28 Luglio, 2016

La storia del Canton Ticino

I primi abitanti stabili nel territorio ticinese sono opera di agricoltori neolitici, installatisi nelle vallate sudalpine alla fine dell’epoca glaciale, ossia fra 6500 e 7000 anni fa. Testimonianze di questi insediamenti sono state portate alla luce a Bellinzona, Carasso, Ascona e Coldrerio. Le tracce delle presenze abitative durante l’età del bronzo confermano una ripartizione territoriale analoga a quella del neolitico. Mancano per contro prove dirette delle zone abitate durante l’età del ferro, anche se la distribuzione delle necropoli nel territorio dimostra che tra il VI e il III sec. a.C. gli insediamenti si consolidano in zone poco diverse dalle attuali. Si tratta di una popolazione autoctona, appartenente alla tribù dei Leponti, nella cui cultura materiale si notano influssi celtici e italici, determinati dai traffici commerciali di transito. Tutti i ritrovamenti archeologici dell’area ticinese escludono un’invasione militare romana, a differenza di quanto e avvenuto nella regione dell’Altipiano, posto ai limiti settentrionali dell’impero. I ritrovamenti testimoniano invece una compenetrazione culturale tale che, sul finire del I secolo a.C., si può parlare di romanizzazione conclusa. Il battistero di Riva San Vitale è uno dei più antichi monumenti cristiani in muratura della Svizzera. Il processo di cristianizzazione sulle terre ticinesi si svolge in una popolazione fortemente impregnata di cultura romana, nella quale le grandi migrazioni dei popoli germanici lasciano solo qualche traccia.
Verso la fine dell’impero romano, popolazioni in fuga dalle regioni padane si rifugiano nelle aree prealpine, dando impulso ai centri romani. Bellinzona, chiave dei passi alpini, si conferma quale punto strategico nei rapporti e negli scontri fra le potenze del settentrione e del meridione d’Europa. Alcune tracce archeologiche forniscono qualche esempio dell’abitato altomedievale. Nel grande recinto fortificato di Castel Grande a Bellinzona, come a Carasso, si sono individuate tracce di abitazioni a pianta quadrata costruite con muri a secco. Il complesso Maghetti di Lugano è invece, nell’VIII-IX secolo, un’importante struttura di depositi e attività artigianali. Lo studio dei resti vegetali ritrovati nei sedimi del frantoio-mulino, dell’essiccatoio e di alcuni depositi, danno un’idea dell’alimentazione dell’epoca, fondata su frumento, segale, miglio, panico, orzo, fave, piselli, castagne e olio di noci.
Le prime tracce del cristianesimo in Ticino datano della fine del IV secolo, mentre una spinta decisiva alla sua diffusione si ha con il vescovo milanese Ambrogio, con l’appoggio della sede vescovile di Como. A partire dal V secolo sorgono, nei centri più importanti, le prime chiese parrocchiali cui vengono ad aggiungersi, sicuramente già nel VII secolo, altri piccoli edifici di culto sparsi nel territorio, a testimonianza di una presenza sempre più marcata della religione cristiana e delle sue strutture. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, le terre ticinesi vengono assoggettate dai Goti e dai Bizantini, per poi essere integrate, nel VI secolo, nel regno longobardo, che ha come capitale Pavia. Alcuni esponenti di famiglie longobarde, come Totone da Campione e Attone vescovo di Vercelli, hanno notevole influsso sui destini politici ed ecclesiastici della nostra regione. I canonici milanesi eserciteranno, anche nei secoli successivi, il potere spirituale e temporale nelle valli di Blenio e della Leventina.
I Franchi, conquistando il regno longobardo nel 774, danno un nuovo ordinamento alle terre ticinesi, che tuttavia e destinato ben presto a sfaldarsi in seguito al frazionamento feudale del potere, che caratterizza i secoli precedente il Mille. Sono soprattutto gli enti ecclesiastici che riescono a conquistare un notevole grado di autonomia, specie nel Sottoceneri, divenendo vere e proprie signorie territoriali. Spesso in conflitto tra di loro, la chiesa vescovile di Como, i monasteri benedettini di S. Ambrogio di Milano e quelli di S. Pietro in Ciel d’Oro di Pavia esercitano la loro sovranità. Il vescovo di Como finirà con il conquistare salde posizioni di potere a Bellinzona, a Locarno e soprattutto a Lugano, raggiungendo l’apice della sua sovranità, caratterizzato da tutte le prerogative di un signore feudale, nel secolo XI. Gradatamente tuttavia, tutti i poteri pubblici che la chiesa comasca era riuscita ad accumulare nelle regioni ticinesi passeranno nelle mani del comune di Como. La popolazione residente e molto legata alla terra, dalla quale trae pressoché tutto l’occorrente per vivere, ma, salvo alcune esigue parcelle, gli appezzamenti agricoli sono di proprietà quasi esclusiva di chiese e monasteri, nonché di grandi e piccoli casati nobili, locali o stranieri.
Il movimento comunale segna in profondità la storia urbana italiana dal secolo XI in poi e caratterizza pure l’evoluzione delle terre ticinesi in un’epoca in cui appaiono nuove forze sociali, aumentano la popolazione e la produzione, si rianimano gli scambi commerciali e si aprono nuove vie di transito (S. Gottardo, fine sec. XII). Nella secolare lotta per l’affermazione e per la difesa del territorio soggetto, il comune di Como e la città di Milano si fronteggiano in una guerra decennale, cui seguiranno numerosi altri conflitti, acuiti dalle guerre contro l’impero e da lotte interne per il potere. Dopo alterne vicende, Milano (dove ha nel frattempo prevalso la famiglia dei Visconti) ottiene nel 1335 la definitiva vittoria contro la città di Como (nella quale è emersa la famiglia Rusconi). La potente capitale lombarda diventa capitale di uno stato che, nella seconda metà del Trecento, si estende su buona parte dell’Italia settentrionale. Bellinzona verrà conquistata nel 1340, Locarno nel 1342, Blenio e Leventina cadranno in mano viscontea dal 1344.
I Visconti e gli Sforza, loro successori, assegneranno in seguito i loro territori ticinesi, eccettuato Bellinzona, a famiglie di nobili, locali e straniere. Gli Svizzeri, reduci dalle vittorie militari di Sempach e Näfels, approfittano della morte del potente duca Gian Galeazzo Visconti per occupare una prima volta la Leventina e Bellinzona, ma saranno sconfitti dalla reazione milanese nella battaglia di Arbedo del 1422. Solo dopo la sconfitta ducale di Giornico nel 1478, gli Urani ottengono definitivamente questo primo lembo di terra al di qua delle Alpi, conquistando il controllo dei passi alpini e della fortezza di Bellinzona. La loro determinazione ad espandersi verso sud, agevolata dalla crisi del ducato milanese in guerra con la monarchia francese, sarà coronata da successo nei primi anni del Cinquecento.
Gli Svizzeri raggiungono il massimo della loro potenza militare tra la metà del Quattrocento e il primo decennio del Cinquecento. Si impadroniscono dei nodi delle vie alpine, Bellinzona, Chiavenna, Domodossola , dilagando a sud e riuscendo perfino a dominare per breve tempo lo stato di Milano. Sconfitti a Marignano (1515), gli Svizzeri devono però cedere la Lombardia alla Francia (che dopo alcune guerre la consegnerà alla Spagna), ma non rinunciano agli accessi alpini, troppo importanti per i loro interessi commerciali. Le otto piccole regioni corrispondenti agli attuali distretti del Cantone Ticino, divengono così i baliaggi italiani degli Svizzeri. Pur sovrapponendo la loro autorità, esercitata per mezzo di un governatore e giudice chiamato comunemente landfogto, gli Svizzeri rispettano gli ordinamenti e le consuetudini preesistenti. Ogni baliaggio viene così a costituire un piccolo mondo autonomo con i propri statuti, le proprie assemblee e i propri pesi e misure. I cantoni sovrani verificano annualmente in loco l’operato dei landfogti per il tramite di una commissione di loro rappresentanti. La gelosia campanilistica fra i comuni, le divergenze o concorrenze fra i baliaggi, le lungaggini dei cantoni sovrani e la mancanza di mezzi contribuiscono ad ostacolare la realizzazione di grandi opere di interesse comune. La posizione geografica e la condizione politica dei baliaggi ticinesi ostacolano in modo determinante la diffusione della riforma protestante. Il valico del S. Gottardo che conduce nel canton Uri, rimasto cattolico, fa da filtro alla circolazione di idee e libri protestanti.
A sud, in Lombardia, sono presenti gruppi di riformati, controllati tuttavia dall’Inquisizione. Ai landfogti svizzeri è inoltre vietato di fare propaganda per la riforma nei baliaggi. Nonostante queste premesse, non mancano i tentativi i diffondere la nuova dottrina, soprattutto nei centri. Solo a Locarno tuttavia, dove ha un ruolo fondamentale il prete Giovanni Beccaria, le idee riformate riscontrano un certo successo presso le famiglie benestanti. L’estendersi della riforma allarma le autorità dei cantoni cattolici. Il 15 novembre 1554, la Dieta di Baden ordina ai riformati locarnesi di tornare al cattolicesimo o di abbandonare la città. Più di 170 persone rifiutano l’imposizione e si trasferiscono a Zurigo, dove alcuni raggiungeranno una confortevole posizione sociale. Il Concilio di Trento (1545-1563) affida ai vescovi il rinnovamento della Chiesa. Il primo ad agire nelle terre ticinesi e il cardinale milanese Carlo Borromeo, che compie numerose visite pastorali, intervenendo anche con estremo rigore per correggere idee e comportamenti ritenuti sbagliati. Una conseguenza molto importante del rinnovamento e l’istituzione della Dottrina Cristiana, un’associazione il cui scopo non è solamente di trasmettere ai ragazzi il catechismo, ma anche di insegnar loro a leggere. Questa attività è il primo passo sulla strada dell’istruzione popolare, che nel Seicento e nel Settecento viene estesa allo scrivere e al far di conto ad opera delle scuole parrocchiali e comunitarie.
Con l’Atto di Mediazione nasce la nuova Confederazione di 19 cantoni: tra quelli nuovi compare anche il Ticino con capitale Bellinzona. Il 20 maggio 1803 si insediano le prime autorità costituzionali: un Gran Consiglio di 110 deputati, fra i quali viene eletto un Governo di 9 membri. I magistrati ticinesi devono subito confrontarsi con polemiche regionalistiche tra Lugano e Bellinzona per la scelta della capitale, ma anche con altri problemi ben più seri e acuiti dalle difficoltà finanziarie, quali la costruzione della rete stradale, l’istruzione del popolo, la lotta all’indigenza e alle malattie endemiche. L’integrità stessa del cantone è messa in pericolo quando Napoleone, divenuto imperatore, trasforma la Repubblica Cisalpina in Regno d’Italia, che intende ampliare con l’annessione di parte del Ticino.
L’Atto di Mediazione di Napoleone Bonaparte nel 1803 permise al Ticino l’entrata nella Confederazione Svizzera come “cantone sovrano”. Napoleone pretese però che la Svizzera mettesse a disposizione da 18’000 a 12’000 soldati (la Division Suisse) per il suo esercito.

Contingenti ticinesi, circa 600 uomini,furono incorporati nell’esercito francese e se ne ha particolarmente memoria nella campagna di Russia del 1812 di Napoleone, soprattutto per il passaggio del fiume Beresina, gelato nel freddo inverno russo.
Per un giorno intero, 1’300 soldati svizzeri riuscirono a coprire la ritirata francese dall’impeto di 40’000 soldati russi, mentre il resto dell’esercito francese (o ciò che ne era rimasto) attraversava il fiume su pontoni.
Il numero dei caduti svizzeri fu molto alto, solo 300 soldati sopravissero, ma i francesi furono salvati dalla sconfitta totale.
Qui gli Svizzeri dimostrarono la loro bravura, capacità e resistenza da montanari, comportandosi da veri eroi.

Solo la disastrosa campagna di Russia costringe l’imperatore a ritirare dalla Svizzera le truppe d’occupazione salvando il Ticino. Con la sconfitta di Napoleone nel 1813 crolla però anche il sistema della Mediazione. Nel 1829 il giovane Stefano Franscini pubblica un opuscolo che denuncia le piaghe del regime e ne chiede la fine. Gli effetti della pubblicazione sono devastanti e il regime dei Landamani è liquidato a furor di popolo. Nel 1830 viene approvata con solenni celebrazioni una costituzione liberale, che ripristina fra l’altro la libertà di stampa.
Tuttavia ben presto si manifesta fra la popolazione una netta divergenza di opinioni sul modo di intendere la libertà di stampa e sulla politica governativa, ciò che da corpo a due correnti: quella dei liberali puri (radicali) e quella dei moderati (o, come si dirà più tardi, dei conservatori). I moderati, in maggioranza fino al 1839, hanno per divisa la protezione della pubblica morale e della religione cattolica, la fedeltà al Patto del 1815, relazioni di buon vicinato con l’Austria, difesa delle istituzioni tradizionali e delle autonomie locali. I radicali, giunti al potere nel 1839 con un atto di forza, vanno in tutt’altra direzione: stato laico e centralizzato, suffragio universale, inviolabilità del diritto d’asilo e appoggio ai moti risorgimentali, riforma del Patto del 1815. L’antagonismo fra radicali e moderati diventa irriducibile e per tutto il XIX secolo si concentra attorno ad alcuni grandi temi: chiesa e stato, scuola laica e confessionale, federalismo e centralismo, città e campagna. La violenza caratterizza la contrapposizione fra i due schieramenti politici nel Paese durante il XIX secolo. Sanguinosi disordini e rivoluzioni si susseguono e nel 1875 le truppe federali devono occupare Lugano, in quel momento sede del governo, per evitare il peggio. L’antagonismo è anche geografico: i conservatori sono forti nelle regioni montane, mentre i radicali trovano larghi consensi nei centri popolosi e in espansione. Tra Sopra e Sottoceneri non corre buon sangue e più di una volta si medita di formare due cantoni separati. Le grandi riforme vengono vicendevolmente imposte da un partito sull’altro.
I radicali curano l’istruzione pubblica, creano i dipartimenti per dar ordine all’amministrazione, riorganizzano la giustizia, i comuni, i patriziati. Contestato dalle valli e dal clero per il suo indirizzo centralizzatore e laico, il governo radicale diventa autoritario e intransigente, perdendo progressivamente consensi: disperde con le armi nel 1855 la minacciosa opposizione dei conservatori, subordina la chiesa allo stato, toglie ai preti i diritti politici e introduce l’imposta diretta. Nel 1875 i conservatori arrivano al potere. Ridanno alla chiesa ampie libertà, cambiano gli indirizzi della scuola, introducono strumenti di democrazia diretta come il referendum, il diritto di iniziativa popolare costituzionale e di iniziativa legislativa, istituiscono il voto segreto e per comune e fissano la scelta della capitale stabile. Finiscono tuttavia con il diventare a loro volta intolleranti ed esclusivisti. Per insegnare ai turbolenti ticinesi a governare insieme, Berna impone, dopo la rivoluzione radicale del 1890, il sistema di elezione proporzionale, che in seguito obbliga i partiti alla collaborazione, favorisce la nascita di nuovi gruppi politici e chiude per sempre l’era degli atti di forza e della violenza politica. I due partiti storici, con l’applicazione del sistema elettorale proporzionale, sono costretti a dividersi dopo il 1890 i seggi in Consiglio di Stato in proporzione della loro forza e a governare insieme. Lo sviluppo economico del cantone porta negli anni successivi alla formazione di un ceto operaio, base sociale di un nuovo partito, quello socialista, che viene fondato nel 1900.
I radicali, trovando inizialmente nei socialisti degli alleati, si sentono abbastanza forti per rimettere in vigore nel 1904 un sistema maggioritario per l’elezione del governo, che lascia ai conservatori un solo rappresentante su cinque. Nel 1920, dopo la prima guerra mondiale, compare sulla scena politica un quarto partito, il partito agrario ticinese, che intende difendere gli interessi del ceto contadino. Conservatori, socialisti e agrari si alleano per far sancire dal popolo nel 1922 una riforma costituzionale, che introduce un nuovo sistema proporzionale per il governo e che permetterà l’ingresso di questi partiti nell’esecutivo, togliendo la maggioranza assoluta ai radicali. Questo sistema consociativo richiede partecipazione e collaborazione nel processo decisionale e nella gestione del potere e, negli anni fra le due guerre, una persistente agitazione politica accompagna la difficile ricerca del giusto equilibrio fra cooperazione e competizione fra i partiti. L’ascesa del fascismo in Italia provoca anche nel cantone qualche simpatia e la nascita di due movimenti estremisti di destra, che raccolgono tuttavia pochi voti alle elezioni del 1935. La minaccia nazista e la seconda guerra mondiale fanno maggiormente apprezzare ai Ticinesi le proprie istituzioni democratiche, compreso il sistema consociativo. Nel dopoguerra radicali e socialisti si alleano per una ventina d’anni (1947-1967). Nel 1969 il diritto di voto e di eleggibilità viene esteso alle donne.
Nello stesso anno una parte dei socialisti, scontenti della perdita di slancio del loro partito, danno vita al partito socialista autonomo, che dividerà i socialisti per ben oltre un ventennio, fino alla loro riunificazione. Nei decenni fra il 1910 e il 1950 la popolazione agricola continua a diminuire a vantaggio degli altri due settori. Comincia la produzione di energia idroelettrica, mentre il turismo conosce un grandissimo sviluppo. Dopo la seconda guerra mondiale e fino agli anni ottanta, il Cantone Ticino conosce un enorme sviluppo economico e un forte incremento demografico. Non solo cessa l’emigrazione, ma il cantone diventa terra di immigrati e offre pure lavoro a migliaia di frontalieri. Dal 1946 e fino all’inizio degli anni novanta, il PNL aumenta considerevolmente, frenato solo tra il 1971 e il 1976 da un periodo di inflazione e recessione. Rami trainanti, in mancanza di un polo industriale, sono le attività edili, bancarie e finanziarie, oltre al turismo. Lo sviluppo porta nel cantone un generale benessere materiale, accompagnato da alcuni inconvenienti legati ai massicci consumi, all’aumento del traffico motorizzato e alla concentrazione delle attività produttive nei centri e sul fondovalle, che chiamano gli enti pubblici a nuovi impegnativi compiti. Con l’inizio degli anni novanta inizia nel cantone un periodo di grave recessione economica, che si iscrive in un fenomeno di dimensioni europee e mondiali e che segna probabilmente l’inizio di un’epoca di transizione verso una nuova era.


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