24 Ottobre, 2016

CARLO CATTANEO E LA SVIZZERA ITALIANA

La Svizzera Italiana irrompe nella vita di Carlo Cattaneo fin dal 1815, quando il gio- vane leventinese Stefano Franscini (di quasi cinque anni maggiore) lo raggiunge al Seminario Arcivescovile di Milano: com- pagni di studi, si legano di profonda amici- zia (che il Cattaneo rievoca nel luglio 1857, nel Ricordo milanese di Stefano Franscini del luglio 1857).
Gettate le tonache, il Cattaneo nel 1817, l’altro l’anno dopo, si ritrovano, affamati di leggere e di sapere, all’Ambrosiana e alla Libreria del Museo Numismatico di Brera, dove s’aprono loro i locali, gli scaffali e i testi degli Illuministi lombardi. Come per miracolo: le loro intelligenti volontà hanno conquistato i dotti bibliotecari, cugini del Cattaneo.
«Nell’autunno del 1821» Cattaneo persua- de Franscini, «volendo egli rivedere la sua valle nativa», ad accompagnarlo a Zurigo, dove un suo fratello fa pratica di commer- cio: per entrambi, una sorta di Grand Tour all’inverso. Quello classico scarrozzava gio- vani gentiluomini e futuri mercanti dalle più forti e floride nazioni indipendenti del Nord d’Europa (Francia, Olanda, Regno Unito, Svezia, Russia) all’Italia, in un iter educativo a scoprire il legame quasi reli- gioso tra il bello e il buono; a piedi, dalla Lombardia alla Mitteleuropa, quello dei due giovani subalpini, come a scrutare se la felicità e il benessere nel nord-est dell’alti- piano svizzero, dedito ai commerci, fossero leggenda o realtà e se non vi fosse una qualche interdipendenza tra essi e la mag- gior libertà borghese illuminata di cui quelle plaghe fruivano.
L’effetto non mancò: pochi anni dopo, i due divorarono la Istoria della Svizzera pel popolo Svizzero di Enrico Zschokke, un libro portato al ritorno dal fratello del Cattaneo; se ne innamorarono e vollero tradurlo: «Me ne invaghii, e ne tradussi in italiano la prima metà», scriverà il Cattaneo, ed esso non meno «operò sull’im- maginazione» del Franscini, che tradusse l’altra.
Un bagno, insomma, per il Cattaneo, alle origini del federalismo e dell’avverarsi d’in- credibili miraggi di sviluppo, da toccar con mano nelle regioni più progredite dell’anti- ca Lega Elvetica; per il Franscini anche uno stringimento, pensando allo stato della sua
Valle, ma una promessa a sé stesso e molte speranze. L’effetto del viaggio e dell’entu- siasmo liberale di Zschokke non paiono estranei all’incoraggiamento del Cattaneo all’amico, in quegli anni, a tornare in Patria per la sua vera missione: «Io gli ripe- teva spesso che in Milano egli era super- fluo, mentre nel suo paese poteva essere necessario».
Nel 1824 Franscini lascia la scuola di Milano per Bodio; morta di tisi la sorella, deve prender cura dei genitori e della pro- pria salute. Vorrebbe anche, confesserà poi, entrare in Gran Consiglio per rappresen- tarvi il popolo. Nel 1826 è chiamato a Lugano, a dirigere una scuola di mutuo insegnamento: coopera con lui la sposa (una Massari milanese, il cui fratello, lette- rato, è docente e collega del Cattaneo) e in una vicina scuola analoga una di lei sorella. Franscini insegna, pubblica testi scolastici, è segretario della Società ticinese d’utilità pubblica, fondata nel 1829-1830 dall’abate liberale Vincenzo D’Alberti.
Frequenta la casa Ruggia, sede della prima tipografia risorgimentale del Ticino; il patriota Giuseppe Vanelli l’aveva fondata dopo ch’era stato cacciato dalla direzione della “Gazzetta di Lugano” per averle impres- so una linea democratica e antiasburgica sgradita alla polizia lombardo-veneta; s’era poi associato il farmacista Giuseppe Rug- gia, altro patriota che per finire la rilevò. Con Ruggia e vari coraggiosi politici radicali, Pietro Peri, Giacomo Luvini-Perseghini, Carlo Battaglini, Giovan Battista Pioda, Carlo Lavizzari e altri, Franscini propugna la riforma liberale della Costituzione can- tonale, contro il regime autoritario del Landamano Quadri.
In due suoi opuscoli, stampati a Zurigo e diffusi anonimi a spese di amici al Ticino intero, capovolge la pubblica opinione: il Gran Consiglio adotta la riforma nel giu- gno, il popolo il 4 luglio 1830; è la prima costituzione “rigenerata” d’Europa. Eletto Segretario di Stato, Franscini collabora ai giornali del Ruggia e s’impegna per rifor- mare lo Stato, la pubblica amministrazio- ne, dar corpo alla scuola pubblica, già pre- vista ma mai attuata.
Nell’Europa quasi ovunque privata di libertà e democrazia, la Svizzera era già per
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sua natura un’oasi; nel Ticino, la nuova Costituzione, più liberale, facilita l’accorre- re specie dall’Italia, a ondate, a ogni fallito moto rivoluzionario, di profughi, pieni di speranza e spronati ad aiutare il Ticino a mantenersi libero, la sua giovando all’al- trui libertà. Tra gli esuli del 1820/1830 il generale de Meester e i fratelli Giacomo e Filippo Ciani, d’antica origine ticinese: a Milano s’erano votati alla causa “libertà o morte” da quando l’Asburgo, ricordatagli
Mentre Cattaneo – per lucidità e serietà d’analisi, multidisciplinarità degli interes- si, molteplicità delle conoscenze, capacità critica acuita dalla perspicacia del giurista, forza dell’argomentare e potenza intellet- tuale – cresce in Lombardia a gran fama di studioso, storico, filosofo, pubblicista, avvocato delle idee e delle cause più moder- ne, Franscini s’apre la strada, più faticosa nelle povere aspre contrade ma non meno feconda, di scrittore, autore scolastico, sta- tistico, politico.
Con La Svizzera Italiana, grandiosa opera del 1837, precorre Le notizie naturali e civili su la Lombardia, pubblicate dal Cattaneo nel 1844, come se tra i due – o da una comune fonte – corresse un fluido arcano. Cattaneo non perde di vista l’ami- co, certo ne segue le alte e alterne fortune politiche: lo ritrova nel 1829 a Serocca d’Agno, nella villa del comune amico tici- nese (partecipe del moto piemontese del 1821) Giuseppe Filippo Lepori, da lui cono- sciuto studente a Milano e a Pavia e allora presentato al Franscini: «l’argomento dei loro discorsi – scriverà – era la riforma poli- tica del Cantone, la quale credevasi allora interdetta dalli atti del Congresso di Vienna. Franscini scriveva, credo in quei giorni, un opuscolo che rimovendo quella falsa opinione aperse nuovi destini alla sua patria, un largo cerchio d’amicizie politi- che e una carriera che nessuno avrebbe predetto alla sua gioventù».
Nel 1834 Cattaneo pubblica e appoggia, negli “Annali”, il fransciniano Appello per una generale sottoscrizione a favore delle scuole pubbliche del Cantone Ticino: segue le involuzioni che minacciano le conquiste della riforma del 1830 e muovono la rivolu- zione liberale del 1839, che non sarà l’ulti- ma. Certo il Franscini scopre al Cattaneo le radici profonde dell’amore di libertà dei Ticinesi: le antiche tradizioni vallerane (forma più maschia che l’italiano regionale del Ticino preferisce all’italico “valligiano”) e montanare, tramandate nelle Vicinie d’o- rigine immemorabile; l’abitudine, in tre secoli di duro protettorato dei Cantoni sovrani, alla disciplina e all’autodisciplina nel reggere le autonomie statutarie locali; il fiero distacco mostrato dai Protestanti locarnesi alla partenza per l’esilio; gli spazi di libertà spirituale aperti dalla presenza a
Vincenzo Vela
Stefano Franscini.
Busto, 1860
(Lugano, Liceo Cantonale)
nel 1814 da Giacomo, con Porro e Confa- lonieri, la promessa di garanzie costituzio- nali ai Lombardi, se l’era rimangiata forte del diritto di conquista. Implicati nella congiura carbonara del 1821 valsa ad altri lo Spielberg, i due fratelli avevano potuto lasciare Milano per Parigi e poi Londra, esuli col fior fiore d’Italia (Berchet, Santa- rosa, Gabriele Rossetti, Giannone, Porro, Arrivabene, Ugoni, Angeloni) nel cottage in Turnham Green di Lady Heli Woodcock, promotrice del Comitato di accoglienza dei profughi italiani, madre di Ann, che fu poi moglie di Cattaneo.
I Ciani diedero alla causa forze e mezzi, armi e sostegni; finanziarono fortemente (oltre quegli opuscoli del Franscini) la Ruggia: quando cessò, ne rilevarono in parte gli impianti per creare la “Tipografia della Svizzera Italiana”.
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Carlo Cattaneo
Lugano d’una Scuola dei Padri Somaschi e più ancora d’una stamperia degli Agnelli milanesi, fucina di pubblicazioni antigesui- tiche, poi filogianseniste, filoenciclopedi- che e democratiche non ammesse o gradite a Milano. Donde il fiorire a Lugano, sul finire del Settecento, secondo cronache del tempo, di ben cinque Club, non estranei, nel febbraio del 1798 (respinta dai volonta- ri luganesi l’invasione di Cisalpini e di gio- vani patrioti della città), al proclama dei Luganesi di volere essere “liberi e svizzeri”. Libertà che qualche Cantone sovrano salu- ta e si attua, il mese successivo, nella Repubblica Elvetica, imposta dagli invasori Francesi.
Avversata per il suo centralismo nella Svizzera Centrale, trova divisi i Luganesi: favorevoli alcuni Club; fortemente contrari i reazionari e i campagnoli che, l’anno suc- cessivo, all’avvicinarsi dell’armata austro- russa del generale Suvarov, invadono a turbe la città, mettono a sacco la stampe- ria, cui fan colpa del contagio rivoluziona- rio, uccidono l’abate G. B. Vanelli che la dirigeva e due rappresentanti delle nuove autorità repubblicane.
Ma le idee rimangono: nel 1815, un pro- nunciamento, vera rivoluzione liberale, rifiuta l’illiberale costituzione imposta; l’intervento federale reprime il moto, non l’amore di libertà che continua a infiamma- re Giuseppe Vanelli, il suo giornale, la sua stamperia, poi il Ruggia, i Radicali, il Franscini, la Riforma del 1830.
Questi fatti, ben noti al Cattaneo per le amicizie, le relazioni e il flusso d’ininter- rotte informazioni, tornano certo alla mente del Cattaneo, intrecciandosi con ira e delusione per il naufragare dell’epopea delle Cinque Giornate nell’ingloriosa riconsegna di Milano da Carlo Alberto agli Austriaci, mentre accompagna a Lugano la moglie malata e corre a Parigi, ove cerca – forte d’autorevoli credenziali e d’una rovente analisi delle Cinque Giornate, chia- ra in mente ma faticosa da stendere – di guadagnare i Francesi all’idea d’un inter- vento militare in Lombardia. Lugano pote- va apparire perciò la sua meta naturale, dopo quella missione, per stabilirvisi.
Ma le sue molte lettere alla moglie da Parigi proclamano la volontà di proseguire
per l’Inghilterra; un po’ perché mal soppor- ta di ritrovarsi a Lugano tra molti esuli cui fa colpa d’avere commesso a Carlo Alberto le sorti lombarde, un po’ per la cagionevo- le salute della moglie.
Immagini di Castagnola e della casa dove Carlo Cattaneo abitò dal 1848 al 1869,
in “Il Secolo Illustrato”, a. 13 (23 e 30 giugno 1901) (Lugano, Archivio Storico della Città,
Casa Cattaneo)
La Francia non è però matura per un inter- vento: la missione parigina di Cattaneo cade nel vuoto. Il 30 ottobre 1848 torna a Lugano: vi rimarrà, esule a vita. Come mai, dopo quei ripetuti dinieghi? Pur in uomo di carattere (testardo, diceva la moglie; timi- do e orgoglioso, scriverà Romeo Manzoni) il cambiar parere non dovrebbe stupire in quei tempi volubili: in cinque decenni, più volte e di repente s’altera il quadro euro- peo, francese e lombardo, mutevoli anche le scelte di Cattaneo, dal seminario allo studio laico, dal rifiuto d’ogni parteggiare e d’ogni coinvolgimento in congiure e moti al “diavolezzo” (come lo chiamerà) delle Cinque Giornate, dal rifiuto della politica all’esserne investito e risucchiato.
Il mutato avviso potrebbe risalire ad Ann, o – secondo gli storici – al clima prealpino, a lei più confacente; o alla rinata speranza di potere, dalle libere rive alle schiave, dalla
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riva luganese del Ceresio all’opposta, spro- nare a libertà. Col concreto aiuto d’amici veri, italiani e svizzeri, raccolti a Lugano. In Svizzera, i Radicali avevano appena debellato il Sonderbund, lega separatista dei Cantoni cattolici e ottenuto, con paziente opera di mediazione tra il loro centralismo e il federalismo dei Conser- vatori, una nuova Costituzione.
Dall’antica Lega di liberi Cantoni sorgeva lo Stato federativo: garantiti nella Carta Costituzionale diritti politici e libertà indi- viduali; comuni l’esercito, la politica di sicurezza, il Governo: ora un Governo vero, il Consiglio Federale (non più un’impoten- te Commissione di dignitari dei Cantoni com’era la Dieta), la cui elezione era previ- sta per il 16 novembre e includeva il Franscini. Che doveva perciò lasciare il Ticino per Berna e, al bivio, provava un forte disagio; così remota Berna per lui e per i fidi consiglieri, che non potevano seguirlo; solo tra colleghi d’altra lingua; e poi soprattutto un gran senso di colpa nel lasciare il Ticino, nel venir meno alla pro- messa e all’immane compito di farne uno Stato moderno, alla funzione di primo attore e generale ispiratore – storico, filo- sofo, politico, scienziato, economista, stati- stico – del Radicalismo ticinese. A chi affi- darla? La risposta pare evidente.
Certo è che Cattaneo (ospite temporaneo in casa Franscini) rivide a Lugano l’amico prima della prevista elezione e solo il 16 dicembre successivo si decise a chiedere il permesso di dimora nella Casa Morosini in Via Pretorio a Lugano.
Come non arguire la ragione vera del mutato parere? Con l’intuito e la visione profetica dello storico poteva egli non aver inteso il disagio dell’amico, poteva non sentire rivolgerglisi contro l’incitamento con cui, da Milano, l’aveva spinto a tornare in Patria; poteva ora venir meno alla mis- sione che l’amico e il destino parevano restituirgli? Certo, mancano carte a com- prova: ma come far prova d’una missione assunta istintivamente o intuitivamente o (se espressamente concordata) destinata a rimanere segreta, perché d’uno straniero faceva l’alter ego del più alto magistrato federale?
Non che il Cattaneo potesse dispiacere ai Radicali svizzeri di allora, ancorché meno
focosi di quelli ticinesi. Ai Giacobini prefe- riva l’Illuminismo prerivoluzionario, «mira- bile […] fermento che [nel Settecento] si vedeva nelle nazioni», e aggiungeva: «È un fatto ignoto all’Europa, ma è pur vero: mentre la Francia s’inebbriava indarno dei nuovi pensieri, e annunciava all’Europa un’era nuova, che poi non riusciva a com- piere se non attraverso al più sanguinoso sovvertimento, l’umile Milano cominciava un quarto stadio di progresso, confidata a un consesso di magistrati, ch’erano al tempo stesso una scuola di pensatori: Pompeo Neri, Rinaldo Carli, Cesare Becca- ria, Pietro Verri non sono nomi egualmen- te noti all’Europa, ma tutti egualmente sacri nella memoria dei cittadini».
Non ci pare quindi lontana dal vero l’ipote- si che a convincere il Cattaneo a rimanere vi sia proprio anche la missione che dalle spalle del Franscini, su cui aveva contribui- to a porla, ritorna alle sue e il sostegno decisivo di Giacomo Luvini Perseghini, ca- po militare e uomo forte del Radicalismo ticinese. Un’alta missione, senza onori, cariche, autorità: che renderebbe più plau- sibile la protezione di cui il Cattaneo fruì in Svizzera e nel Ticino malgrado la sua posi- zione fortemente antiaustriaca di scrittore e di capo spirituale dei Radical-democratici d’Italia. Cattaneo dunque restò: né lo allet- tarono altrove cariche, compiti, cattedre, parlamenti.
Il giovane Cantone Ticino proseguiva tra mille difficoltà nel compito (che doveva affascinare il Cattaneo in sé e per il legame alla causa risorgimentale) dell‘incivilimen- to per consolidarsi e per ridurre il divario dai Cantoni d’Oltralpe, più saldi per econo- mia e secolare autogoverno. In realtà, quel- la di Cattaneo fu, nella storia della giovane repubblica, una forte presenza, tale da farlo accogliere cittadino onorario nel 1858: fiero d’esserlo quando l’Italia doveva anco- ra nascere.
Se veramente il Franscini aveva nutrito il disegno d’avere in lui il continuatore d’una comune opera, Cattaneo vi corrispose pie- namente, senza peraltro perdere alcunché del suo impegno e valore di scrittore, eco- nomista, storico e filosofo.
Pur continuando ad occuparsi attivamente, dal Ticino, delle lotte risorgimentali, Catta-
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Carlo Cattaneo
neo entrò subito pienamente nella realtà e nei problemi della Svizzera Italiana. Preziose per Franscini a Berna la sua ispi- razione e la sua collaborazione; entrambi cooperano nell’affrontare con rigore il pro- blema universitario svizzero, insieme svi- luppano le idee del Messaggio per la crea- zione del Politecnico federale, propugnata instancabilmente da Franscini.
Per lui Cattaneo elabora il concetto dell’Università federale e il primo sfortuna- to messaggio per la federazione e il coordi- namento didattico delle università esisten- ti; idee comuni a entrambi, fortemente anticipatrici, perseguite con fondamento e metodo scientifici e aperture interdiscipli- nari: Franscini influirà perciò in profondità sull’ardito sviluppo delle scienze nella Confederazione tra Otto e Novecento. Come Franscini, anche Cattaneo perora, a lunga scadenza, l’Accademia ticinese: nel Ticino, ha incarichi dai Consiglieri di Stato, dalla Scuola, dai responsabili del- l’amministrazione nel Cantone e nelle Città, da insegnanti, Presidenti di Mutue, politici. Filippo Ciani, Consigliere di Stato, gli affida il progetto di riforma dell’inse- gnamento superiore nel Cantone. Le sue idee animano la legge del 1852 sul riordi- namento degli studi; promuove la scuola laica, compenetrandovi contenuti umani- stici, scientifici e tecnici.
Non solo attende all’ordinamento e ai pro- grammi del nuovo Liceo Cantonale, dopo la secolarizzazione dei Conventi, ma è anche
gnosi, sviluppa la sua filosofia come somma delle scoperte di tutte le scienze, scienza delle scienze aperta a continua evoluzione; fondamento ne è il pensiero umano, affran- cato da vincoli metafisici e teologici, capa- ce di avvicinare la verità attraverso la ragione, l’intuito, la verifica sperimentale o deduttiva, il confronto, la contrapposizio- ne, gli strumenti della libera indagine usati con rigore metodologico. Incoraggia le gio- vani generazioni ticinesi a formarsi per i tempi nuovi, a servire la causa della verità e del progresso attraverso la scienza e una forte coscienza morale.
In opere successive riprenderà, completerà ed estenderà il suo fondamentale Corso di filosofia, disciplina che intenderà sempre come sistema aperto. Indaga sui progressi operati dalle menti associate, scopre il valore economico del pensiero, della pro- mozione e dell’intraprendenza economi- che, delle conquiste intellettuali, quasi anticipando il moderno concetto di diritti immateriali.
Significativo il suo metodo d’analisi: nelle scienze, in filosofia, nella storia, nell’af- frontare problemi politici economici e giu- ridici, stringe i problemi all’essenza; la enuclea con una procedura di riduzione che ricorda per qualche verso il marxismo, per altro la fenomenologia, alieno però da considerazioni di classe o di sopraffazione; prelude al positivismo, privo però d’ogni retorica, a un criticismo empirico che rifiuta tanto le certezze metafisiche quanto
Correzione del fiume Ticino
da Bellinzona al lago Maggiore. Planimetria di
Rinaldo Rabbi, 1888 (Bellinzona,
Consorzio Correzione Fiume Ticino)
nella Commissione che prepara le nomine dei docenti. Rifiuta invece la direzione del Liceo, compito d’un Ticinese: sua la prolu- sione d’apertura, alta dichiarazione pro- grammatica. Per oltre dodici anni tiene la cattedra di filosofia. Da Vico, Locke, Roma-
il nichilismo; ammette il dubbio come strumento, non come risultato.
Certo, la sua franchezza laica e anticlerica- le spiace ai conservatori; nel clero ha vio- lenti detrattori; dalla metà degli anni Cinquanta il Credente cattolico avversa
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dichiaratamente e con violenza il suo inse- gnamento.
Per comprendere fino in fondo il suo anti- clericalismo, non si deve perder di vista che obiettivo della sua sferza non è né la dottri- na della Bibbia, né la persona del prete; bensì da un lato il clericalismo quando non difende il divino ma privilegi terreni e uti- lizza il divino a fini materiali e politici, quasi una forma di simonia all’inverso; dal- l’altro certi prelati che potevano apparire infiltrati nel clero lombardo dall’Austria a fini non proprio religiosi.
D’altronde, sono gli scritti dei filosofi della tempra del Cattaneo che hanno contribuito alla catarsi, un secolo dopo, del Cattoli- cesimo, con il riconoscimento della libertà di pensiero. Non la Chiesa come tale, ma il contributo di certo clericalismo e di nuovi dogmi alla negazione di libertà fondamen- tali e la conseguente involuzione antimo- derna della Chiesa nel secolo XIX animaro- no quella polemica anticlericale e la sua alta espressione in Cattaneo.
Oltre alla scuola, Cattaneo collabora a ogni livello anche in molti altri settori, come esperto, a progetti di leggi, ordinanze e mi- sure esecutive, a prendere e sostenere ini- ziative per grandi opere di progresso tecni- co, scientifico, agricolo, industriale, com- merciale, ferroviario. Suo il progetto di leg- ge sulle miniere, per consentirne lo sfrut- tamento favorendo il parallelo impianto di macchinari e d’industrie.
Avvia idee, studi e progetti per la bonifica del piano di Magadino, un’opera immane, che concepisce forte dell’esperienza delle antichissime opere idriche e di bonifica lombarde all’origine della ricchezza agrico- la padana; vede nella zona enormi poten- zialità e concepisce perciò una vera e pro- pria nuova sistemazione del territorio, con l’incanalamento del Ticino, lo sviluppo via- rio e ferroviario, la bonifica delle paludi, per incrementare il reddito agricolo e ridurre la dipendenza dalle importazioni, controllate dall’Austria.
Un’opera di tale mole richiede la partecipa- zione di capitali, imprese e esperienze lom- bardi; ma proprio tali interventi, la mole dei lavori e degli interessi toccati faranno cadere il progetto; ripreso poi, morto Cattaneo, dal Governo liberal-conservatore,
avviato a fatica e compiuto assai più tardi. Appassionato già dagli anni milanesi alla progettazione e costruzione di strade ferra- te, Cattaneo si preoccupa di come esten- derle alla Svizzera Italiana, di stabilire e far accettare ai vari Stati e organizzazioni eco-
I lavori per la galleria del Gottardo, 1874 (Bellinzona, Archivio di Stato del Cantone Ticino, Collezione stampe)
nomiche interessati i tracciati più idonei. Ammira la concezione del Ponte-diga di Melide, che ha piegato la natura ai bisogni dei luoghi e segue perciò da vicino il pro- gettista dell’opera, l’ingegnere Pasquale Lucchini, specie i suoi rapporti e progetti in materia ferroviaria; ad essi farà capo per i suoi studi sul traforo ferroviario alpino; alle lodi che gli vengono rivolte per la scel- ta del tracciato del Gottardo, non manca mai di riconoscere i meriti del Lucchini (che sarà poi ideatore delle gallerie elicoi- dali per superare importanti dislivelli). Inizialmente gli esperti svizzeri e stranieri preferiscono al Gottardo, per il grande traforo alpino, il Lucomagno, lo Spluga o persino qualche altro passo secondario. Cattaneo e Lucchini, convinti che la variante Gottardo costi meno e renda di più, serva zone aperte allo sviluppo e con- senta di meglio rifornire la Germania a distanza dall’Austria e dalle sue pressioni politiche e militari, proiettano la loro fidu- cia in quantità di scritti, progetti, relazioni, in innumerevoli contatti per convincere avversari e dubbiosi. A questo indefesso operare la Svizzera Italiana deve il trionfo del tracciato del Gottardo, cui finalmente anche l’Italia aderisce, vivente Cattaneo, il quale non vedrà l’accordo fra tutti i confi- nanti, concluso poco dopo.
Nel secolo del Cattaneo non bastava però lo studio d’un pur ottimo progetto: tecnica e intermediazione finanziaria non erano ai
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Carlo Cattaneo
livelli odierni. Gran parte dell’opera, non meno ardua, consisteva nel formare un gruppo con le capacità tecniche e le rela- zioni finanziarie occorrenti per garantire la realizzazione. Una sfida che interessa Cat- taneo, come a testare la bontà dei suoi pro- getti e insieme delle sue visioni tecnico-eco- nomiche. Come già in Lombardia per le fer- rovie, i combustibili, il Monte sete, l’agri- coltura, anche in esilio Cattaneo promuove iniziative anticipatrici, perlopiù sfortunate. Per esse, o per cattivi investimenti del fra- tello, deve colmare anche gravose perdite. Il bisogno di fondi perciò può aver contri- buito a creargli quella fama d’ingordo che Giovan Battista Pioda riporta in una infeli- ce lettera al fratello Luigi dopo il noto diverbio col Cattaneo: in un rapporto all’autorità federale dell’ottobre 1865, il Consigliere di Stato Luigi Pioda diffidava dell’affidabilità d’un rappresentante d’una compagnia (sostenuta dal Cattaneo) che ambiva all’appalto dell’opera ferroviaria. Cattaneo, di parere opposto, affrontò il Pioda al Caffé Terreni (ora Olimpia) di Lugano, e lo tacciò di mendacio; l’altro ribatté che lui, come insegnante, era suo dipendente; Cattaneo diede lì per lì le dimissioni dalla cattedra e non se ne lasciò dissuadere nemmeno dall’amico Lavizzari. L’episodio cela forse un raffreddamento dei rapporti tra i capi radicali superstiti e il Cattaneo, di cui censuravano le relazioni con due deputati dell’opposizione liberal- conservatrice, Polar e Lurati, ferventi got- tardisti, e con il Consorzio che essi soste- nevano per l’opera del Gottardo. La critica, in realtà, trascura che mai il Cattaneo, pur avendo per così dire ereditato dal Franscini la parte d’agitatore d’idee e ispiratore dei Radicali, era stato partitante: la sua ostilità non coinvolgeva tutti i Conservatori, ma i Clericali; mentre proprio Polar e Lurati passavano per liberali in economia e non clericali, da veri liberalconservatori, così che l’atteggiamento del Cattaneo non era censurabile.
Anche qui par d’avvertire un parallelo col Franscini, amareggiato, negli ultimi anni di Consiglio federale, dal distacco dei suoi Radicali ticinesi e da certe loro decisioni poco liberali. Comunque, per tornare a quel rimprovero d’ingordigia, la realtà, che vede il Cattaneo vivere modestamente e
morire povero, non par proprio sorregger- lo. Forse gli onorari meritati per qualche parere, ancorché impari alle consuetudini internazionali per uno fra i maggiori con- sulenti economico-giuridici del tempo, apparivano vistosi in una terra di povere vallate.
Anche a Lugano, che dopo i moti milanesi subisce angherie e blocchi dal Lombardo- Veneto, il Cattaneo è attivissimo per la causa d’Italia. Nella stamperia dei Ciani, la Tipografia della Svizzera Italiana, pubblica L’Insurrezione di Milano. Entra poi in col- laborazione con la Tipografia Elvetica di Capolago, fondata nel 1830 da Moderati, passata a Radicali e divenuta stamperia risorgimentale d’importanza capitale. All’arrivo del Cattaneo, il radicale Repetti s’è assicurato tutte le azioni della tipogra- fia. Cattaneo, secondo il Caddeo, le s’avvici- na «verso l’aprile o il maggio del 1849» col «progetto dell’Archivio Triennale», poi della raccolta Documenti della guerra santa d’Italia, apparsa tra il luglio 1849 e il 1851, quindi dei tre volumi Carte segrete ed atti ufficiali della polizia austriaca.
La stamperia pubblica anche molte opere d’interesse politico o dirette all’incivili- mento. Subisce (soffiata o tradimento) l’ar- resto e la condanna a morte del Dottesio e la violenta divisione tra gli esuli per il dis- sidio tra Unitari e Federalisti. Si diradano i collaboratori e sostenitori, si riducono ai soli Federalisti puri, Cattaneo, Ferrari e pochi altri. Ironia della sorte, gli Austriaci la considerano invece un covo mazziniano. Insistono perché Berna faccia rispettare il principio di diritto internazionale per cui chi gode dell’asilo deve astenersi da inge- renze in affari d’altri Stati.
Il Governo ticinese cerca di resistere, ma col blocco del 1852, il Lombardo-Veneto espelle quasi seimila Ticinesi. Cresce la pressione sul Governo federale, sul Consiglio di Stato, sugli esuli.
Molti di loro s’impegnano a rispettare la neutralità, altri rifiutano, si tengono nascosti, se trovati vengono espulsi; non il Cattaneo, che continua a operare aperta- mente. Nella primavera del 1853, per far cessare le angherie contro il Cantone, il Repetti accetta la chiusura dell’Elvetica; Cattaneo resiste, cerca di ridarle vita, fa
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“Mente universale”
Lettera su carta intestata della Tipografia Elvetica di Capolago,
scritta da Alessandro Repetti a Carlo Battaglini
il 31 ottobre 1857 (Lugano, Archivio Storico della Città, Casa Cattaneo)
stampare il terzo volume dell’Archivio, continua a scrivere per l’Italia. Ma anch’e- gli si concentra ormai sempre più nelle attività d’insegnante, di consigliere, di stu- dioso. Collabora a giornali locali (soprat- tutto alla “Gazzetta Ticinese”), a giornali e riviste italiani.
Poi la situazione in Lombardia e in tutta Italia si distende: a fine 1859 Cattaneo riprende, con la seconda serie, l’edizione del “Politecnico”. Negli ultimi, importanti saggi, il suo pensiero è così anticipatore, democratico e insieme elitario, da non fare i proseliti che meriterebbe.
Il suo pubblico – come forse già quello degli allievi delle sue lezioni di filosofia al Liceo – non ne è forse sempre all’altezza. Manca al Cattaneo, nel Ticino, la cattedra univer-
sitaria con generazioni d’allievi capaci d’in- tendere, amplificare e diffondere il suo pensiero, rimasto perlopiù un’alta voce iso- lata. Ma la sua lezione torna attuale in tempi difficili.
Lo è oggi, per le sue intuizioni interdisci- plinari, la ricerca di spiegazioni a eventi e situazioni attuali anche nella geologia, nel- l’antropologia, nell’archeologia, nella sto- ria dei popoli, del pensiero e dei linguaggi; per la coscienza dell’attenzione che scien- ze, arte, tecnica, economia e sistemazione del territorio si devono reciprocamente; per la sua apertura al progresso delle scien- ze e della tecnica; lo è in economia per avere, tra i primi, colto l’importanza futu- ra, anche pecuniaria, delle idee, delle invenzioni, della comunicazione, della fun-
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Carlo Cattaneo
Dedica autografa di Carlo Cattaneo
a Konrad Kern. Copertina e occhiello di un esemplare
di Carlo Cattaneo,
L’insurrection de Milan en 1848, Paris, Amyot, 1848 (Lugano, Collezione privata)
zione imprenditoriale, delle scoperte; lo è per la convinzione della libertà della scien- za e della ricerca ma anche della necessità di coniugarle con la tecnica; lo è, nelle scienze sociali, per aver avvertito le pecu- liarità e il valore dell’operare delle menti associate e però insieme del salto di qualità che viene dai geni, che con il pensiero e con le opere segnano le vie del futuro. Lo è, nello scrivere, per la potenza e l’incisività del linguaggio, delle immagini, delle descrizioni, per la loro forza interiore, senza retorica. Lo è, nella politica, per la sua concezione liberale, laica, poco parti- tante e per aver inteso il pericolo del fana- tismo; per la sua naturale concezione d’un federalismo che dal basso cresce verso l’al- to in un bisogno d’unità nella diversità che dalla Città sale alla regione, alla Nazione, all’Europa.
Tutti aspetti che rendono ancora oggi importante la conoscenza delle sue opere. Più diffuse in passato, più note all’estero, avrebbero forse potuto cooperare a dar più forza, nella prima metà del secolo scorso, in Italia e in Europa, alla “politica della ragione” atta a contenere gli eccessi delle ideologie, dei nazionalismi, dei razzismi che hanno così drammaticamente scosso il secolo XX. Il bicentenario della nascita del Cattaneo ha avviato e in parte già varato una serie imponente d’opere sue o su di lui che meritano lettura e meditazione.
Se i tempi fuggitivi e frettolosi in cui vivia- mo sapranno meglio intendere il suo retag- gio spirituale, le intense celebrazioni del Bicentenario non saranno state vane: il viaggio a ritroso nel tempo, all’incontro con il Cattaneo, potrebbe rivelarsi un viag- gio nel futuro; un Grand Tour ideale per andare a riconoscere, elementi essenziali d’una moderna geografia dello spirito umano, le scoperte fascinose d’un grande pensatore.
* Avvocato, Presidente del Comitato italo- svizzero per la pubblicazione delle opere di Carlo Cattaneo, Presidente dell’Associa- zione Carlo Cattaneo di Lugano


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