28 Luglio, 2016

Capitolazioni

Truppe svizzere al servizio di Monarchie europee

La tradizione militare del popolo dei Cantoni ha radici profonde e lontane: «… Gli Elvezi superano con il loro coraggio tutti gli altri popoli Galli, combattendo una guerra senza tregua contro i Germani, volta ora a difendere le proprie frontiere, ora a superarle di slancio…, in effetti, una popolazione numerosa, la gloria delle armi, il loro coraggio rendono angusto un paese, che misura appena 240’000 passi di lunghezza per 14’000 di larghezza…».
Così scriveva Giulio Cesare nel 58 a. C., aggiungendo che nella lunga ed incerta battaglia della Borgogna: «… Dalla settima ora fino a tarda sera, nessun Elvezio fu mai visto volger le spalle…» [1].

Pure il grande storico latino, Tacito, aveva detto: “Gli helvetii sono un popolo di guerrieri, famoso per il valore dei suoi soldati.”
Forti di questa esperienza, gli Elvezi rientrati nel loro paese si mescolarono ai Romani e continuarono a fornire all’Impero valorosi contingenti ampiamente impiegati nell’aspra lotta contro i Barbari, i quali incalzavano senza sosta alle frontiere.
Questa tradizione militare venne ulteriormente sviluppata nei secoli successivi, fino a divenire una delle fonti principali di sostentamento in un paese scarsamente dotato di ricchezze naturali.
Machiavelli cita il valore degli Svizzeri (Il Principe, Capitolo 12*) quando auspica che venga dismessa, nelle Signorie italiane, l’abitudine di usare truppe mercenarie, ed il Principe si doti di un proprio apparato militare, ritenendo esservi correlazione tra forza e libertà, ed auspica, (“Dell’arte della guerra”, Libro terzo**), che si voglia imitare il comportamento degli Svizzeri per reprimere la codardia.
(*) E per esperienza si vede i principi soli e le repubbliche armate fare progressi grandissimi, e l’armi mercenarie non fare mai se non danno; e con più difficultà viene all’ubbidienza di un suo cittadino una repubblica armata di armi proprie, che una armata di armi forestiere.
Stettero Roma e Sparta molti secoli armate e libere.
I Svizzeri sono armatissimi e liberissimi.
(**) ….. ed imitare i Svizzeri, i quali non schifarono mai giornata sbigottiti dalle artiglierie; anzi puniscono di pena capitale quegli che per paura di quelle o si uscissero della fila o facessero con la persona alcuno segno di timore.
ure lo storico Francesco Guicciardini, il più grande genio della storiografia italiana con Machiavelli, e che muore nel 1540, scrive sugli Svizzeri le sue impressioni, che dovevano essere le conoscenze più comuni per allora, formulando una descrizione analoga:
“Sono i Svizzeri quegli medesm che dagli antichi si chiamavano Elvezii, generazione che abita nelle montagne più alte di Giura, dette di san Claudio, in quelle di Briga e di san Gottardo; uomini per natura feroci, rusticani, e per la sterilità del paese più tosto pastori che agricoltori. Furono già dominati da’ Duchi di Austria; da’ quali ribellatisi, già è grandissimo tempo, si reggono per loro medesimi, non facendo segno alcuno di ricognizione nè agl imperatori nè a altri principi. Sono divisi in tredici popolazioni, essi li chiamano Cantoni; ciascuno di questi si regge con magistrati, leggi e ordini proprii. Fanno ogni anno, o più spesso secondo che accade di bisogno, consulta delle cose universali; congregandosi nel luogo il quale, ora uno ora l’altro, eleggono i deputati di ciascuno Cantone: chiamano, secondo l’uso di Germania, queste congregazioni diete; nelle quali si delibera sopra le guerre, le paci, le confederazioni, sopra le dimande di chi fa istanza che gli sia conceduto, per decreto pubblco, soldati o permesso a’ volontari di andarvi, e sopra le cose attinenti allo interesse di tutti. Quando per pubblico decreto concedono soldati, eleggono i cantoni medesimi tra loro uno capitano generale di tutti, al quale con le insegne e in nome pubblico si dà la bandiera. Ha fatto grande il nome di questa gente, tanto orrida e inculta, l’unione e la gloria delle armi, con le auli, per la ferocia naturale e per la disciplina dell’ordinanze, non solamente hanno sempre valorosamente difeso il paese loro, ma esercitando fuori del paese la milizia con somma laude: la quale sarebbe stata senza comparazione maggiore se l’avessino esercitata per lo imperio proprio, e non agli altri stipendii e per propugnare lo imperio di altri, e se più generosi fini avessino avuto innanzi agli occhi, a’ tempi nostri, che lo studio della pecunia; dall’amore della quale corrotti, hanno perduta l’occasione di essere formidabili a tutt l’Italia, perchè non uscendo dal paese loro se non come soldati mercenari, non hanno riportato frutto pubblico delle vittorie, assuefandosi, per la cupidità del guadagno, a essere negli eserciti, con taglie ingorde e con nuove dimande, quasi intollerabili, e oltre a questo, nel conservare e nell’ubbidire a chi li paga, molto fastidiosi e contumaci”. (F. Guicciardini, “Storia d’Italia”, libro X, cap. VIII).

C’erano 15’000 uomini disponibili per questo tipo di lavoro, che era “organizzato” e sotto il controllo della piccola Confederazione dei Cantoni, la quale conferiva la autorizzazione per la leva di uomini e, come contropartita, riceveva grano, sale o altri privilegi commerciali.
Gli Svizzeri, in genere, concepivano la guerra come un’emigrazione temporanea, estiva e, perciò, partecipavano a guerre brevi e grandi, per poi tornare a casa a passare l’inverno con il “soldo” e il bottino: essi erano i migliori soldati del tempo. Senza cavalleria e con poca artiglieria, questa gente aveva inventato una tattica di movimento superiore a tutte le altre, e per questo essa era richiesta e invitata sia dalla Francia che dalla Spagna.
Erano come delle muraglie semoventi, irte di ferro e impenetrabili.
La forza elvetica, oltre che nell’audacia, prontezza, decisione, disprezzo della fatica e del pericolo, era nelle armi che usavano: le picche (*).
(*) La picca era un’arma con asta assai lunga, che appartiene alla stessa categoria dell’alabarda e della partigiana: si componeva di un’asta di legno, lunga da 5 a 7 metri, alla cui estremità veniva assicurato un puntale di ferro, molto robusto, lungo circa 50 cm. a forma di lingua o di lancia. La lunghezza e la robustezza erano tali da frenare l’impeto della cavalleria.

Già nel 13° e 14° secolo, dopo l’indipendenza svizzera, un gran numero di gente militava in Germania e Italia e poiché i Cantoni non erano capaci di impedire questo tipo di emigrazione, cercarono, perlomeno, di organizzarlo.

Oggi si stima che almeno un milione di soldati svizzeri abbiano militato sotto i Re di Francia tra il 1472 ed il 1830 e che almeno 700’000 uomini siano periti nell’espletamento del proprio dovere [2].
Le truppe, spesso definite con tono dispregiativo mercenarie, venivano assoldate sulla base di accordi diplomatici ben definiti, stipulati tra i cantoni di provenienza e la monarchia francese e chiamati «capitolazioni militari».
Lo stipendio era individuale per ogni sodato, e collettivo ai Cantoni che si impegnavano a consegnare i combattenti; e diventava una specie di pensione annua quando il servizio militare era stabile a lunga scadenza.
Naturalmente, dal servizio come mercenari alla politica di conquista per se stessi, (nel Cinquecento),il passo era breve. La guerra dunque divenne una professione sociale, e la nazione svizzera diventa il popolo più guerriero di tutta Europa.

Esse impegnavano i soldati a «servir le Roi et la France dans les ordres de la personne du Roi, considéré comme le seul et unique représentant de la nation» [3].
Queste capitolazioni, che possiamo paragonare in senso lato ai moderni contratti di collaborazione tra imprese industriali e Stato, rappresentavano per il soldato un vincolo indissolubile, da onorare fino all’estremo sacrificio della propria vita. Quanto e come venisse osservato quest’impegno, lo confermò Napoleone, affermando testualmente che: «Les meilleures troupes, celles en qui vous pouvez avoir le plus de confiance, ce sont les Suisses… Elles sont braves et fidéles».

Dopo la caduta dell’ Impero Romano, la cavalleria, nuova forza d’urto della tecnica bellica, dominò incontrastatamente i campi di battaglia per oltre un millennio, relegando la fanteria al rango di manovalanza di infimo livello. Furono i Cantoni Svizzeri a rivalutare il ruolo della fanteria, trasformandola in un corpo di specialisti altamente qualificati nella lotta corpo a corpo. Selezione accurata della truppa, allenamento fisico e morale spinti all’estremo, ampio utilizzo delle ultimissime armi bianche e poi da sparo, sviluppo di nuove tecniche di lotta in piccole unità mobili affiatate, portarono la Svizzera a diventare nel primo Cinquecento la maggior potenza militare d’Europa [2].

Dal punto di vista storico, il servizio straniero o mercenarismo (Fremdendienst) ha rappresentato per circa un millennio una importante valvola di sfogo economico per i Cantoni. Esso ha permesso l’emigrazione militare periodica di uomini da regioni troppo affollate e con scarse possibilità occupazionali. L’arruolamento avveniva di regola indipendentemente dai confini politico-regionali, laddove era possibile creare una unità militare operativa con un Comandante, in qualità di unico responsabile verso la truppa della corresponsione del soldo e dell’osservanza degli obblighi assunti. I Reggimenti erano formati dai 1500 ai 2000 uomini ed il loro Comandante ha rappresentato tra il XV fino alla metà del XIX secolo la figura principale del singolo imprenditore.

Ruolo paragonabile a nostro avviso a quello del moderno Capitano d’industria. Normalmente, i Comandanti rispondevano in solido per la corresponsione del soldo e si racconta di vari Comandanti finiti sul lastrico per l’insolvenza degli Stati datori di lavoro, contro i quali era difficile anche a quei tempi ricorrere in giudizio! Da un punto di vista storico globale, andrebbe anche tenuto in debito conto quanto l’arruolamento interregionale abbia contribuito al profondo e continuo processo di integrazione tra le popolazioni dei differenti Cantoni [3].

Dopo tanti secoli di gloria, guadagnata attraverso indicibili sacrifici e sofferenze subite ed inferte, il popolo dei Cantoni diceva no a guerra e violenza, abbracciando una nuova strategia di sopravvivenza civile, quella della neutralità armata al solo ed unico fine della legittima difesa. Nasceva così lo Stato Confederale, citato ad esempio nel travagliato dibattito politico dell’Europa dell’Otto-Novecento, dibattito che perdura tuttora [4].

Truppe svizzere furono al servizio dei Principi di Casa Savoia, sia quando erano sovrani di terre al di là dei monti, sia dopo.
Dal 1241 (prima alleanza di Berna con Amedeo IV) al 1814 (ultima capitolazione di Vittorio Amedeo I con i Grigioni) sono 23 le capitolazioni firmate ed una trentina i reggimenti forniti dai Cantoni: altrettanti i generali.
Gli Svizzeri, quando combattono, combattono per davvero. Numerosi sono i fatti d’arme: la Madonna dell’Olmo, la guerra delle Alpi, ecc.
Dal 1609 i 100 Svizzeri formano la guardia personale del Duca, che tale resta fino al 1832, ultima delle truppe capitolate ad essere sciolta: resta in loro ricordo il salone degli Svizzeri nel palazzo reale di Torino. Gli ultimi sette abati di San Gallo (1654-1796) vengono tutti insigniti dell’Ordine Supremo della SS. Annunciata. Antica amicizia e probabile riconoscenza per i molti reggimenti forniti dagli Abati ai Savoia.

Seguendo l’esperienza della monarchia francese e dei Principi di Savoia, anche i Borbone affidarono ai Reggimenti Svizzeri la difesa del loro trono. Questi Reggimenti venivano inquadrati a volte in formazioni autonome, a volte nell’esercito del paese ospitante, come fece nel 1788 Ferdinando IV quando, sciolti i Reggimenti Svizzeri, li incorporò in due «Reggimenti Esteri». L’importanza della presenza militare svizzera a Napoli viene confermata dal fatto che, tra il 1734 ed il 1828, 25 ufficiali elvetici raggiunsero gradi superiori. Tra questi, Emanuel Burckhardt quello ambitissimo di Capitan Generale [6,7].

Testo tratto parzialmente da Bruno J. R. Nicolaus

Bibliografia e Note

[1] Giulio Cesare, De Bello Gallico, Libro I.
[2] Jérome Bodin, Les Suisses au Service de la France, Editions Albin Michel, Paris 1988.
[3] Heribert Kueng, Glanz und Elend der Soeldner, 1993, Desertina Verlag, CH-7180 Disentis.
[4] Emilio R. Papa, Storia della Svizzera, Bompiani, 1993.
[5] Hans Adolph Voegelin, Militaers in fremden und einheimischen Diensten, pp.225-230, in CKDT (Basel) Streiflichter auf Geschichte und Persoenlichkeiten des Basler Geschlechtes Burckhardt, Herausgeberin: Burckhardtsche Familienstiftung, 1990 Buchverlag Basler Zeitung, 4002 Basel.
6] Carlo Knight, Emanuel De Bourcard, generalissimo svizzero al servizio di Ferdinando IV di Borbone, Atti della Accademia Pontaniana, Napoli, vol. XL, pp. 1-33 (1991).
[7] Carlo Knight, Un Generale Svizzero al Servizio dei Borbone, in Sulle orme del Gran Tour- Uomini Luoghi Società del Regno di Napoli, Electa Napoli, pp. 41-65 (1995).


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