28 Luglio, 2016

Allocuzione di Flavio Cotti Presidente della Confederazione in occasione della Festa nazionale del primo agosto 1998

È per me motivo di vera gioia potermi rivolgere stasera a voi, qui a Lugano (nell'”alma Lugano, tutta ricinta di grazia”, come poeticamente diceva Giuseppe Motta il 1.° agosto del 1921), in veste di Presidente della Confederazione. La gioia è tanto più sincera in quanto celebriamo quest’anno una festa nazionale del tutto particolare, a 150 anni dalla fondazione del moderno Stato federale. Un anniversario sul quale ho già avuto più volte occasione di esprimermi nei mesi scorsi. Oggi metterò quindi l’accento sull’altro anniversario che viene a cadere quest’anno: i due secoli che ci separano dai fatti del 1798, preludio alla nascita del nostro Ticino libero e indipendente.
1798, 1848: due date fondamentali per la storia della nostra Patria. Ci fanno ricordare con commozione i nostri avi che hanno posto le basi dapprima, poi costruito pietra dopo pietra la nostra casa comune. Della quale siamo semplicemente fieri senza cadere nella presunzione.
A voi tutte e tutti che mi ascoltate a Lugano, a voi che seguite il Presidente della Confederazione attraverso radio e televisione, a tutte le concittadine e a tutti i concittadini in Svizzera e all’estero auguro una lieta, serena serata del 1.° agosto. Vi auguro di saper coniugare gioia e riflessione, in uno spirito di apertura e solidarietà. E saluto qui a Lugano anche i nostri graditi ospiti stranieri che guardano con sincera simpatia al nostro Paese.

2. Liberi e Svizzeri

Signore e Signori, conosciamo tutti gli avvenimenti del 15 febbraio 1798: quando fra le 5 e le 6 del mattino i Cisalpini provenienti da Campione approdarono nei pressi della foce del Cassarate e subito dopo irruppero a Lugano attraverso la porta di S. Rocco, le campane della città suonarono a stormo strappando i cittadini ai loro letti.
Nonostante la strenua difesa da parte del Corpo dei volontari, gli invasori si spinsero in breve tempo fino al Grande Albergo (successivamente Albergo Svizzero), sede dei delegati svizzeri Stockmann e de Buman.
Tuttavia poco dopo essi vennero sorpresi dalla popolazione nel frattempo destatasi.
Dovettero deporre le armi e poterono ritirarsi soltanto perché in cambio lasciarono liberi i loro prigionieri.
Per la popolazione fu come uno scossone improvviso.
Una grande folla si riunì dinanzi all’Albergo e fu dichiarato terminato il regime di sudditanza.
Cosa avvenne in quel pomeriggio di febbraio a Lugano è noto e magnificamente illustrato nell’ esposizione che abbiamo inaugurato oggi pomeriggio.
Gli avvocati Pellegrini e Stoppani irruppero nell’Albergo chiedendo libertà per gli Svizzeri, come essi li chiamavano.
Poco dopo il Consiglio provvisorio di Lugano descrisse agli Stati federali gli eventi del giorno con le seguenti parole cariche di emozione: „Pieno di fiducia tutto il Popolo si eletrizza, vola da’ Signori Rappresentanti, li prega di voler aderire alla Proclamazione della sua Libertà, ne ottiene l’adesione e la proclama”.

Anche se, come sarebbe emerso in seguito, tra la popolazione non regnava certo la piena unanimità e sebbene i rappresentanti della Confederazione non riuscissero a trovare un accordo sul modo con cui affrontare questi nuovi moti, una cosa fu ben presto chiara: quanto era accaduto in quei giorni a Lugano innescò un movimento liberatorio inarrestabile che contagiò l’intero Paese.
Il movimento che permise al Ticino di raggiungere l’indipendenza e la parità con tutti gli altri Cantoni svizzeri partì dunque proprio da qui, da questa città di Lugano.
La lunga signoria dei balivi, durata tre secoli, fu liquidata a Lugano. Ma qui fu anche posta la pietra definitiva del Ticino integrato nella Patria elvetica, e di quella collaborazione che qualche anno dopo portò alla nascita del nostro Cantone così come lo conosciamo oggi.
Gentili Signore e Signori, sappiamo tuttavia che tempi molto difficili aspettavano ancora i Ticinesi
I progressi che il Cantone libero realizzò in seno alla Patria Svizzera appaiono per molti di noi oggi una cosa ovvia.
E troppo sovente dimentichiamo che chi ci ha preceduto li ha resi possibili spesso a durissimo prezzo.
Che anche per il nostro popolo la parola “progresso” ha celato dolore, duro lavoro e grandi affanni.
Termini come povertà, epidemie, emigrazione, fanno parte dell’intima storia nostra e delle nostre famiglie.
Anche questo dobbiamo ricordare il 1.
° agosto.

3. Il Ticino – singolarmente svizzero

Signore e Signori, ciò che ebbe inizio nel 1798 e si consolidò nel 1803 portò, nonostante le ricadute e gli ostacoli, alla prima Costituzione federale moderna del 1848 e quindi a un Ticino definitivamente equiparato a tutti gli altri Cantoni.
Anche il 1848 fu una straordinaria conquista, della quale possiamo veramente andare fieri, come Ticinesi e come Svizzeri.
Infatti, diversamente da molte altre regioni di questo continente, siamo riusciti a formare un Paese multietnico che non interpreta la nazionalità come espressione d’una comune cultura d’origine ma piuttosto come espressione d’una comune volontà politica.
Con l’apparizione di un Cantone libero e indipendente di lingua italiana prese forma la “terza Svizzera”; parte, assieme al Grigioni italiano, di un Paese nel quale ogni stirpe gode di pari diritti ed opportunità.

Questo almeno sulla carta, come principio, come dettato fondamentale della nostra Costituzione, voluta dal popolo svizzero. Ecco quindi questa sera il Presidente della Confederazione, nella più importante città elvetica di cultura italiana rivolgersi a tutti i suoi connazionali nella sua lingua italiana, nella lingua di una piccola minoranza di questo Paese. Multilinguismo, multiculturalità: valori essenziali, caratteristici della nostra Patria. Tuttavia, care concittadine e cari concittadini, non possiamo limitarci a citare questi valori e riferirci alle disposizioni della nostra Costituzione. Proprio come rappresentanti della minoranza italofona sappiamo bene quanto lungo sia ancora il cammino sulla via di una pratica reale, effettiva, quotidiana del nostro multilinguismo. Alcuni decenni orsono, in particolare negli anni precedenti il secondo conflitto mondiale, molti vedevano nella battaglia per la conservazione in loco delle lingue latine il compito storicamente prioritario dei rappresentanti di queste lingue minoritarie. Oggi noi consideriamo il problema in modo almeno in parte diverso. E questa diversità c’illumina sul cammino positivo che nonostante tutto fu percorso nei decenni passati. Nessuno oggi dubiterebbe più della solidità delle radici culturali ad esempio della Svizzera italiana. Lugano è il simbolo della nostra appartenenza a questa grande cultura europea. Dicevo: il nostro compito va ben oltre la concezione che ho indicato poc’anzi, si tratta di provvedere non più soltanto alla vitalità di una lingua e di una cultura sul suo territorio, bensì di promuovere la presenza delle lingue nazionali fuori dai confini d’origine, su tutto il territorio del Paese. Perchè multilinguismo in Svizzera non può significare soltanto l’esistenza, una accanto all’altra, di aree linguistiche diverse. E non sono l’unico a pensarla così.

Friedrich Dürrenmatt il 1° agosto 1967 parlò sui rapporti tra i gruppi linguistici: «Il rapporto non è buono, anzi di per sé non esiste alcun rapporto
Abitiamo gli uni accanto agli altri, ma non insieme. Quel che manca è il dialogo, il colloquio, la curiosità reciproca, l’informazione».
Nonostante qualche progresso -penso in particolare alla recente adozione, da parte del popolo, del nuovo articolo costituzionale sulle lingue per il quale mi battei negli ormai lontani anni che trascorsi al DFI- molte cose rimangono da realizzare: per esempio nel campo dell’insegnamento delle lingue nazionali, in particolare di quelle minoritarie, come l’italiano, nelle scuole del Paese. Qui sono chiamati alle loro responsabilità i nostri Cantoni. Se il multilinguismo in Svizzera vuol essere realtà vissuta, ciò deve significare un apprendimento adeguato delle lingue nazionali accanto all’inglese, lingua universale. Ma altre cose ancora rimangono da realizzare: nel campo della presenza dei media della Svizzera italiana oltr’alpe; per quel che riguarda la presenza di rappresentanti delle minoranze nelle cariche pubbliche e private importanti; per quel che attiene alle comunicazioni ufficiali dello Stato federale ai cittadini delle regioni minoritarie, e così via. Care concittadine, cari concittadini, per l’identità di noi Svizzeri e per il futuro stesso del nostro Paese è di somma importanza realizzare che la coscienza del carattere multiculturale della Svizzera è sincera e soprattutto è vissuta. Che non si tratta unicamente di una professione di fede formale. I discorsi del 1.° agosto che magnificano la multiculturalità del nostro Paese non si contano più. Ma essi servirbbero a ben poco se durante il resto dell’anno nella vita concreta di tutti i giorni queste elementari esigenze nei rapporti fra maggioranze e minoranze fossero dimenticate.
Ma non c’è soltanto la lingua. In questi due secoli il Ticino ha saputo sottrarsi anche economicamente all’inedia che 300 anni di regime dei landvogti gli avevano inculcato.

Il nostro popolo è uscito dalla situazione di atavica povertà alla quale sembrava condannato per l’eternità. E tuttavia la differenza economica fra questa regione e altre regioni periferiche per rapporto alle zone più ricche e influenti del Paese resta importante, resta eccessiva. Di questo fossato i tassi di disoccupazione non sono che un indicatore evidente. La Costituzione federale che commemoriamo quest’anno va dunque vista anche nell’ottica della necessità di garantire relazioni economiche e finanziarie giuste ed equilibrate fra le regioni del Paese. Come la salvaguardia del nostro Stato sociale rappresenta un fondamento primordiale per la coesione fra gli svizzeri, così un migliore equilibrio regionale appare, esso pure, requisito importante per sereni rapporti interni nel Paese. Una condizione necessaria ad una coesione interna che non è, ricordiamolo, un dono caduto dal cielo, ma uno stato da conquistare giorno dopo giorno.

Così, care concittadine e cari concittadini, noi commemoriamo quest’anno la rivoluzione veramente copernicana che si realizzò per il Cantone Ticino qui a Lugano due secoli fa; e anche l’altra rivoluzione, altrettanto fondamentale, che i nostri padri offrirono alla Svizzera con la Costituzione del 1848. Oggi possiamo affermare senza la minima ombra di dubbio: in quegli anni decisivi furono poste le basi per la crescita, per lo sviluppo, per il successo del nostro Ticino e della nostra Svizzera. Noi tuttavia non possiamo limitarci a contemplare gli indiscutibili successi del passato. Commemorare deve sempre anche significare discernere la realtà attuale, progettare il futuro. Stasera qui a Lugano ho voluto in particolare ricordare due temi attualissimi: quello del multilinguismo e quello dell’equo rapporto fra le regioni del Paese. Ma è chiaro che altre sfide fondamentali attendono la Svizzera. Penso, e qui parla il Ministro degli esteri, alle nostre relazioni internazionali, dalle quali dipenderà sempre di più il benessere di tutte e tutti noi. E fra queste relazioni internazionali, alla necessità sempre più evidente di essere presenti a parte intera e di avere voce in capitolo nello sviluppo in atto di un’Europa pacifica, benestante e sociale. Penso anche alla concorrenzialità della nostra economia, alla stabilità delle nostre istituzioni sociali, alla serietà dei nostri sforzi in campo ecologico.
Compito della nostra generazione è proseguire il cammino intrapreso dai nostri avi, riconoscendo le circostanze storiche mutate ma fondandoci sui loro stessi valori. E questo compito, in democrazia diretta, tocca indistintamente a tutte le cittadine e a tutti i cittadini. Nessuno può sottrarsi all’impegno di assicurare che domani le generazioni che ci seguiranno provino gli stessi sentimenti di gratitudine e d’orgoglio che sono oggi i nostri.

Signore e Signori, nel settembre di quest’anno ricorre il trentesimo anniversario della morte del consigliere federale Giuseppe Lepori. Permettetemi di concludere con le parole che egli usò per descrivere il comportamento della nostra gente nell’epoca sulla quale oggi ci siamo soffermati. Lepori descrisse le difficoltà e la sofferenza di quei primi anni d’indipendenza e aggiunse: „Eppure il Ticino chiama in aiuto le sue forze profonde, (…), prende piena coscienza della sua vocazione, quale era apparsa profeticamente all’anima dei cittadini luganesi il 15 febbraio 1798, come il repentino sfolgorare del sole fra le nubi squarciate, nell’anelito alla libertà e nella fiducia del suo destino. Animosamente affronta l’avvenire”.

Signore e Signori, vi rinnovo l’augurio di una serena conclusione di questo nostro 1.° agosto.


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