da ciò, l'odio contro quella nazione. Venezia era
considerata un altro covo di astuzie e di perfidia; l'Imperatore consentiva al
nemico di arruolare soldati tra i suoi uomini; Leone X si barcamenava tra la
Lega e Francesco, preoccupandosi piuttosto di ingrandire la potenza della sua
famiglia che non di dare direttive energiche all'esercito pontificio; soltanto
gli Spagnoli erano in armi, sul confine tra Milano e Venezia. Gli Svizzeri si
sentirono ancora una volta abbandonati.
Per maggior disgrazia, la discordia entrò anche nelle loro file; i Cantoni gottardisti decisero di rinunciare al
Piemonte e di ritirarsi nella Lombardia, alla difesa di Milano, cioè di
scegliere la tattica del combattimento in aperta campagna, mentre i Bernesi
volevano tenere le montagne, persuasi che con minor numero di uomini si potesse
produrre al nemico un guasto maggiore; proponevano inoltre di mandare un
contingente armato in Savoia, prendendo così i Francesi alle spalle;
avvertivano finalmente che, in caso di rifiuto delle loro proposte, le truppe
di Berna sarebbero rincasate per la via più breve; proposte e propositi
militarmente intelligenti, politicamente disgraziati … Prevalse il parere dei
Cantoni centrali, i Bernesi dovettero rinunciare alle postazioni lungo i piedi
delle Alpi, il duca di Savoia cominciò a fare opera di mediazione per un
incontro bonale tra il Re e i capi elvetici.
Gli Svizzeri si ritirarono su
Vercelli, poi su Novara e Milano; avevano rinunciato a difendere il Piemonte,
avevano mancato l'occasione di impedire, almeno, la congiunzione delle truppe,
della cavalleria e dell'artiglieria dei nemici; erano in più irritati perché
non arrivava il soldo della Lega, né le campagne lombarde, stremate da tante
guerre e devastazioni, potevano offrire occasione a rinnovati saccheggi. Tra
qualche episodio di ammutinamento, le truppe dei Cantoni cittadini ripiegarono
su Arona, lungo il Lago Maggiore, di dove molti soldati, per mancanza di denaro
e per la crescente miseria, partirono verso i loro paesi d'origine. I Cantoni
montanari, invece, si stabilirono tra Milano, Varese e Sesto Calende.
Si diffondeva tra gli Elvetici un
pericoloso sentimento di rassegnazione, la convinzione dell'insuccesso e una
sorta di represso furore; soltanto Uri, Svitto e Glarona, più tardi anche
Lucerna, sembravano decisi a tutto, poi che rappresentavano le costanti di una
tradizione gottardista; il Re, informato regolarmente di tutto, intensificò le
trattative e poté finalmente incontrare, a Gallarate (8 e 9 settembre) i
comandanti elvetici, Ne uscì il nefasto "Trattato di Gallarate" con
il quale Francesco accettava di pagare le quattrocento mila corone previste
nell'armistizio di Digione, più altre trecento mila che il Duca di Milano non
era mai riuscito a mettere insieme, malgrado le sue nuove imposte; gli
Svizzeri, però, rinunciavano alle conquiste fatte con la spedizione di Pavia e
alla protezione di Massimiliano, al quale il Re accordò un nuovo ducato in
Francia e la mano di una nobildonna francese.
Peggio: i Bernesi e il loro partito si dissero pronti, per altre trecento mila corone, a sgombrare anche le
terre ticinesi, la Val d'Ossola e la Valtellina, annullando così d'un tratto i
risultati secolari della politica transalpina dei Cantoni posti sotto il San
Gottardo. Gli antagonismi, egualmente secolari, tra città e montagne e la
natura dei patti di alleanza dei nuovi arrivati con i Cantoni forestali
spiegano ampiamente tanto la mentalità dei capi responsabili, quanto le
vergognose concessioni di Gallarate.
Berna e le città sue amiche, con il
pretesto della validità del trattato gallaratese, rimpatriarono i loro
contingenti.
In Lombardia rimasero soltanto i
gottardisti, più gli Zurigani condotti dal fiero e incorruttibile Marco Röist,
discesi in Italia per ordine della Dieta; pieni di sdegno e di furore erano i
rimasti, offesi dalla condotta dei Bernesi, esasperati per l'abilità di
Francesco I°, memori più che mai di una politica transalpina che era costata
sacrifici immensi a tante generazioni della loro gente; per essi, la Lombardia
era conquista legittima, andava quindi difesa una volta ancora. Ricevuti rinforzi,
il 10 settembre entrarono in massa a Milano.
Persino entro la città divamparono una volta ancora le discordie a proposito dell'opportunità di accettare o meno
le decisioni di Gallarate; fu il cardinale Schiner a comporre quelle ultime
discordie; persuase Zurigani e soldati di Zugo - già pronti a rimpatriare - a
unirsi agli altri; mise in opera la sua singolare eloquenza, ma anche la sua
astuzia divulgando notizie inesatte o esagerate; riuscì a far tacere i
risentimenti interni e le discordie fratricide, orientando rancore odio e
furore in una sola direzione, cioè contro i Francesi, e facendo un fascio di
ragioni politiche e religiose, di prestigio, di gloria e di potenza. La
battaglia che si preparava sarebbe stata così davvero una lotta "nazionale":
una parte della nazione degli Svizzeri contro la schiacciante potenza della
nazione dei Francesi. Non più, finalmente, una zuffa di mercenari.
Francesco I° era giunto a sud-ovest di
Milano, s'era accampato a Marignano, dove provvedeva a fortificarsi con trincee,
fossati e palizzate; era il terreno, presso il villaggio di Zivido, sul quale
nell'antichità i Romani avevano costituito una loro colonia. Il Re disponeva di
circa quaranta mila uomini, più altri venti mila che tenevano i territori
occupati, di una cavalleria mobilissima e di una potente artiglieria; attendeva
inoltre, di giorno in giorno, l'arrivo degli alleati veneziani. Gli Svizzeri
erano venti mila, non potendo contare né sugli Spagnoli né sulle truppe
pontificie-fiorentine. Tre volte più numerosi i nemici, dunque, e molto meglio
armati; se la battaglia di Novara era stata, si può ben dire, l'ultima del
medio Evo, questa che s'annunciava era la prima dell'età moderna, grazie
appunto all'arma moderna e decisiva: l'artiglieria.
Le prime scaramucce si ebbero il pomeriggio del 13 settembre, mentre i capi
militari stavano riuniti in consiglio nel Castello sforzesco; il cuoiaio
zurigano Rodolfo Rahn allarmò tutti con la notizia che si stava già combattendo
sotto le mura di Milano; Francesco aveva mandato un corpo di cavalleria in
esplorazione verso la città e contro di esso s'erano subito avventati gli
Svizzeri. All'allarme rispose per primo il cardinale Schiner; sapeva che il
miglior mezzo per trascinare in combattimento gli esitanti - i capi di Zurigo e
di Zugo, in particolare - consisteva nello scatenare la battaglia: essa avrebbe
travolto tutti nel suo impeto fatale. Balzato a cavallo, il cardinale fu tra i
primi a slanciarsi fuori di Porta Romana - la sua porpora splendeva al sole
come una bandiera di sangue - tosto seguito dai Cantoni primitivi e dai
Glaronesi. Gli Svizzeri si accorsero immediatamente che si trattava in fondo di
uno scontro tra avamposti, i capitani pensarono che sarebbe stato più prudente
rinviare la lotta al mattino seguente, ma ormai la febbre del combattimento li
aveva travolti; chi poteva arrestare le schiere che marciavano in avanti, verso
Lodi, in assetto di battaglia, incalzate dalla logica appassionata della morte?
L'esercito del Re stava su tre linee, tra Milano, Lodi e il corso della Roggia
Nuova che è un braccio naturale del Lambro; nel triangolo tra la strada, Santa
Brera e Zivido c'era anzitutto l'avanguardia, comandata dal Connestabile di
Borbone che l'aveva allineata verso Milano, a San Giuliano; il corpo centrale o
massa d'urto era intorno a Santa Brera agli ordini dello stesso Re; la
retroguardia, comandata dall'Alençon, stava indietro, verso Marignano; per le
fortificazioni e i trinceramenti erano stati utilizzati numerosi corsi d'acqua,
le paludi, i canali d'irrigazione. Gli Svizzeri marciavano dunque in disordine
sullo stradale di Lodi; nelle vicinanze di San Donato, ripiegarono nella
campagna; la sera s'avvicinava, sarebbe stato conveniente rinviare lo scontro,
ma come trattenere la massa ormai lanciata?

Il cardinale Matteo Schiner di Sion,legato papale in Lombardia,
percorre a cavallo il campo di battaglia di Marignano incitando le truppe al combattimento
Di fronte al nemico, i Confederati si ordinarono finalmente in tre corpi, tenendo al centro il borgomastro di
Zurigo, Marco Röist, che dirigeva il grosso delle truppe. Come sempre, prima
d'ogni battaglia, essi s'inginocchiarono per una breve preghiera; il condottiero
Werner Steiner di Zugo raccolse per tre volte una manciata di terra e ne
asperse i morituri con la formula tradizionale: "Nel nome del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo, questo sarà il nostro cimitero!"; risuonava
intanto feroce il grido di guerra dei cantoni forestali, lugubremente
punteggiato dai corni delle Alpi e dalle cannonate dei Francesi, e in quello
spaventoso clamore i Confederati si buttarono sul nemico.
L'artiglieria apriva vuoti paurosi nelle loro file, ma essi ritennero, come a Novara, di poter
raggiungere i cannoni, impegnare il corpo a corpo e rivolgere l'armi terribili
contro l'avversario; tuttavia, le cose andarono diversamente, poi che il
Trivulzio e il duca di Borbone investirono di fianco gli Svizzeri con la
cavalleria pesante; questi ultimi riuscirono ancora una volta ad averne
ragione, sbaragliando così l'avanguardia francese e inseguendola.
Si giunse allora allo scontro tra le due masse centrali, in particolare tra gli Svizzeri
e i Lanzi tedeschi delle bande nere, che i Confederati odiavano a morte (la
cronaca riporta episodi inauditi di crudeltà, da una parte e dall'altra, che
conferma siffatto odio bestiale …); la battaglia durò sino a notte, continuò
furiosa al chiarore della luna fin verso la mezzanotte, quando la fosca luna di
settembre si velò sulla carneficina.
In complesso, la prima fase della lotta era stata favorevole agli Svizzeri: l'avanguardia francese disfatta, il grosso
costretto ad indietreggiare, dodici pezzi d'artiglieria e molte bandiere si
trovavano ora nelle mani dei Confederati.
Il resto della notte fu insolitamente
freddo; gli Svizzeri, che avevano guadato fossati e canali e si erano inzuppati
fino alle ossa, soffrivano ancora più il freddo; inoltre, non avevano da
mangiare, da bere, non potevano accendere fuochi, rintracciare gli sbandati.
Decisero di rimanere sul campo di battaglia, malgrado tutto, per conservare i
vantaggi ottenuti nella lotta; i corni di Uri chiamavano spettrali nelle
tenebre, a rianimare i disperati e ad ammonire chi tentasse di prendere il
largo.

La battaglia
Quando, il mattino del 14, venerdì, la pugna
venne ripresa, il Re aveva completamente riordinato il suo esercito; richiamata
l'avanguardia, l'aveva incorporata nella massa centrale, schierando davanti
artiglieria e fanti, e tenendo indietro, nascosta, la cavalleria. Due, tre
volte gli Svizzeri lanciati all'assalto vennero respinti. Allora, un'ala dei
Confederati tentò la manovra di aggiramento che a Novara aveva determinato la
vittoria; essa, per altro, non riuscì, sventata dalla strategia del Re e da un fatto
nuovo e decisivo: tanto i montanari quanto Francesco I° attendevano rinforzi;
quelli dal Papa (truppe accampate a Piacenza), questo dagli alleati veneziani;
ora, il grido che dai confini della pianura annunciava il sopraggiungere di
nuove truppe era il temuto "San Marco!"; quella che stava
disegnandosi ancora quale vittoria della Lega si trasformava così in una
dolorosa disfatta. Il generale veneziano Alviano teneva il suo esercito a Lodi;
nella notte, aveva ricevuto l'ordine di portarsi avanti, e ora, sul primo
mattino, sorretta la retroguardia francese che stava sbandando, si gettava
contro il fianco destro dei Confederati. Credettero essi che l'intero esercito
di Venezia ruinasse loro addosso, mentre in realtà si trattava soltanto di
alcuni reggimenti.
I collegati della Lega Santa (antifrancese), allocati a Piacenza, le forze spagnole e papali, nonostante i patti di alleanza, disertarono la battaglia, e non accorsero in aiuto del contingente elevetico.
Nello stesso momento, il Re scopriva la cavalleria che avventava il centro della contesa; essa aprì una breccia tra gli Svizzeri; gli
alfieri di Uri, di Svitto, dei valorosi Grigionesi caddero nel sangue e con
essi cadde la speranza di raddrizzare le sorti della lotta.
Venne allora decisa la ritirata su
Milano. Quando i Francesi poterono irrompere indisturbati, ai loro occhi si
presentò uno spettacolo miserando e nobile ad un tempo: tutti gli Svizzeri
sfuggiti al fuoco delle artiglierie e alle violenze dei lanzi s'erano disposti
in quadrato; al centro, tenevano i cannoni strappati dal fango delle paludi e
che sospingevano o trascinavano a forza di braccia; sulle spalle, portavano i
loro feriti e le bandiere, e così - composti, dignitosi, a passo lento, in un
ordine molto più efficace di quel che avessero il giorno innanzi - marciavano
verso settentrione. La leggenda vuole che Francesco I°, preso da ammirazione,
come già alcuni decenni prima il Delfino di Francia a San Giacomo sulla Birsa,
desse l'ordine di rispettare i valorosi sconfitti che si ritiravano; ma è
leggenda: la verità è che i vincitori si diedero immediatamente a braccare i
dispersi che, raggiunti, vennero trucidati senza pietà; trecento Zurigani che
s'erano rifugiati in un convento a San Giuliano vennero cannoneggiati e, poi
che resistevano anche alle artiglierie, bruciati insieme con l'edificio che li
proteggeva.
I morti di Marignano non si poterono mai contare; le cifre tramandate dalla
tradizione sono discordi, ma si calcola il loro numero a circa dodici mila, una
cifra spaventosa; per decenni la pianura fu cosparsa di ossa. Il grosso dei
superstiti ripassò le Alpi; a Milano, rimasero poco più di duemila uomini a
presidio del Castello che resistette ancora per un mese.
Gli Svizzeri si diressero a Como e a Bellinzona, e dopo aver provveduto alla sicurezza di Lugano e di Locarno, giunsero tra le Alpi sul finire di settembre.
"Battaglia di Giganti" definì Marignano il maresciallo Trivulzio,
aggiungendo che, a settant'anni d'età e dopo aver partecipato a diciotto
campagne, non poteva rammentare lotta più tremenda e grandiosa di quel supremo
duello con gli Svizzeri. Così nella tragedia di Zivido si chiudeva tutto un
periodo di espansione degli Svizzeri e di lotte europee, e a un tempo un secolo
della loro storia militare.

A ricordo della battaglia dei Giganti, nel 1965 fu posto, nel luogo degli scontri, un bassorilievo,
realizzato con granito del San Gottardo, delle dimensioni di m 3x2,
raffigurante un guerriero dell'epoca che difende un camerata moribondo.
Approfondimento sulla battaglia
La pace e l'alleanza con la Francia
L'11 ottobre, dopo che Massimiliano
ebbe consegnato il castello agli assedianti, contro la volontà della
guarnigione svizzera (che ottenne la garanzia di ritirarsi indisturbata con i
suoi feriti), il Re Francesco I° fece il suo ingresso trionfale a Milano. Il
corteo di colui che su di una moneta coniata a ricordo della battaglia si
chiamò orgogliosamente "Primus domitor Helveticorum" - il primo che
abbia domato gli Svizzeri - sanzionava anche esteriormente il trionfo dei
Francesi e l'abbandono della Lombardia da parte dei Confederati; e subito
contingenti francesi si spinsero fino a Tresa, molestarono Lugano,
saccheggiarono Locarno, decisi a riprendere anche le terre sotto il San
Gottardo.
I Cantoni primitivi, in un ultimo slancio disperato, inviarono
immediatamente rinforzi a Bellinzona, Locarno, Lugano, senza attendere le
discussioni della Dieta e decisi a difendere i frutti della loro secolare
politica gottardista; allora, le truppe francesi ripiegarono su Milano.
A occidente, invece, cioè nella Val
d'Ossola, la perdita fu irreparabile e definitiva; Francesi e lanzi licenziati
dal Re s'erano diretti su Domodossola, dove Giovanni von Diesbach, figlio dello
Scoltetto di Berna, si affrettò a consegnare ai Francesi le chiavi della
cittadina, non senza aver ottenuto un compenso in sonante denaro ("nit ohn
Geld" annotò un cronista confederato); questo fatto, connesso con la
simpatia che il Diensbach nutriva per la Francia dove era stato allevato quale
"paggio" di corte, fece definire la cessione come un secondo
tradimento: "il tradimento di Domodossola"; è evidente che fu la
mancanza di chiaroveggenza - in certi Cantoni - sull'importanza strategica ed
economica della vallata a sacrificarla, staccandola per sempre dalla Svizzera.
La Dieta, riunita subito dopo Marignano, prese talune decisioni che sembravano
annunciare il proponimento di riconquistare la Lombardia e di continuare la
guerra contro Francesco I°: levata di un esercito di ventiquattro mila uomini,
più stretta alleanza con l'Imperatore, ecc. Ma furono decisioni non seguite dai
fatti; praticamente, i Cantoni che non avevano partecipato alla "battaglia
dei giganti" e che non sentivano la politica della Lombardia rinfocolarono
la scissione che già esisteva tra gli Svizzeri, sostenendo l'opportunità di
concludere la pace con il Re e accettando le proposte che quest'ultimo
liberalmente aveva fatto balenare, grazie alla mediazione del duca di Savoia. I
Cantoni occidentali che costituivano il partito della pace ebbero facile gioco
quando arrivò in Svizzera la notizia che il grande alleato dei Confederati,
colui per il quale lo Schiner aveva imposto la campagna del 1515 e la pugna di
Marignano, Papa Leone X° aveva abbandonato gli alleati e, seguendo una politica
di doppiezza e di "utile particulare", s'era riconciliato con
Francesco, l'aveva incontrato a Bologna, gli aveva ceduto Parma e Piacenza
chiavi dell'Emilia, in cambio di certe egoistiche concessioni per sé e per la
famiglia Medici.
I Cantoni occidentali avviarono così
trattative, a Ginevra, con i rappresentanti del duca di Savoia; la loro base
era il nefasto Trattato di Gallarate, che veniva completato con un progetto di
alleanza tra il Re e gli Svizzeri.
Chiaro che i Cantoni sull'asse del San Gottardo, dai primitivi fino a Zurigo, a Basilea, a Sciaffusa, non volessero
accettare le conclusioni di Ginevra; ne venne una nuova, grave scissione tra
gli Svizzeri, che i nemici della Francia cercarono di approfondire;
l'Imperatore si diede da fare, il Re d'Inghilterra Enrico VIII° cominciò a
staccarsi dalla politica di Francesco(al quale aveva lasciato fino allora mano
libera), la Spagna avviò nuovi preparativi di ostilità.
Sopra tutti, però, con accanimento implacabile, il cardinale Schiner si gettò in frenetiche
trattative: dal Tirolo, dalla Svevia, da Costanza, con l'Imperatore, gli
Svizzeri, il Re d'Inghilterra, onde mettere insieme una nuova alleanza contro
l'odiato sovrano dei Francesi. La maggioranza dei Cantoni e il Vallese -
ribelle al suo Principe-Vescovo - accettarono nel gennaio del 1516 le proposte
stipulate a Ginevra e poco dopo il denaro che Francesco versò per la spedizione
di Digione e le campagne del 1515 in Italia. Le potenze avverse alla Francia si
appoggiarono allora sui cinque Cantoni gottardisti e sui Grigioni; un nuovo
esercito venne arruolato e posto agli ordini dell'Imperatore Massimiliano; dai
Grigioni passò nel Tirolo e, sempre guidato e infervorato dallo Schiner, giunse
sotto le mura di Milano. Dentro la città stavano già mercenari svizzeri,
assoldati da Francesco tra i Cantoni occidentali, onde il rischio di una nuova
guerra fratricida; per fortuna, tanto gli assedianti quanto gli assediati,
avviliti per la mancanza di denaro e di viveri, finirono per sciogliersi e per
avviarsi verso i loro villaggi al di là delle Alpi. La campagna di Marignano,
drammatica e gloriosa ad un tempo, si chiudeva così con questo vergognoso
episodio, indice della squallida politica di coloro che soltanto con triste
ironia si chiamavano ancora "confederati".
Trionfava dunque la Francia, malgrado
un ultimo tentativo del cardinale Schiner che, tra Impero, paesi bassi,
Inghilterra, Spagna, si agitava onde costituire una lega "universale"
contro di essa. Nel tardo autunno del 1516, a Friburgo, venne firmato tra gli
Svizzeri e il Re di Francia un trattato di pace e di alleanza: il Re
s'impegnava a versare le quattrocento mila corone di Digione, più altre trecento
mila per la campagna conclusa a Marignano; ai Cantoni e loro alleati veniva
riconosciuta una pensione annua di duemila ducati; ai Confederati,
rispettivamente alle Leghe Grigie, restavano le terre del Ticino, quelle del
Sottoceneri, la Valtellina e Chiavenne, salco che - nel termine di un anno - i
primi non preferissero un ulteriore versamento di trecento mila corone, con la
rinuncia ai territori di là del San Gottardo.
Ci si può domandare perché Francesco I° abbia avanzato proposte tanto generose;
la ragione è la stessa che già dopo San Giacomo sulla Birsa (1444) aveva
indotto il futuro Luigi XI°, allora Delfino, a un'intesa con i vinti: arruolare
soldati tra quei robusti montanari per i quali il servizio mercenario
costituiva la sola industria possibile; Francesco riuscì inoltre a fare degli
Svizzeri, fino allora intesi a molestare e a invadere periodicamente la
Lombardia, i suoi neutrali defensori. Egli ricevette con i più alti onori il
capo di Zugo, G. Schwarzmurer, e quello di Friburgo, Peter Falk, recatisi a Parigi
per sigillare il trattato di pace e, dimenticando che i due ambasciatori
avevano svolto per il passato una politica antifrancese, li colmò di sontuosi
donativi. Il comandante Schwarzmurer morì pochi mesi dopo aver rassegnato il
suo rapporto alla Dieta, e due anni più tardi scomparve anche il Falk, travolto
da una tempesta mentre navigava verso la Terra Santa.
L'accordo tra il Re e la Lega elvetica
entrò in vigore nel 1521: l'alleanza assicurava alla Francia la fornitura di
sei mila fino a sedici mila uomini; siffatta capitolazione, insieme alla pace
perpetua, costituì la base delle relazioni franco-svizzere sino alla
Rivoluzione, cioè per oltre due secoli e mezzo. Un Cantone soltanto si rifiutò
di osservarla, Zurigo, e grazie all'azione patriottica e cristiana di Ulrico Zwingli; il cappellano dei Glaronesi era tornato dalle campagne d'Italia
profondamente sconvolto; molti cittadini di Zurigo, indignati come lui,
biasimavano pubblicamente gli speculatori delle pensioni straniere, i
beneficiari di regali del Re, i soldati che non avevano esitato a depredare le
chiese. Parole insolite di condanna si levavano dalla Zurigo di Zwingli, delle
quali si trova un'eco nella dolente annotazione del cronista di Zugo, Werner
Steiner: "Avessimo seguito più intensamente i suoi moniti, ci sarebbero
state risparmiate molte sciagure; chi non crede, deve imparare ai propri danni,
quand'è troppo tardi per evitarli".
Cause remote e conseguenze della
disfatta
Chi voglia rendersi conto di un
avvenimento non può guardarlo isolatamente, ma deve cercare gli addentellati
con altri fatti. Così per la sconfitta di Marignano; certamente il cardinale
Schiner ha trascinato gli Svizzeri in un'avventura senza uscita, certamente la
defezione dei Cantoni occidentali, dopo Gallarate, ha cagionato tremende
conseguenze, certamente la carenza di un condottiero e di un piano strategico
chiaro ha condotto alla disfatta. Possiamo tuttavia chiederci se le cause della
catastrofe non vadano cercate più addietro, già nei primordi della storia
svizzera, nella composizione del paese e del popolo e nello sviluppo della
Lega.
Lo stesso principio del guardare lontano deve assisterci quando ragioniamo
sulle conseguenze della guerra; quelle immediate furono naturalmente vergogna,
strazio, disorientamento; alla lunga, però, anche il colpo più duro può
generare benefici frutti di saggezza e mostrare la strada dritta; ciò è vero
nella vita privata, lo è altresì nella vita di un popolo. Certe giornate fatali
diventano allora una sorta di "esame" attraverso il quale si misura
il valore di un paese; certe delusioni sono il solo mezzo che consenta a un
popolo di guarire da eccessive e pericolose illusioni e di ritrovare la verità
nuda dei fatti. Poteva svolgere la Svizzera la politica della grande potenza?
Siffatta politica si confaceva alla sua costituzione statale?
La questione centrale: libertà oppure
potenza? Lega o imperio?
Venne dunque dall'esterno
l'imposizione a cessare una politica da grande potenza, ma essa corrispondeva
anche all'interno carattere della Lega. Sarebbe perciò errato il ragionamento
di chi attribuisce all'avversità di un crudele destino, che ha nome Marignano,
il fatto per cui la Svizzera non sia diventata una potenza europea; si deve
piuttosto dire che il breve periodo della grandezza militare fu un'avventura
che contraddiceva al carattere stesso della Confederazione; in cambio di
conquiste territoriali, gli Svizzeri smarrirono il senso del loro piccolo
Stato.
La Confederazione era nata quale alleanza di minuscole e libere comunità che si
assicuravano reciprocamente certi aiuti, entro determinati limiti e confini;
verso mezzogiorno, ad esempio, i trattati di alleanza dei cantoni, ma non di
tutti, impegnavano l'aiuto sino al Monte Piottino (Plàtifer); più a sud, si
sarebbe dovuto discutere, caso per caso. La preoccupazione fondamentale dei
primi Confederati era tuttavia la libertà delle loro vallate o delle loro
città. Anche le guerre del primo secolo d'indipendenza erano state lotte per la
libertà, contro i tentativi di assoggettamento e contro il mondo feudale.
Quando gli Svizzeri presero Zugo non lo tennero quale paese di conquista, ma se
ne fecero un'alleata, come già si è detto.
Ma cento anni dopo il Morgarten, le primitive preoccupazioni s'erano
affievolite e la saggezza d'un tempo era dimenticata; occupata l'Argovia nel
1415, gli Svizzeri le imposero la loro "signoria", non le
concedettero né la dignità di Stato eguale ai loro, né la possibilità di un
autogoverno. I Cantoni "signori" mandavano nei paesi di nuova
occupazione i governatori (Fogti), scelti per turno, i quali davano scarico
alla Dieta della loro amministrazione. Per una politica di dominio ci si era
dunque allontanati dai principi della Confederazione.
L'impresa d'Italia giunse come inattesa occasione di grandezza; gli Svizzeri
agirono senza dubbio saggiamente rinunciando a spezzettare la Lombardia in
tanti piccoli baliaggi - come avvenne invece nelle terre ticinesi - e
preferendo la forma del "protettorato" sul Ducato di Milano. Ma,
fosse stato il Duca uomo d'altra tempra, capace di difendersi dalla politica
aggressiva del Re di Francia, come sarebbe potuto continuare il
"protettorato"? Non sarebbe venuto il giorno della riscossa milanese?
Anche senza la disfatta di Marignano, dunque, si sarebbe giunti un giorno o
l'altro alla prova che una Confederazione di piccoli Stati affatto autonomi non
aveva la possibilità di governare un grande territorio quale la Lombardia o,
più ancora, l'Italia settentrionale; e ciò che né il Machiavelli né il
Guicciardini non compresero, ma che aveva capito bene l'ambasciatore fiorentino
Vettori. Con la spedizione di Pavia era stato facile assoggettare tutta
l'Italia subalpina, dal Veneto a Genova; non egualmente facile a una lega di
minuscole repubbliche, con mentalità e preoccupazioni divergenti, il dirigere
politicamente e militarmente un così vasto paese. Lo provò subito la decisione
dei cantoni occidentali, guidati da Berna, di abbandonare il Piemonte di fronte
a Francesco I° e di disertare l'impresa italiana; né forza alcuna avrebbe potuto
trattenerli; in base all'alleanza tra i cantoni ognuno interpretava a modo suo
l'offerta di pace del Re e ognuno decideva di conseguenza. In due parole, gli
Svizzeri non avevano una politica estera.
Tutt'altra cosa nello Stato unitario,
in particolare nell'unità francese rafforzata dall'assolutismo della monarchia
e dalla energia di un Re autoritario quanto intelligente; là si perseguiva una
solo politica, tenacemente con l'astuzia o con la forza, e tutte le possibilità
dello Stato venivano piegate allo scopo. I Cantoni confederati non rinunciavano
invece per nessuna cosa al mondo alla libertà di decisione, non arrendendosi
mai e per nessun motivo a uno "stato di necessità" politica o
militare. Nella condotta della guerra, lo stesso criterio: ogni Cantone i suoi
capi, e la truppa tenuta a obbedire ai sui capi e al governo cantonale, non ad
altri. Sarebbe stato necessario in Lombardia un esercito permanente, con un
comando unico; esso avrebbe tenuto in rispetto i Francesi anche durante
l'inverno, quando i passi alpini coperti di neve e il pericolo delle valanghe
trattenevano al di là delle Alpi i Confederati. Ma era misura addirittura
inconcepibile, per gli Svizzeri di allora.
(Solamente verso la metà del secolo
scorso, con la trasformazione della "Confederazione di Stati" in un
moderno "Stato federativo", riconobbero i Cantoni la necessità
dell'unità nell'esercito e nei comandi; da quel momento, tutta la difesa venne
accentrata, con i suoi problemi di istruzione, di armamento, di gerarchia, di
mobilitazione, di condotta operativa e di bandiera; agli stendardi dei Cantoni
venne sostituita la bandiera federale svizzera; in caso di guerra, l'unità è
ancor più salda, grazie alla nomina di un generale).
Un'altra circostanza facilitò la vittoria dei Francesi. Essi disponevano, come
già s'è detto, di numerosa artiglieria. Era l'arma nuova, frutto delle scoperte
e delle invenzioni del Rinascimento, ed era l'arma decisiva; Marignano lo
dimostrò clamorosamente.
Ma per costituire un parco d'artiglieria occorrono
capitali ingenti e unità tecnica, cose impossibili nella Confederazione
d'allora, possibili invece al Re che sapeva impegnare tutta la nazione per lo
sforzo bellico in corso.
(La sopra accennata trasformazione
dello Stato nel 1848 ha consentito alla Svizzera l'unità della politica estera
e l'unità costantemente aggiornata degli armamenti. Con ciò, non si è intaccato
profondamente il principio del federalismo; i 25 piccoli Stati confederati sono
sempre la fonte della libertà che conservano quasi inalterata nelle faccende
della loro politica interna, della loro cultura, della scuola, della polizia e
in altri campi ancora. E tuttavia si deve aggiungere che le circostanze della
vita internazionale, i problemi politici ed economici che le ripetute crisi del
mondo hanno imposto alla Svizzera tendono a limitare sempre più la sovranità
dei cantoni e la stessa libertà dei cittadini, in favore dello Stato, cioè del
centralismo economico e amministrativo).
La condotta del cittadino e del
guerriero
Non dobbiamo trascurare, nelle
cronache del tempo di Marignano, l'evoluzione del costume morale del singolo
cittadino. Le guerre, come osserva esattamente Emilio Dürr "permettevano
in genere un larghissimo impiego delle principali qualità nazionali: genere di
vita semplice, senza pretese, e innato valore militare. Gli arruolamenti per il
servizio estero, poi, servirono ad ottenere contrattualmente privilegi
commerciali e di comunicazioni negli Stati vicini.
Sono, questi, motivi
materiali quasi superiori, radicati solidamente in quel potente e traboccante materialismo
che è caratteristico di un'epoca tutta esteriorità, la quale non solo aprì
nuove fonti di guadagni e di oro, ma stava per spezzare ben presto in un modo o
in un altro i vecchi vincoli religiosi".
Discordia nella Lega, dunque, nei cantoni, nei governi e nelle popolazioni; la
Dieta non disponeva di sufficiente autorità per imporre disciplina, data la
forma associativa dello Stato; ma, purtroppo, nemmeno i suoi rappresentanti, i
Capi dei cantoni, godevano di quell'autorità morale che permettesse di tenere
in freno le folle. "Così gli Svizzeri partivano in massa, a loro
piacimento, secondo l'abitudine di quasi cinquant'anni, incuranti della loro
responsabilità o senza preoccuparsi degli interessi politici reali della
Confederazione, senza darsi pensiero di sapere se non si sarebbero scontrati
con Confederati o magari con un loro proprio compaesano del campo avverso.
Questa indisciplina del popolo era stata certamente facilitata dalla corruzione
politica delle classi dirigenti, poiché rappresentanti audacemente egoisti e
spregiudicati delle stesse si erano eccessivamente solidarizzati coi sistemi
materiali allora in vigore negli Stati esteri per il reclutamento degli
eserciti europei, quali partigiani e favoreggiatori, quali agenti di
arruolamento, fornitori di truppe e capitani, quali beneficiari di pensioni
pubbliche e segrete, di stipendi, di noli e donativi (Miet und Gaben), come
allora si diceva di solito … Così si ebbe allora in Svizzera una politica
estera torbida e falsa, un misto di interessi realistici, di simpatie calcolate
o impulsive, d'egoismo robusto e basso delle folle e degli individui. In questa
situazione, tutto quanto il paese ebbe in qualche modo la sua parte di
responsabilità". (Dürr)
Nella letteratura popolaresca
dell'epoca, specie in quella che mette capo alla Riforma, si trovano critiche,
deplorazioni, biasimi, ironia; la lettera di Zwingli agli antichi Confederati,
esortante a tornare alla serietà morale delle origini della Svizzera, fu
diffusa ovunque e suscitò ondate di discussioni; ancor oggi, si legge come un
capolavoro di oratoria civile e morale; cronisti dell'epoca parlano con
disgusto di taluni capi che senza faticare molto, cioè grazie all'oro
straniero, "posson portare giubbe rosse e cappello"; si voltassero per
aria, "pioverebbero dalle loro tasche ducati e corone che sono il prezzo
del sangue di figli, fratelli, cugini e cari amici tuoi". Quale
decadimento, in verità! I nipoti di quei Confederati che nel 1291 avevano
cacciato i magistrati corrotti e venali, ora si lasciavano comprare dai
Principi d'Europa ai quali vendevano la gioventù dei loro villaggi.
Tornavano ogni tanto alla memoria
talune patetiche esortazioni dell'eremita del Ranft, Nicolao della Flüe; si
alzavano aspre, nello stesso senso, le rampogne dello Zwingli; sulle scene
delle città venivano rappresentati lavori teatrali e farse che mettevano alla
gogna il mercenario fanfarone, i nuovi ricchi delle pensioni straniere, la Lega
asservita al denaro, e contrapponevano a quelle scene l'austerità dei fondatori
della Svizzera; il gioco scenico del "Tell di Uri", nato allora,
intendeva stimolare la riflessione del popolo intorno allo squilibrio dei
valori che insozzava tutta la vita elvetica.
D'altra parte, alcuni umanisti si
dilettavano in raffronti tra la Confederazione d'un tempo e le
"polis" dell'antica Grecia o la "Res publica dei Romani",
nella pietosa illusione che gli esempi potessero determinare una rinascita di
virtù civiche e morali.
E' da rilevare finalmente come il contatto con l'Italia dell'umanesimo abbia
influito positivamente, quale raffinamento del gusto, ansia di belle cose,
arricchimento della cultura, sui più sensibili tra i Confederati; basta fare i
nomi dello Zwingli, dello scrittore, artista e magistrato bernese Niklaus
Manuel, del lanzo estroso Urs Graf.
Verso la riflessione
Ma l'umanesimo era anche, nell'intimo,
un ritorno al paganesimo - Ulrico Zwingli lo comprese subito - ai beni, alle
gioie della terra. Se da un lato esso determinò un maggior piacere nella vita
materiale, il gusto per ciò che è terreno e prezioso e squisito, dall'altro
segnò un allentarsi della disciplina morale, cioè della concezione cristiana
dell'esistenza, onde l'insorgere della Riforma e, successivamente, della
Controriforma cattolica. La rivolta dello Zwingli cominciò appunto quale
campagna contro il mercenarismo corruttore, continuò quale protesta contro
l'ignoranza del clero campagnolo, per attaccare finalmente l'ordinamento della
Chiesa e il dogma. La Chiesa era in quel tempo vulnerabilissima: il Pontefice
offriva l'esempio di una politica terrena materialistica, egoista, volta a
vantaggi personali e di famiglia e l'esempio, sopra tutto con Giulio e con
Leone, di uno sforzo dispendioso rivolto a fare di Roma una capitale splendente
di tesori artistici, di sfarzo, di eleganza, ma anche di lusso e di piaceri.
Ai soldati che rientravano avviliti dalle campagne mercenarie, il riformatore
di Zurigo, deluso anche dalle ragioni degli umanisti, chiedeva instancabile:
"Che cos'hai tu, che cos'abbiamo noi tutti di cristiano, tolto il
nome?" Dalla cultura dell'epoca egli rifuggiva ormai per rifugiarsi nella
religione pura, negli episodi del vangelo.
Dal 1519, inizio della sua missione quale parroco del Duomo di Zurigo, comincia la lotta per la Riforma nella
Svizzera alemannica, sulla base di quel Nuovo Testamento che Erasmo da
Rotterdam aveva pubblicato in accurata lezione greca e che Zwingli intendeva
recare tra il popolo, nella lingua stessa del popolo.
Ma anche dall'altra parte, quella cattolica, venne avviata dopo non molti anni
una riforma, precisamente la "riforma cattolica o controriforma"; si
propose essa di rinvigorire il corpo della Chiesa, la disciplina interna, la
morale cristiana, le basi stesse dell'insegnamento, cioè di fissare la dottrina
nelle sue radici dogmatiche e nei sacramenti. Uno dei suoi propugnatori più
infuocati e illuminati fu San Carlo Borromeo che si preoccupò moltissimo delle
relazioni tra Chiesa e Confederazione; per preparare meglio il clero svizzero,
il Borromeo fondò a Milano il "Collegium Helveticum" che dotò
liberalmente, con sacrificio di una parte delle ricchezze della sua illustre
famiglia.
Riforma e Controriforma agirono
entrambe quali moralizzatrici della vita in Svizzera, richiamando i Confederati
a certa serietà e a certi reciproci impegni, e, nell'esaltare i motivi
dell'antica alleanza, rammentando loro i doveri delle vita cristiana e della
modestia.
Un altro genere di modestia cominciò ad essere oggetto di riflessione.
"Dopo Marignano e la pace perpetua, la Confederazione passò dalla sua secolare
politica aggressiva ed espansionistica ad un atteggiamento difensivo"
(Dürr); l'espansione territoriale aveva avuto uno sviluppo organico, secondo il
carattere federalista dei Cantoni, favorito dall'innato valore militare e
variamente guidato da ragioni economiche e commerciali. L'influsso politico in
Italia durò fin che i due gruppi (il centrale e l'occidentale, San Gottardo e
Borgogna) si accordarono. Per questo "in sé, la politica milanese non era
stata un errore … come non erano state una caricatura nazionale e militare le
vittoriose campagne contro l'Austria, la Borgogna, l'Impero. Gli stessi sforzi
fatti incessantemente e con vario risultato dalle grandi potenze europee per
conchiudere alleanze con i Confederati costituiscono una prova oggettiva del
valore militare di questi ultimi e della loro importanza politica" (Dürr).
La pace del 1516 significa quindi
rinuncia a una politica europea. Si stavano formando (o già s'erano formate) le
nuove grandi realtà nazionali europee: Francia, Spagna, Inghilterra, Svezia,
Russia, ecc. Con l'alleanza di Friburgo e con la conquista delle terre
ticinesi, la Confederazione inglobava nel suo corpo terre e genti di altra
nazionalità, d'altra lingua e concezione di vita; il partecipare alle guerre
europee di predominio avrebbe significato un trasportare nell'interno del corpo
confederale i motivi di discordia che agitavano le monarchie nazionali
dell'Europa, quindi un mettere costantemente in pericolo l'assetto confederale.
Talune frontiere nazionali erano state raggiunte: il Reno, il Giura, la regione
dei laghi insubrici; perdurare in una politica ambiziosa di espansione poteva
spingere allo scioglimento della Lega.
Col tempo, siffatte considerazioni si fecero strada negli animi degli Svizzeri, così che essi giunsero a una politica
di "astensione" dai conflitti europei, che tre secoli più tardi si
sarebbe definita politica di "neutralità" e sarebbe stata
contrattualmente imposta alla Svizzera con il Trattato di Vienna e di Parigi
del 1815.
L'acquisto durevole: la Svizzera
italiana
Già dal 1440 gli Urani occupando
definitivamente la Leventina avevano incorporato nella Svizzera un territorio
d'altra lingua, italiano per parlata, mentalità e tradizioni.
Alla vigilia
della rapida guerra di Svevia, gli Svizzeri s'erano alleati con la piccola
Confederazione delle Leghe Grigie, cioè avevano stabilito legami di amicizia e
di solidarietà con genti di cultura retroromancia e italiana; le Valli italiane
dei Grigioni s'erano ingrandite - quanto a importanza di latinità - con l'acquisto
grigionese della Valtellina, di Chiavenna e di Bormio. Ora, mentre queste
ultime terre andarono perdute dopo il 1797, cioè al tempo della prima campagna
napoleonica, le contrade del Ticino rimasero "signoria" dei
Confederati fino al 1798, quando decisero di liberarsi, ma di rimanere tuttavia
con gli antichi signori e padroni.
"Liberi e Svizzeri" risuonò il
motto dei Luganesi prima, degli altri Ticinesi poi, e la decisione non cessa di
stupire lo straniero che si chini sulla storia delle nostre contrade; i
Ticinesi, cioè, preferirono restare, da pari a pari, con le genti d'oltre San
Gottardo, diverse per razza, lingua, religione, mentalità, piuttosto che
aggregarsi alla Repubblica Cisalpina e ai Milanesi che erano della stessa
stirpe e religione, mentalità e costumi, e che parlavano la stessa lingua, anzi
lo stesso dialetto. Il generale Bonaparte, che aveva consentito il distacco
della Valtellina dai Grigioni, approvò invece la decisione del Ticino, forse
per non inimicarsi gli Svizzeri dai quali si proponeva (come il Delfino del
Quattrocento, come Francesco I° nel Cinquecento) di trarre soldati per le sue
avventure in Europa. Le terre ticinesi rimasero dunque svizzere. Nel 1803,
anzi, proprio per la Mediazione del Primo Console di Francia, divennero Cantone,
cioè Stato autonomo e indipendente.
Da allora, il Ticino seguì la sorte del resto della Svizzera, ma consapevole
del proprio destino e intento a costruire il proprio apparato statale sul
modello degli altri Stati confederali.
Malgrado un Ottocento tutto trascorso da traversie e da difficoltà -
l'incessante lotta tra i suoi due partiti "storici", con intemperanze
d'ogni sorta; l'inimicizia di talune potenze straniere che lo occuparono
militarmente, come avvenne tra il 1810 e il 1812 per opera del Regno Italico di
Napoleone e di Eugenio Beauharnais, o lo angariarono in ogni modo, come fece
l'Impero Austro-Ungarico; la trasformazione della Confederazione in Stato
federativo che tolse al Cantone la direzione della sua politica doganale ed
economica, isolandolo crudamente tra la frontiera politica e la barriera delle
Alpi - malgrado tante traversie e difficoltà, ripetiamo, il Ticino riuscì a
costruire il suo edificio statale e a rivaleggiare con i più anziani Cantoni
che godevano di ininterrotta libertà e di un assetto economico secolare.
Fu, anzi, la sua particolarità di
unico Stato di cultura italiana libero e autonomo in Europa che gli consentì di
dare un aiuto tanto considerevole alla causa della libertà e dell'unità
italiane; la partecipazione del Ticino (Stato e popolazione) alla vicenda del
Risorgimento è la grande pagina della sua storia, accanto a quella
dell'emigrazione artistica di costruttori, impresari, architetti, artisti che
lasciarono in ogni parte d'Europa - da Mosca e da San Pietroburgo (Leningrad)
fino alla Spagna, dal Mare del Nord alla Sicilia e a Costantinopoli, ma sopra
tutto in Italia, le testimonianze d'una straordinaria genialità e, quasi, di un
naturale, prodigioso istinto del costruire.
Allo Stato federativo svizzero, il
Ticino ha offerto statisti di vasta operosità e di eccezionale talento, quali
Stefano Franscini e Giuseppe Motta; ha offerto e offre scrittori, uomini di
scienza, economisti, docenti universitari, magistrati d'alto valore. Dal punto
di vista svizzero, si deve quindi salutare con particolare soddisfazione la
politica gottardista dei cantoni centrali, che permise la formazione di una
Svizzera italiana (Ticino e Valli grigionesi) e, con ciò, la configurazione di
una Svizzera quadrilingue, di diverse stirpi e fede religiosa, e tuttavia unita
nell'ideale della volontaria collaborazione pacifica, cioè nell'affermazione
della ragione e della buona volontà sulle passioni e sugli altri elementi
irrazionali.
E che cosa rappresenta per la Svizzera
italiana, il fatto di essere parte integrale della Confederazione? Vantaggi
d'ordine politico che nessuno può dimenticare: quasi cinque secoli di pace
ininterrotta; l'esigenza di un certo livello economico di esistenza; una
provata educazione democratica (che si vorrebbe dire frutto d'esperienze
secolari) che è disciplina e anche senso di solidarietà tra le classi sociali,
che in Svizzera non sono separate da abissi come altrove, ma tendono a un
livello di media prosperità; di più, dal punto di vista svizzero, la condizione
del Ticino gli ha conferito l'impegno, e però anche il vantaggio, di essere uno
"Stato", se anche non più interamente sovrano, sempre però
indipendente e largamente autonomo; questo vuol dire, ancor oggi, certa libertà
di movimenti e dovere di emulazione con gli altri "Stati"
confederati, e doveri in genere, obbligo di serio lavoro per sviluppare
istituti civili, raggiungere posizioni materiali, conservare dignità di
Cantone, anzi di "Svizzera italiana".
La comunanza etnica e culturale con la gran madre, l'Italia, oltre a dargli l'orgoglio di un'antichissima e
umanissima civiltà, il ricordo di mezzo secolo di collaborazione al
Risorgimento, gli affida poi delle responsabilità particolari, e dovrebbe
dargli altresì una sensibilità particolare.
Ritiro dalla storia del mondo? La
neutralità
S'è già parlato della nuova politica
di astensione dai conflitti nazionali europei, caratteristici della storia
moderna con le sue lotte di predominio, poi di equilibrio. Nel 1815
l'astensione venne ufficialmente consacrata in un patto internazionale,
riconoscendo le grandi potenze che la neutralità della Svizzera, così come la
sua indipendenza dall'influsso di altre Nazioni, è nel reale interesse
dell'Europa intera. Così la politica che fu seguita dopo Marignano determinò la
vita ulteriore della Confederazione, evitandole per sempre, di poi, d'essere
trascinata nei conflitti nazionalistici e imperialistici che straziarono
l'Europa. "Ex clade salus", dalla disfatta è nata la salvezza
ulteriore per la Svizzera.
La politica di neutralità, concepita all'inizio
quale semplice astensione, s'è poi svolta nel nostro secolo in un senso attivo
e universalmente benefico; del resto, lo aveva già previsto un grande ospite
del Ticino, Carlo Cattaneo, vissuto a Lugano dopo il 1848; in una sua pagina
mirabile per intuizione politica, l'esule milanese preannunciava l'opera
incessante di "costruzione di ponti" tra le nazionalità dell'Europa,
resa possibile dalla nuova politica della Confederazione, di quei ponti che le
guerre dell'imperialismo distruggono brutalmente; è la definizione della
neutralità "attiva", tanto evidente durante la prime e seconda guerra
mondiale, quando la Svizzera fu asilo di innumerevoli perseguitati, di esuli
d'ogni contrada, e aggiunse a tale sua assistenza ai derelitti la protezione
degli interessi di moltissimi Stati del mondo intero, l'assistenza ai feriti,
ai partigiani, ai bambini dell'Europa, senza distinzione di nazionalità.
Grazie alla neutralità, nel 1859
Enrico Dunant concepì il progetto di un'istituzione d'assistenza ai feriti nelle
battaglie, e nel 1864 nacque a Ginevra la Croce Rossa internazionale.
Va finalmente osservato che la neutralità nostra ha caratteristiche sue
particolari: è contrattuale, riconosciuta da noi e dalle potenze che la
codificarono; è perpetua e non occasionale; è armata, cioè protetta dal nostro
esercito, ed è benefica. Essa ha consentito alla Svizzera, fin dai tempi di
napoleone, di conservare intatte e immutate le sue frontiere, unico paese in
Europa a godere di tale privilegio.
I compiti del piccolo Stato
Oggigiorno, nello spazio di
ventiquattr'ore - quanto durò la battaglia di Marignano - si può compiere
almeno quindici volte il giro intorno alla terra; i cosmonauti lo hanno
dimostrato. Ci si domanda, allora: il piccolo Stato neutrale ha ancora una ragione
d'essere e una giustificazione?
Se la si misura a metri quadrati di superficie, la Svizzera è soltanto la
duecentesima parte del Brasile, essa ha soltanto la seicentesima parte della
popolazione della terra. Ai fanatici della carte geografiche e delle statistiche
non è lecito tuttavia d'includere nei loro calcoli certi valori che possono
essere riscontrabili nel piccolo Stato quanto nell'immenso impero (e magari più
e meglio nel primo che non nel secondo).
Indichiamone alcuni. Nel piccolo
Stato, il cittadino può scrutare le vicende della vita statale più
accuratamente.
Egli si sente parte viva dello Stato, perciò assume più
volentieri le sue responsabilità. Non è smanioso di potenza e, invece, è
propenso alla pace e alla comprensione. "Il piccolo Stato - diceva Jacopo
Burckhardt - non ha in fondo nient'altro che la libertà, ma con quella riesce a
equilibrare i vantaggi, addirittura la potenza dello Stato grandioso"; il
filosofo della storia ha ragione. L'Attica antica, la Firenze dei Medici, il
ducato di Sassonia-Weimar che ricorda Goethe e Schiller non erano più vasti né
più popolosi di un nostro Cantone; eppure, videro fiorire dentro i loro confini
una civiltà che nessun impero gigantesco poté eguagliare. Lo storico delle
Costituzioni svizzere, Carlo Hilty, e il presidente Giuseppe Motta hanno più
volte affermato: "A un piccolo Stato un solo orgoglio è possibile:
rivaleggiare con le grandi potenze nell'ardua ricerca della grandezza
morale".
Non è soltanto utile per l'Europa, ma
per il mondo intero, che gli Svizzeri sappiano conservare la loro pace interna,
mostrare l'esempio di una leale collaborazione tra genti di stirpe e di lingua
diversa, far primeggiare l'educazione democratica che è spirito aperto,
abitudine alla discussione e alla tolleranza, rispetto per le opinioni degli
altri. Si è detto "educazione democratica"; lo affermò già Enrico
Pestalozzi, il buon genio della vita elvetica, il confederato più noto nel
mondo: "Senza educazione politica, il popolo che diciamo sovrano è un ragazzo
che scherza col fuoco e mette in pericolo la casa di tutti". E' appunto
nell'educazione alla vita politica e sociale che il grande educatore ravvisava
il contributo spirituale della Svizzera alla civiltà umana.
Se intende compiere codesta missione
educativa, il piccolo Stato non deve conoscere soltanto il diritto
all'esistenza, ma il dovere di lavorare per la vita dell'umanità e per il suo
progresso. Così la nostra Patria potrà conservare il suo volto e il suo valore,
anche nell'avvenire.
Georg Thürer
Guido Calgari

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