01 dicembre, 2018

Assegnazione della casa, cosa succede quando il figlio diventa maggiorenne

Al raggiungimento del figlio della maggiore età, la madre non perde l’assegnazione della casa. Infatti, il genitore collocatario – che convive con il figlio divenuto maggiorenne – continua a mantenere il diritto all’assegnazione della casa coniugale/familiare. Tuttavia, in certi casi, il padre – proprietario della casa – potrà chiedere di riaverla indietro.

 

Va premesso che non si parla di diritto di assegnazione della casa coniugale alla moglie o al coniuge, né di diritto di assegnazione della casa familiare al convivente more uxorio o al partner, bensì di diritto di assegnazione al “genitore collocatario”, ossia alla madre (o al padre) che vive nella casa insieme ai figli. Quindi – in linea generale – non vi è un diritto di assegnazione della casa alla moglie in quanto coniuge, ma in quanto genitore collocatario e, parimenti, non vi è un diritto di assegnazione al partner in quanto convivente more uxorio, ma in quanto genitore collocatario. Viene pertanto esclusa l’assegnazione della casa coniugale alla moglie in assenza di figli, salvo casi particolari, ad esempio, se nella separazione consensuale o nel divorzio consensuale (divorzio congiunto) i coniugi stabiliscono che la moglie ha un tale diritto. Parimenti viene esclusa l’assegnazione della casa familiare al convivente more uxorio o al partner in assenza di figli, salvo casi particolari, ad esempio, se nell’accordo di convivenza viene consensualmente stabilito che il partner ha un tale diritto.

 

Sia nella separazione e sia nel divorzio, ma anche in presenza di famiglia di fatto, la casa viene assegnata al genitore collocatario, generalmente alla madre che continuerà a vive insieme al figlio minorenne.

 

Al raggiungimento della maggiore età, il genitore collocatario non perde il diritto all’assegnazione della casa, a condizione che il figlio maggiorenne non sia economicamente autosufficiente: ad esempio perché sta ancora studiando o non ha ancora trovato un lavoro che gli consenta di essere indipendente.

 

Presupposto quindi per ottenere, ma anche per continuare a mantenere, l’assegnazione della casa è la presenza di figli minorenni oppure di figli maggiorenni non economicamente autosufficienti.

 

In presenza di figli, ricordiamo brevemente quale sia la funzione principale dell’assegnazione della casa: casa coniugale (se sposati) o casa familiare (se coppia di fatto).

Quando due genitori si separano, indifferentemente che essi siano sposati o semplicemente conviventi more uxorio, è fondamentale che i figli minorenni vengano tutelati. Si cerca, ad esempio, di mantenere intatto il loro ambiente dove vivono: la loro cameretta, gli arredi, le foto, i giochi, ma – più in generale – l’intera casa costituisce per i bambini un luogo che conferisce stabilità e sicurezza, mentre un trasferimento potrebbe costituire un trauma, e per questo si dovrebbe evitare.

 

Anche se poi i bambini crescono, e raggiungono i 18 anni, si ritiene comunque necessario mantenere tale stabilità abitativa: è quindi importante che essi continuino a vivere in quella casa. Ovviamente, tra un bambino, ad esempio, di 5 o 8 anni e un ragazzo di 18 o 21 anni, i motivi e le ragioni di tale scelta sono diverse, tuttavia in entrambi i casi sussiste una esigenza comune, che deve pertanto essere garantita e tutelata.

 

Quando, quindi, i due genitori si separano – legalmente (se sposati, con la separazione e poi il divorzio) o si separano di fatto (conviventi more uxorio) – il criterio per assegnare la casa rimane sempre legato all’interesse primario dei figli.

 

Non rileva di chi sia la proprietà della casa perché la casa viene assegnata al genitore collocatario, ossia al genitore che vive insieme ai figli.

 

Pertanto, può spesso capitare che la casa sia di esclusiva proprietà del padre e che venga assegnata alla madre non proprietaria. Lo stesso dicasi qualora entrambi i coniugi (o conviventi) siano proprietari al 50% dell’immobile, in quanto il criterio rimane sempre lo stesso, ossia che la casa sia assegnata al genitore collocatario.

 

È inoltre irrilevante, ai fini dell’assegnazione, la presenza di un mutuo: pertanto il padre che sia proprietario esclusivo della casa coniugale (o familiare) dovrà continuare a pagare per intero le rate del mutuo nonostante nella casa viva la madre insieme ai figli. È però altrettanto vero che, non solo – e soprattutto – ciò andrà a beneficio dei figli (in quanto collocati presso il genitore ritenuto per loro più idoneo), ma comunque il pagamento di un mutuo costituisce pur sempre una forma di accumulo patrimoniale: quando il padre venderà in futuro la casa di sua esclusiva proprietà otterrà l’intero prezzo, ossia riotterrà i soldi versati.

 

Discorso un po’ più complesso riguarda, invece, il caso in cui vi sia un mutuo e l’immobile sia in comproprietà al 50% tra i coniugi (o conviventi). Occorre qui fare una distinzione: se, infatti, agevole risulta il calcolo patrimoniale quando entrambi pagano a metà la rata del mutuo, discorso differente si ha quando il mutuo viene pagato solo da uno (e non anche dall’altro), in tal caso sarà infatti necessario adottare delle azioni correttive.

 

Esistono dei casi in cui può venire meno il diritto della madre all’assegnazione, e quindi il padre, che sia proprietario, può chiedere di tornare in possesso dell’immobile. I provvedimenti che assegnano la casa non sono infatti definitivi, e – se sussistano determinate condizioni – possono sempre essere modificati. Essi tuttavia non si modificano in automatico, ma è necessario che il padre faccia una specifica domanda.

 

Ci si potrà eventualmente rivolgere ad un avvocato che valuti la situazione specifica al fine di procedere con la modifica delle condizioni di separazione, o con la modifica delle condizioni di divorzio oppure con la modifica delle regolamentazioni in caso di figli nati da genitori non sposati.

 

Quando la madre perde l’assegnazione della casa coniugale o familiare:

 

Come ricordato sopra, il genitore può perdere il diritto all’assegnazione della casa, quando il figlio maggiorenne è diventato economicamente autosufficiente.

 

Inoltre, il genitore può perdere il diritto all’assegnazione, qualora il figlio maggiorenne, non economicamente autosufficiente, non continui gli studi e non cerchi un lavoro oppure, terminati gli studi non si attivi per trovare un lavoro. Non è necessario che subito lo trovi effettivamente, si sa quale sia in Italia la difficoltà per i giovani soprattutto a causa dell’alto tasso di disoccupazione, ma quantomeno si pretende che il figlio si attivi fattivamente: iscrivendosi, ad esempio, alle liste di collocamento, rivolgendosi alle agenzie interinali, inserendo annunci di lavoro nei siti internet specializzati e rispondendo alle offerte di lavoro, inviando curricula vitae ed andando ai colloqui di lavoro. In caso contrario, l’altro genitore – generalmente il padre – potrà domandare al Tribunale di accertare tale atteggiamento disinteressato del figlio, e come tale non meritevole di tutela, chiedendo al Tribunale non solo il venir meno del diritto all’assegnazione della casa ma, in certi casi, anche del diritto di mantenimento.

 

Il genitore può altresì perdere il diritto all’assegnazione, quando il figlio che ha raggiunto la maggiore età, ma non sia ancora economicamente autosufficiente, decida di non abitare più in quella casa. Ad esempio, perché va a studiare all’Università di un’altra città o all’estero, andando quindi a vivere in un’altra casa, cessando la convivenza con il genitore collocatario. Occorre tuttavia fare una precisazione, soprattutto quando si tratti di andare a studiare in un’altra città. Può infatti accadere che, per questioni logistiche, il figlio si fermi solo temporaneamente a dormire nell’altra città sede di Università, magari affittando una stanza, ma poi ritorni durante il weekend a casa dal genitore, rimanendovi anche a dormire. In tal caso, si potrebbe sostenere che non sia cessata la convivenza con il genitore rimanendo la casa, per il figlio, il centro principale dei legami affettivi e, a certe condizioni, anche il centro delle proprie relazioni sociali (frequenta gli amici più stretti), delle relazioni sentimentali (ha il/la fidanzato/a) e la stessa città sia rimasta il centro dei suoi interessi (frequenta dei corsi, un club, la palestra ecc.).

 

Può inoltre perdere il diritto all’assegnazione della casa, il genitore che si risposa, o che inizi una stabile convivenza more uxorio, o che cessi di abitare stabilmente nella casa perché, ad esempio, per motivi di lavoro si trasferisca definitivamente in un’altra città. Sarà comunque opportuno fare degli accertamenti, ad esempio, per verificare che la relazione abbia carattere di stabilità e serietà, o che la residenza non sia solo anagrafica ma anche effettiva, tenendo poi conto dell’esistenza di eventuali altri concorrenti aspetti.

 

Infine, in caso in cui il genitore collocatario perda il diritto all’assegnazione della casa, bisogna distinguere il caso in cui l’immobile sia di esclusiva proprietà di un solo coniuge (o convivente), da quello in cui sia in comproprietà, generalmente al 50% con l’altro. Nel primo caso, infatti, il coniuge (o convivente) tornerà nel pieno possesso della casa di cui potrà disporne liberamente, anche qualora il figlio continui a vivere nella casa. Nel secondo caso, ossia qualora la casa sia in comproprietà, i coniugi (o conviventi) dovranno trovare un accordo sul bene in comproprietà, ad esempio, uno potrà acquistare la quota dell’altro oppure potranno decidere di mettere in vendita l’appartamento dividendo a metà il ricavato. Se tuttavia non si dovesse trovare un accordo sarà necessario valutare una divisione giudiziaria, attraverso un’apposita domanda al Tribunale.


Per contattarci clicca qui