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Negli ultimi tempi il nostro Paese si è inaspettatamente
trovato di fronte a pesanti critiche provenienti dall’estero. Da alcuni mesi
a questa parte siamo sommersi da rimproveri, accuse, sospetti e giudizi
sommari a causa del nostro comportamento durante e dopo la Seconda guerra
mondiale. Siamo stati tacciati di disonestà, testardaggine e arroganza.
La reputazione del nostro Paese è messa a repentaglio perché a livello
mondiale viene suscitata l’impressione che la Svizzera si sia arricchita
durante la guerra, ne abbia approfittato e che le banche abbiano cercato per
50 anni di tenere per sé i beni appartenuti alle vittime dell’Olocausto. Con queste accuse si insinua che il benessere svizzero sia
fondato sulla ricettazione e che sia stato possibile solo a scapito di terzi. Si tratta di una critica estremamente grave che mina non
soltanto le basi economiche del nostro Paese, ma anche i nostri fondamenti
etico-morali. Buona parte della nostra popolazione si sente profondamente
scossa e rimette in discussione la propria immagine. Le domande che sorgono
sono molte: perché? Perché soltanto ora e perché proprio la Svizzera, che non
ha partecipato alle deportazioni né ha conosciuto movimenti antisemiti
violenti, e perché proprio noi e non anche altri? Ma anche sul fronte opposto gli interrogativi diventano sempre
più accesi: c’è stato qualcosa di marcio alla base del nostro Stato? La
difesa armata del nostro Paese, con le sue vittime, i suoi sacrifici, le
paure della popolazione durante la Seconda guerra mondiale sono forse stati
inutili, sono forse stati soltanto una facciata per nascondere la
collaborazione fra le potenze politiche ed economiche? Da ultimo, in molti si
chiedono se non stiamo forse pagando oggi per esserci mantenuti in disparte
nella scena internazionale. Secondo buona parte del popolo svizzero, il Consiglio federale
è venuto meno al suo compito di informazione e di chiarezza. Con la presente
dichiarazione non si può certo anticipare i risultati della Commissione di
storici (Bergier)
appositamente istituita o addirittura trarne le debite conclusioni. Lo scopo
che si prefigge oggi è piuttosto quello di contribuire a rendere più
oggettivo un dibattito sinora caratterizzato da aspetti fortemente emotivi e
di rispondere ad alcune domande che preoccupano profondamente popolo e
Parlamento. Agli occhi del Consiglio federale è determinante come e
soprattutto con quale atteggiamento affronteremo le tormentose domande, le
accuse e i giudizi sommari che ci vengono rivolti. Ancora oggi, di fronte al
dramma dell’Olocausto, alle indicibili barbarie del nazionalsocialismo, alla
profondità imperscrutabile delle sofferenze inflitte sul piano fisico e
psicologico, alle conseguenze inconcepibili di una tale distruzione di vite
umane, non ci rimane che chinare il capo e tacere. Un dramma di questa
portata allunga la sua ombra su tutta l’umanità e grava sulla coscienza
universale. Per questo motivo, è per me un vero e proprio bisogno quello di
confrontarci con il passato dando prova di umiltà, rispetto reciproco e
obiettività. Colgo qui l’occasione per ringraziare la comunità ebraica in
Svizzera per aver ampiamente contribuito, con la sua compostezza, a fare in
modo che questa spinosa questione fosse trattata con moderazione e dignità. In un primo tempo, il Consiglio federale, il Parlamento e
l’economia hanno preso troppo poco sul serio le critiche rivolteci e ne hanno
sottovalutato l’importanza. Ci siamo lasciati cogliere di sorpresa, abbiamo
reagito troppo tardi, non sempre nel modo giusto e - di fronte alla
mostruosità di quanto è capitato - non abbiamo saputo dar prova di
sufficiente empatia per il passato degli altri. Ci siamo messi subito sulla
difensiva. Purtroppo, all’estero si è così diffusa l’impressione che la
Svizzera è disposta a riesaminare a fondo il proprio passato e a trarre le
debite conclusioni soltanto se messa sotto pressione. Dobbiamo accettare questa critica, anche se sappiamo che
contiene in sé una buona parte di provocazione. È più che umano voler vedere soltanto le pagine illustri della
propria storia e ignorare quelle oscure. Tuttavia non è ancora troppo tardi
per rileggere quest’epoca cruciale della nostra storia in modo esaustivo,
aperto e autocritico, ma anche con dignità. Oggi, di fronte alle incalzanti
sollecitazioni provenienti dall’esterno, non siamo più liberi di determinare
"se", a partire da quando e con quale passo affrontare i difficili
anni della guerra e quelli immediatamente successivi. Improvvisamente, ci
rendiamo conto di quanto dipendiamo dagli altri e di quanto siamo vulnerabili. Dobbiamo confrontarci con la nostra storia recente non tanto
perché siamo spinti a farlo dall’esterno, ma perché lo dobbiamo a noi stessi.
Dobbiamo accettare il nostro passato così com’è. Il passato non può più
essere cambiato, ma può aiutarci a determinare meglio il nostro presente e il
nostro futuro. Non possiamo né vogliamo congedarci da questo secolo con i
sentimenti di insicurezza, astio o vergogna che oggi animano molti dei nostri
concittadini. Sarebbe un’ipoteca che graverebbe ineluttabilmente sulle
decisioni del prossimo secolo. Il modo in cui ci confronteremo con il nostro passato dipende
da noi, popolo e autorità della Svizzera. Nessun altro può farlo al nostro
posto. Ora intendiamo prendere in mano - anche se in ritardo - questo
processo, in parte forse anche doloroso, con una franchezza priva di riguardi,
ma anche con dignità, autostima e rispetto delle difficili circostanze in cui
i nostri predecessori si ritrovarono a decidere. Per farlo abbiamo la
possibilità di scegliere tra due strade: una ci unisce, l’altra ci divide,
esponendo il nostro Paese alle lacerazioni che una simile dura prova potrebbe
comportare. La nostra generazione non è responsabile di quanto accadde
allora. Per la sensibilità odierna, la colpa è sempre qualcosa di soggettivo.
Non può esistere una colpa collettiva, né della popolazione svizzera di
allora né di quella attuale. Gli esseri umani possono assumersi
responsabilità solo per azioni per le quali, viste le conseguenze, esistono
anche alternative. Risulta dunque chiaro che noi, oggi, siamo responsabili, ma
siamo responsabili solo del modo in cui trattiamo il passato e interagiamo
con la storia. Il nostro dovere di comunità nazionale è quello di rendere
possibile il ricordo e di mantenerlo vivo. Il ricordo ci aiuta a capire e a
impedire che agli errori eventualmente commessi vada ad aggiungersi
l’ingiustizia dell’oblio e dell’indifferenza. Non può esistere alcun dubbio
in proposito: il ritorno dell’ingiustizia si alimenta anche di silenzio e del
sonno delle coscienze. Non dobbiamo per questo riscrivere da capo l’intera storia
della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale. Oggi molti avvenimenti
sono infatti incontestabili: ·
la maggior parte del nostro popolo era pronta a
sacrificarsi e intendeva resistere alla scellerata, violenta e barbarica
ideologia del Terzo Reich; era inoltre disposta a difendere
incondizionatamente la libertà e la democrazia; ·
il nostro Paese offrì protezione, per un periodo più o
meno lungo, a circa 300 000 stranieri, contribuendo a salvare numerose vite
umane; ·
con i mezzi più disparati, le nostre autorità
intendevano innanzitutto preservare la Svizzera dalla guerra e garantire la
sopravvivenza del nostro popolo. Tutti noi sappiamo che questa politica è
stata coronata dal successo e che le ragioni di questo successo consistono in
un mescolarsi di resistenza e capacità di adattamento. Sarà la Commissione di
storici a esaminare in dettaglio tutti i mezzi impiegati allora e a definire
se furono legittimi e inevitabili. Ricordo che uno dei più grandi conoscitori
della situazione dell’epoca, sir Winston Churchill, che quegli avvenimenti
visse, nel dicembre del 1944 formulò un giudizio positivo: "Cosa importa
sapere se la Svizzera fosse in grado di accordarci i vantaggi commerciali da
noi auspicati o se, per assicurare la sua esistenza, abbia fatto troppe
concessioni alla Germania? E` rimasta uno Stato democratico che dalle sue
montagne ha difeso la sua libertà. Nonostante la sua appartenenza culturale,
ha condiviso in gran parte le nostre idee". In breve: anche se
non si dovessero conoscere i fattori ultimi che decisero della salvezza della
Svizzera durante il secondo conflitto mondiale, noi oggi non dobbiamo
vergognarci di essere stati risparmiati dalla guerra. Ogni Paese pensò
innanzitutto ai propri interessi. Questo diritto spettava anche a noi: noi
avevamo il diritto di sopravvivere.
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Le conclusioni della Commissione furono
rigorose ed impietose, e suscitarono emozioni contrastanti e sconcerto nella
popolazione elvetica.
Qualcuno, indignato, accusò il Parlamento di autolesionismo per avere -
all'unanimità - costituito questa commissione di indagine, altri, i più,
mostrarono l'orgoglio, dei forti e degli onesti, di appartenere ad una Nazione,
forse l'unica al mondo, capace di scandagliare impietosamente il proprio
passato senza pudori e vergogne, nello spirito indicato dal Presidente della
Confederazione Arnold Koller.
Qualcun altro, in Svizzera, ricordò che, se è ben vero, che la Germania si dissociò
dal proprio passato, rinnegandolo, mai costituì una imparziale commissione di
indagine, limitandosi ad accusare dei crimini e delle nefandezze Adolf Hitler,
quasi che questi non fosse il Capo del governo della Germania.
E ricordò che pure l'Italia si comportò
similmente, dando la responsabilità della politica razziale antisemita, delle
guerre, dei crimini di guerra (l'uso dei gas, in Libia, da parte del gen.
Graziani, le atrocità nei Balcani durante la II Guerra mondiale, ecc.) al Capo
del governo, Benito Mussolini, duce del fascismo.
Che nelle piazze gli Italiani
rispondessero "cannoni" alla domanda di Mussolini "burro o
cannoni", e che costui fosse stato osannato per ventanni, pare che tutti se ne siano dimenticati!
«I popoli che dimenticano la loro storia - ha sottolineato Josep Borrell, presidente del Parlamento dell'Unione europea (27 gennaio 2005) - sono condannati a ripeterla».
Di seguito l'intervento del Prof. Jean-François Bergier, presidente della CIE
alla conferenza-stampa del 22 marzo 2002, testo pubblicato sul sito ufficiale
del Governo svizzero. Sito ufficiale
Eccoci all'ultimo incontro tra voi e la
CIE, che d'altronde non esiste più dal dicembre scorso. I suoi membri sono
orgogliosi di potervi presentare la sintesi finale del loro impegno, pubblicata
simultaneamente in quattro lingue. L'incontro ci offre però anche l'occasione
di ringraziare la stampa svizzera ed estera e l'opinione pubblica che hanno
accompagnato il nostro lavoro con notevole senso critico. Nel corso degli
ultimi cinque anni, s'era instaurato un vero e proprio dialogo. Se, a volte, è
un po' mancata la serenità di cui avremmo gradito vederci attorniati, ciò
dipende dal fatto che la posta in gioco dava vita a emozioni contrastanti,
segni evidenti, a loro volta, dell'importanza e della necessità del compito che
ci era stato affidato. Sia come sia, la CIE ha comunque saputo preservare la
propria indipendenza in ogni circostanza. Quattro sono gli obiettivi perseguiti
dalla sintesi che oggi vi consegniamo:
Riprendere e riassumere i risultati di tutte le nostre indagini, esposti nei 25
volumi di studi, contributi alla ricerca e perizie giuridiche, onde rendere
tali risultati più facilmente accessibili a tutti ed evidenziare i più
significativi.
- Adempiere al vero senso di un lavoro
di sintesi, sforzandosi di mostrare il grado e il modo in cui i vari aspetti
studiati interagiscono, venendo a formare un corpo unico, complesso, ma
indissociabile: il tutto dà senso alle parti.
- Situare i dati da noi portati alla luce nel loro contesto nazionale e
internazionale, in un clima, in un sistema di valori e di riferimenti o,
piuttosto, in sistemi contrapposti, il cui scontro avvenuto tra il 1933 e il
1945 generò la tragedia.
- Ricordare, infine, i limiti contro
cui cozza la nostra impresa, ciò che non siamo stati in grado di risolvere, per
mancanza di fonti o del tempo necessario a trarre profitto di tutti i dati di
cui disponevamo; in questo senso, essa apre prospettive a future ricerche.
Nei suoi 5 anni di vita, la CIE ha profuso gran parte delle proprie energie
nelle ricerche d'archivio, in fondi pubblici e soprattutto privati. Pochi mesi
sono quindi rimasti per la redazione, la traduzione e la pubblicazione del
Rapporto finale, avvenute inoltre in condizioni materiali insolite e scomode,
di cui porta responsabilità il Consiglio federale. Per questi motivi, il libro
non ha tutta la perfezione formale che avremmo desiderato. La fretta traspare
nella redazione e nelle traduzioni, dove non mancano le ridondanze, persino
lievi contraddizioni nella valutazione di uno stesso fatto ad opera di autori
diversi. L'accordo di Washington del 1946, per esempio, è visto nel capitolo 2
come un relativo insuccesso della diplomazia svizzera e nel capitolo 7 come un
successo della stessa. : è una questione di punto di vista, come nel caso del
bicchiere che per una persona è mezzo pieno e per l'altra mezzo vuoto...Simili
dissonanze secondarie sono inerenti ad un lavoro collettivo. Abbiamo preferito
accettare questi difetti e rispettare le scadenze di consegna, piuttosto che
accumulare ritardi nel rincorrere una perfezione forse illusoria.
Guardando al fondo delle cose, mi preme
sottolineare ciò che ritengo essenziale: questo testo, in gran parte scritto
personalmente dai membri della CIE, che l'hanno inoltre ampiamente discusso e
modificato prima di approvarlo, è sostenuto all'unanimità dalla Commissione.
Non c'è voluta nessuna procedura particolare per appianare opinioni
contrastanti: tutti noi assumiamo la responsabilità per tutto quanto viene
esposto nel Rapporto. Ovviamente, se ognuno avesse avuto la libertà di scrivere
da solo questa sintesi, si sarebbe espresso in modo diverso. Non eravamo sempre
dello stesso parere sulla forma da adottare per raccontare i fatti ed esporre
la loro interpretazione, ma siamo sempre riusciti a trovare un compromesso che,
mi sembra, non toglie nulla alla credibilità dell'enunciato, anzi! Per quanto
riguarda invece la sostanza dell'opera, la sua struttura e le conclusioni che
vi si traggono, siamo tutti d'accordo.
Voi sapete che l'incarico ricevuto non
esigeva da noi una storia generale della Svizzera al tempo del
nazionalsocialismo e oltre quegli anni. Ci imponeva solo di chiarire alcuni
punti controversi o poco noti di quella storia, gli aspetti che sembravano
indicare come la Svizzera, cioè i suoi dirigenti politici ed economici,
avessero in parte abdicato alle loro responsabilità.
Effettivamente, siamo giunti alla conclusione che in tre campi l'assunzione
delle proprie responsabilità è stata carente, addirittura molto carente.
Primo campo: la politica d'asilo della
Confederazione e dei cantoni. Si tratta di gran lunga della questione più
delicata, poiché riguarda la vita di migliaia di esseri umani. Al pari di
parecchi storici che l'hanno preceduta, la CIE ha dovuto constatare che questa
politica fu troppo restrittiva e che lo fu inutilmente. L'incertezza riguardo
alle cifre e le speculazioni che ne decorrono non cambiano una virgola a
quest'affermazione: moltissime persone in pericolo di vita furono respinte
senza motivo; altre furono accolte, ma non sempre se ne rispettò la dignità
umana. Il coraggio di alcuni cittadini, il loro senso della giustizia e il
generoso impegno di ampie cerchie della popolazione hanno un po' mitigato la
politica ufficiale, senza però poterne mutare il corso. Eppure, le autorità erano
al corrente del destino che attendeva le vittime, e sapevano pure che un
atteggiamento più flessibile e generoso non avrebbe avuto conseguenze
insopportabili né per la sovranità del paese né per le condizioni di vita della
popolazione, per precarie che fossero. Ciò ci impedisce di lasciar cadere
l'affermazione, forse provocatoria nella forma, ma rispettosa della realtà, che
la politica delle autorità svizzere ha contribuito alla realizzazione del più
atroce obiettivo nazista, quello dello sterminio.
Secondo campo: gli accomodamenti con le
potenze dell'Asse consentiti dallo Stato e da una parte dell'economia privata.
Questa è una questione ostica, poiché nessuno può dubitare della necessità di
arrivare a dei compromessi, senza i quali si rischiava il tracollo politico ed
economico della Svizzera. Paradossalmente, un certo grado di cooperazione
economica con il regime nazista funse da elemento di resistenza all'influsso
dalla potenza tedesca e s'inserì nel dispositivo di difesa nazionale. A quel
tempo era difficile valutare qual era il punto oltre cui ci si sarebbe spinti
troppo lontano. Ora, noi mostriamo che in effetti si andò spesso troppo
lontano, sia a Berna che nelle sedi di certe imprese; certe, ma non tutte, il
che rivela che esistevano margini di manovra, i quali furono però individuati e
utilizzati in modo diverso, troppo poco sistematicamente. Le nostre ricerche
non hanno portato alla luce nessun caso di cooperazione per motivi ideologici o
per simpatia verso il regime nazista, né da parte di organi statali né da parte
dell'industria. Talune imprese vi hanno visto un'opportunità di guadagno, altre
una condizione per sopravvivere - al pari della Confederazione stessa, del
resto. Tuttavia, tale collaborazione ha avuto per effetto di ledere il rigoroso
rispetto della neutralità. Una neutralità che empiva la retorica ufficiale, che
legittimava azioni a volte scabrose o il rifiuto d'agire. Uno slogan multiuso,
ma che permise distorsioni dei doveri imposti dal diritto di neutralità, le più
palesi delle quali furono il cosiddetto credito del miliardo, la fornitura di
materiale di guerra statale, il controllo insufficiente del traffico
ferroviario tra la Germania e l'Italia.
Terzo campo di responsabilità mal
gestita: la questione delle restituzioni nel dopoguerra. Né la Confederazione,
attraverso disposizioni legali insufficienti e inadeguate né le imprese
private, le banche, le assicurazioni, i fiduciari, le gallerie d'arte o i musei
non hanno adottato con la dovuta serietà e tempestività le misure che s'imponevano,
onde permettere a tutti gli aventi diritti di rientrare in possesso dei loro
beni. Questa mancanza non dipese da malevolenza, dall'intenzione di arricchirsi
a spese delle vittime, ma soprattutto da negligenza, dalla mancata percezione
di un problema ritenuto in fondo marginale; oppure dal desiderio di conservare
intatti i vantaggi derivanti dalla strategia della discrezione, specialmente
quelli del segreto bancario. Questa politica ha creato i cosiddetti "averi
in giacenza" ed è all'origine delle rivendicazioni e dei problemi legati
alla propria immagine e alla propria storia, che la Svizzera s'è vista
costretta ad affrontare in questi ultimi anni, avendoli trascurati quando
sarebbe stato il momento di risolverli.
Le questioni appena esposte non sono le
uniche che abbiamo cercato di chiarire. Ad esse se ne allacciano altre, per
esempio l'impiego di 11'000 lavoratori forzati nelle imprese svizzere in
Germania, l'occultamento di interessi tedeschi e italiani, il transito di fondi
nazisti (e di criminali in fuga) e l'elenco potrebbe continuare.
D'altro canto, le risposte fornite a
queste questioni non sono né complete né definitive. La ricerca deve
proseguire.
D'ora innanzi, non potrà fare a meno di
superare gli stretti orizzonti nazionali, di organizzarsi a livello mondiale.
Poiché la maggior parte dei campi del nostro legittimo interesse oltrepassa le
frontiere, sfugge alle prospettive limitate dei singoli Stati implicati. la CIE
non c'è più, ma i suoi membri sì; essi veglieranno a che lo slancio preso qui e
altrove non si esaurisca.
Composizione della Commissione
La
Commissione ha carattere internazionale.
Essa
si compone di un Presidente, di quattro membri svizzeri e di quattro membri
stranieri Gran Bretagna, Israele, Polonia e Stati Uniti), tutti eletti ad
personam per le loro competenze specifiche.