28 Luglio, 2016

Omaggio della Svizzera all’emigrazione italiana

All’Istituto svizzero di Roma in mostra “Il lungo addio”. L’emigrazione italiana in Svizzera dopo il 1945.
138 foto su uno dei fenomeno socio-economici più intensi e drammatici che hanno segnato nel secondo dopoguerra i rapporti italo-svizzeri.
Uno sguardo all’ indietro verso il paese. Gli occhi inumiditi. Il viso scarno. Una mano saluta dal finestrino di un treno, zeppo da morire. Ultimi attimi prima del viaggio verso l’incognito.
E’ questa una delle 138 fotografie in mostra fino all’11 luglio prossimo all’ Istituto culturale svizzero di Roma. Una foto che racchiude nella sua drammaticità 50 anni di storia italo-
svizzera. Storia spesso dimenticata, forse anche rimossa soprattutto da chi di quel flusso ininterrotto di “braccia” piu’ ne approfitto’ -la Svizzera.

Famiglie intere accampate nelle stazioni
“Fra il 1950 e il 1970 furono complessivamente fra i 3 e i 4 milioni gli italiani che
emigrarono verso la Svizzera”, dice a swissinfo, Dieter Bachmann, direttore dell’ Istituto svizzero di Roma e curatore della mostra.
Valige di cartone infilate dai finestrini dei treni. Famiglie intere accampate in sordide sale d’aspetto. File ininterrotte di questa umanità disperata che scorrono come un fiume in piena sulle banchine delle stazioni.
Uomini con la sigaretta che pende da labbra chiuse, lo sguardo perso. Donne in
nero dal volto fiero, con un neonato in braccio.
“Questa gente era costretta a partire”, dice Bachmann, perché nei loro paesi erano diventato impossibile non solo trovare lavoro ma sopravvivere”.
La fuga della speranza: prima tappa le stazioni di frontiera. Visita medica: uomini e donne tutti assieme come al mercato dei buoi.
Poi il tanto sognato lavoro. Lontano. Su nel freddo delle montagne. Nelle baracche abbarbicate sugli strapiombi della Verzasca, dell’alto Vallese, dei Grigioni.

Dighe dai muri altissimi, minacciosi, mortali.
La tragedia: quella di Mattmark. Era il 1965. Una cinquantina gli italiani morti. Non ebbero mai giustizia. Operai dai visi intrisi di polvere nera. Nera come la morte. Quanti non fecero piu’
ritorno dai quei lunghi cunicoli scavati nelle rocce. Quanti caddero dalle
impalcature o morirono per le esalazioni delle fonderie.
Poi venne l’integrazione, lenta ma inesorabile. Ma a qualcuno, scoprire che alle braccia erano attaccati anche degli uomini non piacque molto. Le iniziative Schwarzenbach, xenofobia, leggi opprimenti.
“Non esito a usare anche la parola vergogna per le difficoltà a cui spesso gli stranieri venivano sottoposti in Svizzera, dice Bachmann. Partiti xenofobi che non hanno mai accettato la diversità. Oppure l’umiliante statuto stagionale”.
Foto di prime comunioni. Bambine con il velo bianco. Tanta gente attorno a un tavolo. La festa.
Il primo concorso canoro. Le prime squadre di calcio. La prima 500.
I movimenti sindacali. Una tavolata con in primo piano il sindacalista Ezio Canonica al Cooperativo di Zurigo.

Ma la storia si ripete
Storie che sembrano archeologia. Eppure era solo ieri. C’è chi si è costruito la casa al paese. Il salotto buono. Mobili pacchiani ma che fanno moderno, che fanno ricchezza.
Storie a lieto fine, ma il lungo addio è già iniziato per altri: stazione di polizia; madre algerina con il figlioletto accanto. Foto segnaletica: clandestini.
La copertina del libro (Limmat Verlag)
Non esito a usare anche la parola vergogna.
Dieter Bachmann, curatore

CONTESTO
“Il lungo addio — Der lange Abschied”.
Una storia fotografica sull’emigrazione italiana in Svizzera dopo la guerra — 138 fotografie che documentano il periodo a partire dal 1945.
Edizione bilingue in tedesco e italiano.
L’esposizione è a Roma all’Istituto svizzero fino all’11 luglio.
Sarà poi allestita a Coira dal 7 novembre al 15 febbraio 2004 e a Zurigo dal 26 febbraio al 23 aprile 2004.


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