28 Luglio, 2016

Sacerdotes juris

La lezione di Lorenzo Valla, umanista del ‘400
La prima critica esplicita al sapere giuridico tradizionale, formalistico e improduttivo, capace solo di rafforzare il potere del ceto corporativo dei giuristi, venne dal figlio di uno di essi: Lorenzo Valla (1407-1457), noto ai più per aver dimostrato la falsità del documento della “donazione di Costantino”.
Il grande umanista sottolineò con forza come «il fondamento della legge non sia nell’honestas* ma nell’utilità» (De Voluptate).
Fu una rivoluzione concettuale di enorme portata.
(*) honestas si potrebbe tradurre come: “buone intenzioni”.

Dall’ontologismo della vecchia (e ormai concettualmente già logora) tradizione aristotelico-tomistica attenta alle ‘essenze’ («quiddità» ed «ecceità» dicevano i filosofi di quella scuola) delle cose, si passava all’utilitarismo moderno, attento alle ‘quantità’ e ai ‘risultati’.

Il diritto non era più derivato da uno scrigno eterno e intangibile di valori metafisici (la cui chiave di accesso era posseduta dai soli sacerdotes juris), ma doveva adattarsi agli interessi e alle esigenze concrete (e mutevoli) della realtà storica.

Solamente i Paesi che accolsero la Riforma protestante (di Lutero, Zwingli, Calvino, ecc.) seppero intimamente accogliere questo messaggio, mentre la Controriforma cattolica, attuata inizialmente con il Concilio di Trento, tardò a recepire la lezione dell’Umanista, riformatore civile.
Senza cultura non c’è rivoluzione, ma solo sommossa ed inconsulta violenza.

E taluno (traendo spunto dal recente sbandieramenti della Costituzione italiana del 1948, quale fosse un Bibbia eterna ed immutabile, da parte di Magistrati “girotondini”*) potrebbe concludere che sol dove vi è stata la Riforma religiosa, vi è stata la piena Riforma civile (e la riforma della giustizia) portata dall’Umanesimo.
(*) Cultori paiono del medioevale “ipse dixit” aristotelico, questo pertinente alla formazione classica dei “laudatores temporis acti”, destinati alla sorte di don Ferrante, di manzoniana mamoria

Potrebbe essere spunto per un’utile meditazione la lettura della pagina diritto svizzero nella quale si descrive brevemente il sistema giudiziario elvetico, pel quale i Magistrati vengono eletti, con incarico temporaneo, e non arruolati a vita tramite un concorso, gestito burocraticamente dall’Ordine giudiziario medesimo.

Ciò impedisce la istituzione di una casta, avulsa dal sentire del popolo, nel cui nome sentenzia, e non depriva i cittadini di uno, il giudiziario, dei poteri fondamentali e sovrani della repubblica. (*)
(*) Gli altri due sono, com’è noto, il legislavivo e l’esecutivo.

L’indipendenza e l’imparzialità dei Magistrati, si è osato credere, in Svizzera, sono correlate all’intimo rispetto delle Istituzioni e di se stessi, ed al controllo dei cittadini, e non già all’arruolamento burocratico e/o con la perpetuità della funzione, che ha in sé il germe della istituzione di una corporazione.

Pearaltro si noti che, essendo la Svizzera uno Stato di diritto, con la netta divisione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), e risiedendo la Sovranità in capo al popolo, questi mai si è spogliato del potere sovrano e reale; dunque mai, nella sua plurisecolare storia (più di otto secoli), ha conferito incarichi, o mandati, a vita a chichessia: né quindi ad un re o ad un capo del governo (del tipo Cromwell, Robespierre o Napoleone, Stalin, Franco, Hitler, Mussolini, Ceausescu, ecc.), né al legislativo, né, tantomeno, ad una burocrazia giudiziaria.

Spogliarsi anche di un solo potere significa abdicare alla sovranità.

Non suona singolare che le dittature (giacobine, fasciste o comuniste, ecc.) prevedano sempre giudici burocrati, non eletti direttamente dal popolo!

Costoro, nel corpus, mai hanno – sotto la dittatura – rappresentato una democratica garanzia istituzionale, sempre, al contrario, si sono conformati al volere del duce di turno, applicando le leggi anche le più infami. (*)
(*) In Italia, per fare un solo esempio, le leggi razziali del 1938.


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