28 Luglio, 2016

Dichiarazione del Presidente della Confederazione Arnold Koller dinnanzi all’Assemblea federale, del 5 marzo 1997

Negli ultimi tempi il nostro Paese si è inaspettatamente trovato di fronte a pesanti critiche provenienti dall’estero. Da alcuni mesi a questa parte siamo sommersi da rimproveri, accuse, sospetti e giudizi sommari a causa del nostro comportamento durante e dopo la Seconda guerra mondiale.

Siamo stati tacciati di disonestà, testardaggine e arroganza. La reputazione del nostro Paese è messa a repentaglio perché a livello mondiale viene suscitata l’impressione che la Svizzera si sia arricchita durante la guerra, ne abbia approfittato e che le banche abbiano cercato per 50 anni di tenere per sé i beni appartenuti alle vittime dell’Olocausto.

Con queste accuse si insinua che il benessere svizzero sia fondato sulla ricettazione e che sia stato possibile solo a scapito di terzi.

Si tratta di una critica estremamente grave che mina non soltanto le basi economiche del nostro Paese, ma anche i nostri fondamenti etico-morali. Buona parte della nostra popolazione si sente profondamente scossa e rimette in discussione la propria immagine. Le domande che sorgono sono molte: perché? Perché soltanto ora e perché proprio la Svizzera, che non ha partecipato alle deportazioni né ha conosciuto movimenti antisemiti violenti, e perché proprio noi e non anche altri?

Ma anche sul fronte opposto gli interrogativi diventano sempre più accesi: c’è stato qualcosa di marcio alla base del nostro Stato? La difesa armata del nostro Paese, con le sue vittime, i suoi sacrifici, le paure della popolazione durante la Seconda guerra mondiale sono forse stati inutili, sono forse stati soltanto una facciata per nascondere la collaborazione fra le potenze politiche ed economiche? Da ultimo, in molti si chiedono se non stiamo forse pagando oggi per esserci mantenuti in disparte nella scena internazionale.

Secondo buona parte del popolo svizzero, il Consiglio federale è venuto meno al suo compito di informazione e di chiarezza. Con la presente dichiarazione non si può certo anticipare i risultati della Commissione di storici (Bergier) appositamente istituita o addirittura trarne le debite conclusioni. Lo scopo che si prefigge oggi è piuttosto quello di contribuire a rendere più oggettivo un dibattito sinora caratterizzato da aspetti fortemente emotivi e di rispondere ad alcune domande che preoccupano profondamente popolo e Parlamento.

Agli occhi del Consiglio federale è determinante come e soprattutto con quale atteggiamento affronteremo le tormentose domande, le accuse e i giudizi sommari che ci vengono rivolti. Ancora oggi, di fronte al dramma dell’Olocausto, alle indicibili barbarie del nazionalsocialismo, alla profondità imperscrutabile delle sofferenze inflitte sul piano fisico e psicologico, alle conseguenze inconcepibili di una tale distruzione di vite umane, non ci rimane che chinare il capo e tacere. Un dramma di questa portata allunga la sua ombra su tutta l’umanità e grava sulla coscienza universale. Per questo motivo, è per me un vero e proprio bisogno quello di confrontarci con il passato dando prova di umiltà, rispetto reciproco e obiettività. Colgo qui l’occasione per ringraziare la comunità ebraica in Svizzera per aver ampiamente contribuito, con la sua compostezza, a fare in modo che questa spinosa questione fosse trattata con moderazione e dignità.

In un primo tempo, il Consiglio federale, il Parlamento e l’economia hanno preso troppo poco sul serio le critiche rivolteci e ne hanno sottovalutato l’importanza. Ci siamo lasciati cogliere di sorpresa, abbiamo reagito troppo tardi, non sempre nel modo giusto e – di fronte alla mostruosità di quanto è capitato – non abbiamo saputo dar prova di sufficiente empatia per il passato degli altri. Ci siamo messi subito sulla difensiva. Purtroppo, all’estero si è così diffusa l’impressione che la Svizzera è disposta a riesaminare a fondo il proprio passato e a trarre le debite conclusioni soltanto se messa sotto pressione.

Dobbiamo accettare questa critica, anche se sappiamo che contiene in sé una buona parte di provocazione.

È più che umano voler vedere soltanto le pagine illustri della propria storia e ignorare quelle oscure. Tuttavia non è ancora troppo tardi per rileggere quest’epoca cruciale della nostra storia in modo esaustivo, aperto e autocritico, ma anche con dignità. Oggi, di fronte alle incalzanti sollecitazioni provenienti dall’esterno, non siamo più liberi di determinare “se”, a partire da quando e con quale passo affrontare i difficili anni della guerra e quelli immediatamente successivi. Improvvisamente, ci rendiamo conto di quanto dipendiamo dagli altri e di quanto siamo vulnerabili.

Dobbiamo confrontarci con la nostra storia recente non tanto perché siamo spinti a farlo dall’esterno, ma perché lo dobbiamo a noi stessi. Dobbiamo accettare il nostro passato così com’è. Il passato non può più essere cambiato, ma può aiutarci a determinare meglio il nostro presente e il nostro futuro. Non possiamo né vogliamo congedarci da questo secolo con i sentimenti di insicurezza, astio o vergogna che oggi animano molti dei nostri concittadini. Sarebbe un’ipoteca che graverebbe ineluttabilmente sulle decisioni del prossimo secolo.

Il modo in cui ci confronteremo con il nostro passato dipende da noi, popolo e autorità della Svizzera. Nessun altro può farlo al nostro posto. Ora intendiamo prendere in mano – anche se in ritardo – questo processo, in parte forse anche doloroso, con una franchezza priva di riguardi, ma anche con dignità, autostima e rispetto delle difficili circostanze in cui i nostri predecessori si ritrovarono a decidere. Per farlo abbiamo la possibilità di scegliere tra due strade: una ci unisce, l’altra ci divide, esponendo il nostro Paese alle lacerazioni che una simile dura prova potrebbe comportare.

La nostra generazione non è responsabile di quanto accadde allora. Per la sensibilità odierna, la colpa è sempre qualcosa di soggettivo. Non può esistere una colpa collettiva, né della popolazione svizzera di allora né di quella attuale. Gli esseri umani possono assumersi responsabilità solo per azioni per le quali, viste le conseguenze, esistono anche alternative.

Risulta dunque chiaro che noi, oggi, siamo responsabili, ma siamo responsabili solo del modo in cui trattiamo il passato e interagiamo con la storia. Il nostro dovere di comunità nazionale è quello di rendere possibile il ricordo e di mantenerlo vivo. Il ricordo ci aiuta a capire e a impedire che agli errori eventualmente commessi vada ad aggiungersi l’ingiustizia dell’oblio e dell’indifferenza. Non può esistere alcun dubbio in proposito: il ritorno dell’ingiustizia si alimenta anche di silenzio e del sonno delle coscienze.

Non dobbiamo per questo riscrivere da capo l’intera storia della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale. Oggi molti avvenimenti sono infatti incontestabili:

· la maggior parte del nostro popolo era pronta a sacrificarsi e intendeva resistere alla scellerata, violenta e barbarica ideologia del Terzo Reich; era inoltre disposta a difendere incondizionatamente la libertà e la democrazia;
· il nostro Paese offrì protezione, per un periodo più o meno lungo, a circa 300 000 stranieri, contribuendo a salvare numerose vite umane;
· con i mezzi più disparati, le nostre autorità intendevano innanzitutto preservare la Svizzera dalla guerra e garantire la sopravvivenza del nostro popolo. Tutti noi sappiamo che questa politica è stata coronata dal successo e che le ragioni di questo successo consistono in un mescolarsi di resistenza e capacità di adattamento. Sarà la Commissione di storici a esaminare in dettaglio tutti i mezzi impiegati allora e a definire se furono legittimi e inevitabili. Ricordo che uno dei più grandi conoscitori della situazione dell’epoca, sir Winston Churchill, che quegli avvenimenti visse, nel dicembre del 1944 formulò un giudizio positivo: “Cosa importa sapere se la Svizzera fosse in grado di accordarci i vantaggi commerciali da noi auspicati o se, per assicurare la sua esistenza, abbia fatto troppe concessioni alla Germania? E` rimasta uno Stato democratico che dalle sue montagne ha difeso la sua libertà. Nonostante la sua appartenenza culturale, ha condiviso in gran parte le nostre idee”.
In breve: anche se non si dovessero conoscere i fattori ultimi che decisero della salvezza della Svizzera durante il secondo conflitto mondiale, noi oggi non dobbiamo vergognarci di essere stati risparmiati dalla guerra. Ogni Paese pensò innanzitutto ai propri interessi. Questo diritto spettava anche a noi: noi avevamo il diritto di sopravvivere.

Possiamo ringraziare solo Dio e tutti gli esseri umani coraggiosi per essere stati risparmiati da questa guerra. Dobbiamo ringraziare vivamente i nostri predecessori per la loro capacità di resistenza, i loro sacrifici, le loro rinunce e la loro determinazione nel difendere la libertà, il diritto e l’indipendenza. Ringraziamo però anche gli Alleati che, con un tributo umano ancora maggiore, hanno consentito la conclusione della guerra, il sopravvivere della cultura europea e implicitamente anche il nostro futuro fatto di libertà.
Chi come me ha vissuto da bambino il difficile periodo della Seconda guerra mondiale e conserva vivi numerosi ricordi, prova ancor oggi grande rispetto e riconoscenza per il coraggio, il senso disinteressato del dovere, lo spirito di sacrificio e di solidarietà con cui i nostri genitori resistettero in tempi ostili e servirono il nostro Paese.
Dobbiamo però anche chiederci se e in che misura gli Svizzeri hanno affrontato veramente le grandi questioni morali del periodo bellico. È con senso di autocritica e in tutta franchezza che dobbiamo quindi guardare alle pagine più oscure di quel difficile periodo: penso ad esempio alla politica in materia di rifugiati, a certe transazioni di oro della Banca nazionale, al commercio di materiale bellico o alla spietatezza che animò le banche nell’identificazione di averi non rivendicati. Certamente, anche a questo proposito vi sono già numerosi studi, ma le autorità e l’opinione pubblica non si sono finora occupate in modo sufficientemente approfondito di questi aspetti della verità. Da questo punto di vista, abbiamo finora sempre seguito la strada più facile.

Non spetta a noi condannare alla leggera i responsabili dell’epoca. Dobbiamo tuttavia deciderci a fare luce sulle loro azioni e su quanto è accaduto da allora. Veridicità, giustizia e solidarietà: sono questi i tre principi che devono guidarci in questo esame del nostro comportamento durante il periodo bellico, e negli anni che l’hanno preceduto e seguito.
La volontà di giungere alla verità ne rappresenta il fondamento. Vogliamo sapere come è andata e perché è andata così. Per questo motivo, nel dicembre dell’anno scorso, dopo che il Parlamento aveva approvato con un’inabituale unanimità il decreto federale sugli averi non rivendicati, abbiamo nominato una commissione di esperti indipendente presieduta dal prof. Bergier. La commissione Bergier è incaricata di procedere a un’analisi globale di quanto accaduto all’epoca in ambito politico ed economico.

Vogliamo e possiamo guardare in faccia alla realtà, qualunque essa sia. Tuttavia, la verità storica è per lo più complessa e non possiamo quindi pretendere neanche dai migliori esperti che trovino la verità assoluta. Sarebbe già molto se riuscissimo ad avvicinarci il più possibile a essa. Poiché “è sempre l’individuo ad avere l’ultima parola in politica e nella storia”, come affermava in maniera pregnante Jean Rudolf von Salis, stimatissimo storico scomparso l’estate scorsa.

Guardiamoci bene perciò, nell’interesse della verità, dall’appropriarci della storia per obiettivi di politica quotidiana, a scopi ideologici o per meri calcoli partitici. La volontà di trovare tutta la verità presuppone lo sforzo, senza prevenzione di sorta, di cercare luci e ombre nelle loro proporzioni effettive. Questa volontà senza remore di giungere alla verità e la rinuncia a ogni presa di posizione prematura sono condizione irrinunciabile per rileggere e accettare la storia di un periodo carico di conseguenze anche per il nostro Paese. L’ammonimento “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!” proprio nella ricerca della verità vale per tutti noi.

I fatti e gli avvenimenti storici si collocano in modo ben preciso nel tempo e nello spazio. Occorre quindi valutarli in contesti più ampi, altrimenti il lavoro storico si limiterebbe a pura contabilità. Il Consiglio federale ripone piena fiducia nella capacità della commissione Bergier di analizzare e valutare quanto successo secondo le regole riconosciute della scienza storica. Tuttavia, l’apprezzamento politico-morale del comportamento tenuto allora dalla Svizzera e le conseguenze da trarne non possono essere delegati agli storici; siamo invece noi – Consiglio federale, Parlamento e popolo – a dovervi procedere. Misura e criterio del nostro giudizio dev’essere la giustizia.

La ricerca della giustizia ci impone di considerare con equità le decisioni prese allora, essendo sottile il filo che separava la possibile libertà d’azione dalle imposizioni. Una tale valutazione richiede anche una grande umiltà da parte nostra. Nessuno di noi sa infatti come avrebbe agito nella situazione di insicurezza, minaccia e perfino paura che si viveva in quell’epoca.

La tutela dell’indipendenza del nostro Paese, legittimo obiettivo della nostra politica, non giustificava e non giustifica l’impiego di qualsivoglia mezzo. Rimane valido quanto affermato nel 1995 dal presidente della Confederazione Villiger in occasione del 50esimo anniversario a proposito della politica seguita dalla Svizzera durante la guerra in materia di rifugiati. Pur con tutta la comprensione per le minacce di quel periodo, dobbiamo ammettere che molte persone giunte in grave pericolo ai nostri confini, sono state inviate in modo pusillanime a morte certa, allorquando sarebbe stato possibile e necessario dar prova di maggiore magnanimità.

È probabile che anche nell’ambito delle relazioni economiche private e del commercio di oro della Banca nazionale, la commissione di storici giunga a conclusioni critiche nei confronti di persone che ricoprivano ruoli di responsabilità. Non è escluso che fra i vertici dello Stato e dell’economia vi fosse chi, agendo o astenendosi da ogni azione, essendo a conoscenza dei fatti ma tacendo, si sia reso personalmente colpevole più di quanto si sapesse finora, nuocendo così all’immagine del Paese. Se dovesse risultare che alcune alte cariche abbiano fatto troppo buon viso alla situazione, abbiano dimostrato poco coraggio e scarsa capacità di resistenza, quando sarebbe stato possibile e auspicabile agire diversamente, lo deploriamo vivamente.

Evitiamo però, a causa delle ingiustizie commesse da singoli individui, di vedere la Svizzera come uno Stato ingiusto. Nel nostro odierno Stato di diritto, appare ovvio che eventuali pretese sorte nel periodo bellico nei confronti della Svizzera o di istituzioni private e tuttora pendenti debbano essere adempite.

La vera risposta alla rilettura politica e morale del nostro passato ha nome solidarietà. L’8 maggio 1945, giorno in cui si concluse la Seconda guerra mondiale, il Consiglio federale indirizzò un messaggio al popolo, nel quale tra l’altro affermava: “Giudicare non è nostro compito. Il nostro compito è quello di aiutare, di alleviare le pene e di operare per il Bene”. E proprio questo il popolo e le autorità hanno fatto, in svariati modi fino ad oggi. Il Consiglio federale si rallegra che, tramite numerosi versamenti, le banche e l’economia abbiano permesso la creazione tempestiva di un fundo speciale. In tal modo si potranno soccorrere le vittime dell’Olocausto maggiormente indigenti.

Viviamo in Svizzera in una democrazia diretta. Anche per la rilettura del nostro comportamento nella Seconda guerra mondiale, questo fatto costituisce nel medesimo tempo un’opportunità e una sfida. L’accettazione della nostra storia, con le sue luci e le sue ombre, non può essere imposta a un popolo dall’alto, né tanto meno da fuori. Non abbiamo nessun timore del popolo. Ma è chiaro che questo difficile processo può essere portato a buon termine soltanto insieme al popolo, non senza di esso o addirittura contro di esso. Popolo e autorità devono confrontarsi con il proprio passato affrontarne le conseguenze che ne derivano. Nel nostro Paese, con i suoi istituti di democrazia diretta, qualsiasi tentativo di riscrivere in modo troppo distaccato ed elitario la storia e la sua interpretazione è destinato al fallimento. Una profonda divisione tra popolo e autorità su un argomento che tocca così sensibilmente l’identità stessa del popolo potrebbe influenzare in modo pernicioso l’atteggiamento politico delle nostre concittadine e dei nostri concittadini e avere conseguenze pregiudizievoli per l’avvenire del Paese.

È perciò nostro dovere affrontare questo compito con la massima sensibilità e nel medesimo tempo tutelare verso l’esterno il nostro onore e i nostri interessi nazionali. I giudizi sommari, palesemente ingiusti, sul nostro Paese e le affermazioni ingiuriose non favoriscono certo i passi avanti, ma inducono tutt’al più il popolo svizzero a reazioni stizzite. Invito perciò le istanze internazionali a comprendere che nel nostro Paese la rilettura del passato non può essere guidata unicamente dagli storici, dal Governo e dal Parlamento, ma deve avvenire con il popolo, secondo un processo democratico e nel più assoluto rispetto dei diritti costituzionali, in particolare della libertà d’espressione. Abbiamo fatto tutto il necessario per avviare il processo di accertamento della verità e siamo decisi a confrontarci con il nostro passato. Lo abbiamo già affermato più volte e lo ribadiamo: la Svizzera mantiene le sue promesse.

Vi invitiamo però a comprendere che un simile processo richiede, in una democrazia diretta, tempo e opera di convincimento.

In qualità di presidente della Confederazione, mi rivolgo innanzitutto al nostro popolo e chiedo alle nostre concittadine e ai nostri concittadini franchezza e disponibilità a percorrere insieme al Consiglio federale e all’Assemblea federale questo percorso di ricerca della verità. Dobbiamo gettare ponti di riconciliazione e dare prova di umanità, ognuno secondo il suo ruolo e le sue possibilità. Rivolgo in primo luogo un appello alle generazioni più anziane: dialogate con i giovani e rendeteli partecipi delle esperienze e delle forti emozioni di quei tempi. I giovani comprenderanno così che la resistenza contro la barbarie e la sete di potere è pagante anche quando la situazione appare disperata. E se oggi, insieme, dobbiamo trarre un insegnamento per il futuro, è quello di mantenerci vigili contro ogni accenno di intolleranza e di razzismo, ovviamente anche quando compaiono sotto forma di antisemitismo. Al discredito gettato su una minoranza o su una parte della popolazione ne segue presto un altro. Non bisogna concedere spazio a queste tendenze. La tutela generale della dignità umana, con tutte le sue implicazioni, deve venire prima di ogni altra cosa. E sotto questo aspetto proprio la Svizzera, uno Stato composto di molti popoli che convivono pacificamente, deve fungere da esempio.

Mi rivolgo anche a voi, donne e uomini scelti dal popolo e responsabili della politica nel nostro Paese, per esortarvi a proseguire con coerenza nel cammino che abbiamo intrapreso alla ricerca della verità, della giustizia, della solidarietà. Nessuna voce, provenga essa dall’interno o dall’esterno, deve fuorviarci. Non abusiamo di un tema spinoso come la rilettura del nostro passato per cercare di profilarci politicamente. Non fomentiamo diffidenze tra popolo e autorità e tra singoli gruppi della popolazione. Partecipiamo insieme, con franchezza e reciproco rispetto, a questo processo di rivisitazione del nostro comune passato, sostenuti dalla profonda convinzione che il confronto consapevole con le sue luci e le sue ombre ci fa maturare e ha un effetto liberatorio. La nostra storia prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale non deve essere né superata ne rielaborata, ma deve essere accettata da noi tutti. Se ci riusciremo, saremo anche in grado di determinare il nostro presente e il nostro futuro.

Allo sguardo al passato, il Consiglio federale desidera tuttavia affiancare anche uno sguardo in avanti.

La miseria, l’indigenza, le ingiustizie, i genocidi e le violazioni dei diritti umani non appartengono solo alla storia; sono anche realtà innegabili e gravi del presente. E’ dunque piú che opportuno creare un opera di solidarietà.

Se vogliamo fare un gesto che si iscriva nella tradizione umanitaria della Svizzera ed esprima la gratitudine per essere stati risparmiati dai due conflitti mondiali, se vogliamo riparare degnamente coloro che hanno sofferto in modo indicibile 50 anni or sono, se vogliamo contribuire fattivamente a rinvigorire l’idea di solidarietà e di civismo, oggi tanto sviliti, all’interno e all’estero, allora dobbiamo intraprendere qualcosa che permetta di mitigare le sofferenze di oggi e di domani, per intima convinzione e volontà esplicita di un Paese consapevole.

E’ in questo senso che il Consiglio federale, d’intesa con la Banca nazionale e in riguardo all’ anno del giubileo 1998, ha proposto l’idea di una “Fondazione svizzera per la solidarietà” il cui scopo essenziale sarebbe quello di alleviare la miseria in Svizzera e all’estero. La fondazione sarebbe finanziata con i proventi della gestione economica della parte di riserve auree della Banca nazionale che, in seguito alle riforme necessarie della relativa normativa finanziaria e monetaria, è a disposizione per altri scopi di natura pubblica. Il patrimonio della futura fondazione dovrebbe aggirarsi attorno ai sette miliardi di franchi. La fondazione avrebbe il compito di gestire tali riserve secondo le regole di mercato e, con una gestione accurata, si potrebbe contare in media e a lungo termine su introiti annui dell’ordine di alcune centinaia di milioni di franchi, da destinare in parti uguali all’interno del Paese e all’estero. I beneficiari sarebbero le vittime di catastrofi, di genocidi e altre gravi violazioni dei diritti umani, ivi comprese le vittime dell’Olocausto / Shoa.
Dovendosi realizzare quest’idea di fondazione svizzera per la solidarietà, il Consiglio federale rinuncerebbe definitivamente a pagamenti basati su contributi di altra natura. Questa fondazione per la solidarietà sostituirebbe la struttura di fondazione prefigurata in precedenza e avrebbe finalità molto piú ambiziose.

La creazione di una fondazione siffatta richiede tuttavia tempo, presuppone determinati accertamenti giuridici e un esame preciso della futura struttura. Per l’aiuto immediato delle vittime dell’Olocausto / Shoa sono a disposizione i mezzi del fondo speciale creato la scorsa settimana. Il Consiglio federale approva pertanto l’intenzione della Banca nazionale di alimentare il fondo con 100 milioni di franchi.

Il Consiglio federale è convinto che la creazione di una Fondazione svizzera per la solidarietà sarebbe un gesto importante e duraturo, capace di produrre effetti benefici ancora fra dieci, venti o cinquant’anni, tanto all’estero che in Svizzera, e tale da ridare nuovo vigore al principio di solidarietà che reputa essenziale per il nostro Stato. Si augura pertanto di poter intraprendere quest’opera con la Vostra collaborazione e con l’appoggio del popolo, che pure dovrà dare il suo sostegno. In questo agire avremmo un segno tangibile della nostra capacità di reagire al passato e di guardare al futuro. Sarebbe un contributo lungimirante per una Svizzera piú solidale.

Commissione di esperti indipendente presieduta dal prof. Bergier Sito ufficiale della Commissione di esperti indipendente presieduta dal prof. Bergier

Le conclusioni della Commissione furono rigorose ed impietose, e suscitarono emozioni contrastanti e sconcerto nella popolazione elvetica.

Qualcuno, indignato, accusò il Parlamento di autolesionismo per avere – all’unanimità – costituito questa commissione di indagine, altri, i più, mostrarono l’orgoglio, dei forti e degli onesti, di appartenere ad una Nazione, forse l’unica al mondo, capace di scandagliare impietosamente il proprio passato senza pudori e vergogne, nello spirito indicato dal Presidente della Confederazione Arnold Koller.

Qualcun altro, in Svizzera, ricordò che, se è ben vero, che la Germania si dissociò dal proprio passato, rinnegandolo, mai costituì una imparziale commissione di indagine, limitandosi ad accusare dei crimini e delle nefandezze Adolf Hitler, quasi che questi non fosse il Capo del governo della Germania.

E ricordò che pure l’Italia si comportò similmente, dando la responsabilità della politica razziale antisemita, delle guerre, dei crimini di guerra (l’uso dei gas, in Libia, da parte del gen. Graziani, le atrocità nei Balcani durante la II Guerra mondiale, ecc.) al Capo del governo, Benito Mussolini, duce del fascismo.

Che nelle piazze gli Italiani rispondessero “cannoni” alla domanda di Mussolini “burro o cannoni”, e che costui fosse stato osannato per ventanni, pare che tutti se ne siano dimenticati!
«I popoli che dimenticano la loro storia – ha sottolineato Josep Borrell, presidente del Parlamento dell’Unione europea (27 gennaio 2005) – sono condannati a ripeterla».

Di seguito l’intervento del Prof. Jean-François Bergier, presidente della CIE alla conferenza-stampa del 22 marzo 2002, testo pubblicato sul sito ufficiale del Governo svizzero. Sito ufficiale

Eccoci all’ultimo incontro tra voi e la CIE, che d’altronde non esiste più dal dicembre scorso. I suoi membri sono orgogliosi di potervi presentare la sintesi finale del loro impegno, pubblicata simultaneamente in quattro lingue. L’incontro ci offre però anche l’occasione di ringraziare la stampa svizzera ed estera e l’opinione pubblica che hanno accompagnato il nostro lavoro con notevole senso critico. Nel corso degli ultimi cinque anni, s’era instaurato un vero e proprio dialogo. Se, a volte, è un po’ mancata la serenità di cui avremmo gradito vederci attorniati, ciò dipende dal fatto che la posta in gioco dava vita a emozioni contrastanti, segni evidenti, a loro volta, dell’importanza e della necessità del compito che ci era stato affidato. Sia come sia, la CIE ha comunque saputo preservare la propria indipendenza in ogni circostanza. Quattro sono gli obiettivi perseguiti dalla sintesi che oggi vi consegniamo:
Riprendere e riassumere i risultati di tutte le nostre indagini, esposti nei 25 volumi di studi, contributi alla ricerca e perizie giuridiche, onde rendere tali risultati più facilmente accessibili a tutti ed evidenziare i più significativi.

– Adempiere al vero senso di un lavoro di sintesi, sforzandosi di mostrare il grado e il modo in cui i vari aspetti studiati interagiscono, venendo a formare un corpo unico, complesso, ma indissociabile: il tutto dà senso alle parti.
– Situare i dati da noi portati alla luce nel loro contesto nazionale e internazionale, in un clima, in un sistema di valori e di riferimenti o, piuttosto, in sistemi contrapposti, il cui scontro avvenuto tra il 1933 e il 1945 generò la tragedia.

– Ricordare, infine, i limiti contro cui cozza la nostra impresa, ciò che non siamo stati in grado di risolvere, per mancanza di fonti o del tempo necessario a trarre profitto di tutti i dati di cui disponevamo; in questo senso, essa apre prospettive a future ricerche.
Nei suoi 5 anni di vita, la CIE ha profuso gran parte delle proprie energie nelle ricerche d’archivio, in fondi pubblici e soprattutto privati. Pochi mesi sono quindi rimasti per la redazione, la traduzione e la pubblicazione del Rapporto finale, avvenute inoltre in condizioni materiali insolite e scomode, di cui porta responsabilità il Consiglio federale. Per questi motivi, il libro non ha tutta la perfezione formale che avremmo desiderato. La fretta traspare nella redazione e nelle traduzioni, dove non mancano le ridondanze, persino lievi contraddizioni nella valutazione di uno stesso fatto ad opera di autori diversi. L’accordo di Washington del 1946, per esempio, è visto nel capitolo 2 come un relativo insuccesso della diplomazia svizzera e nel capitolo 7 come un successo della stessa. : è una questione di punto di vista, come nel caso del bicchiere che per una persona è mezzo pieno e per l’altra mezzo vuoto…Simili dissonanze secondarie sono inerenti ad un lavoro collettivo. Abbiamo preferito accettare questi difetti e rispettare le scadenze di consegna, piuttosto che accumulare ritardi nel rincorrere una perfezione forse illusoria.

Guardando al fondo delle cose, mi preme sottolineare ciò che ritengo essenziale: questo testo, in gran parte scritto personalmente dai membri della CIE, che l’hanno inoltre ampiamente discusso e modificato prima di approvarlo, è sostenuto all’unanimità dalla Commissione. Non c’è voluta nessuna procedura particolare per appianare opinioni contrastanti: tutti noi assumiamo la responsabilità per tutto quanto viene esposto nel Rapporto. Ovviamente, se ognuno avesse avuto la libertà di scrivere da solo questa sintesi, si sarebbe espresso in modo diverso. Non eravamo sempre dello stesso parere sulla forma da adottare per raccontare i fatti ed esporre la loro interpretazione, ma siamo sempre riusciti a trovare un compromesso che, mi sembra, non toglie nulla alla credibilità dell’enunciato, anzi! Per quanto riguarda invece la sostanza dell’opera, la sua struttura e le conclusioni che vi si traggono, siamo tutti d’accordo.

Voi sapete che l’incarico ricevuto non esigeva da noi una storia generale della Svizzera al tempo del nazionalsocialismo e oltre quegli anni. Ci imponeva solo di chiarire alcuni punti controversi o poco noti di quella storia, gli aspetti che sembravano indicare come la Svizzera, cioè i suoi dirigenti politici ed economici, avessero in parte abdicato alle loro responsabilità.
Effettivamente, siamo giunti alla conclusione che in tre campi l’assunzione delle proprie responsabilità è stata carente, addirittura molto carente.

Primo campo: la politica d’asilo della Confederazione e dei cantoni. Si tratta di gran lunga della questione più delicata, poiché riguarda la vita di migliaia di esseri umani. Al pari di parecchi storici che l’hanno preceduta, la CIE ha dovuto constatare che questa politica fu troppo restrittiva e che lo fu inutilmente. L’incertezza riguardo alle cifre e le speculazioni che ne decorrono non cambiano una virgola a quest’affermazione: moltissime persone in pericolo di vita furono respinte senza motivo; altre furono accolte, ma non sempre se ne rispettò la dignità umana. Il coraggio di alcuni cittadini, il loro senso della giustizia e il generoso impegno di ampie cerchie della popolazione hanno un po’ mitigato la politica ufficiale, senza però poterne mutare il corso. Eppure, le autorità erano al corrente del destino che attendeva le vittime, e sapevano pure che un atteggiamento più flessibile e generoso non avrebbe avuto conseguenze insopportabili né per la sovranità del paese né per le condizioni di vita della popolazione, per precarie che fossero. Ciò ci impedisce di lasciar cadere l’affermazione, forse provocatoria nella forma, ma rispettosa della realtà, che la politica delle autorità svizzere ha contribuito alla realizzazione del più atroce obiettivo nazista, quello dello sterminio.

Secondo campo: gli accomodamenti con le potenze dell’Asse consentiti dallo Stato e da una parte dell’economia privata. Questa è una questione ostica, poiché nessuno può dubitare della necessità di arrivare a dei compromessi, senza i quali si rischiava il tracollo politico ed economico della Svizzera. Paradossalmente, un certo grado di cooperazione economica con il regime nazista funse da elemento di resistenza all’influsso dalla potenza tedesca e s’inserì nel dispositivo di difesa nazionale. A quel tempo era difficile valutare qual era il punto oltre cui ci si sarebbe spinti troppo lontano. Ora, noi mostriamo che in effetti si andò spesso troppo lontano, sia a Berna che nelle sedi di certe imprese; certe, ma non tutte, il che rivela che esistevano margini di manovra, i quali furono però individuati e utilizzati in modo diverso, troppo poco sistematicamente. Le nostre ricerche non hanno portato alla luce nessun caso di cooperazione per motivi ideologici o per simpatia verso il regime nazista, né da parte di organi statali né da parte dell’industria. Talune imprese vi hanno visto un’opportunità di guadagno, altre una condizione per sopravvivere – al pari della Confederazione stessa, del resto. Tuttavia, tale collaborazione ha avuto per effetto di ledere il rigoroso rispetto della neutralità. Una neutralità che empiva la retorica ufficiale, che legittimava azioni a volte scabrose o il rifiuto d’agire. Uno slogan multiuso, ma che permise distorsioni dei doveri imposti dal diritto di neutralità, le più palesi delle quali furono il cosiddetto credito del miliardo, la fornitura di materiale di guerra statale, il controllo insufficiente del traffico ferroviario tra la Germania e l’Italia.

Terzo campo di responsabilità mal gestita: la questione delle restituzioni nel dopoguerra. Né la Confederazione, attraverso disposizioni legali insufficienti e inadeguate né le imprese private, le banche, le assicurazioni, i fiduciari, le gallerie d’arte o i musei non hanno adottato con la dovuta serietà e tempestività le misure che s’imponevano, onde permettere a tutti gli aventi diritti di rientrare in possesso dei loro beni. Questa mancanza non dipese da malevolenza, dall’intenzione di arricchirsi a spese delle vittime, ma soprattutto da negligenza, dalla mancata percezione di un problema ritenuto in fondo marginale; oppure dal desiderio di conservare intatti i vantaggi derivanti dalla strategia della discrezione, specialmente quelli del segreto bancario. Questa politica ha creato i cosiddetti “averi in giacenza” ed è all’origine delle rivendicazioni e dei problemi legati alla propria immagine e alla propria storia, che la Svizzera s’è vista costretta ad affrontare in questi ultimi anni, avendoli trascurati quando sarebbe stato il momento di risolverli.

Le questioni appena esposte non sono le uniche che abbiamo cercato di chiarire. Ad esse se ne allacciano altre, per esempio l’impiego di 11’000 lavoratori forzati nelle imprese svizzere in Germania, l’occultamento di interessi tedeschi e italiani, il transito di fondi nazisti (e di criminali in fuga) e l’elenco potrebbe continuare.

D’altro canto, le risposte fornite a queste questioni non sono né complete né definitive. La ricerca deve proseguire.

D’ora innanzi, non potrà fare a meno di superare gli stretti orizzonti nazionali, di organizzarsi a livello mondiale. Poiché la maggior parte dei campi del nostro legittimo interesse oltrepassa le frontiere, sfugge alle prospettive limitate dei singoli Stati implicati. la CIE non c’è più, ma i suoi membri sì; essi veglieranno a che lo slancio preso qui e altrove non si esaurisca.


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