27 Luglio, 2016

La storia svizzera – Parte 4

Nascita e fondamento della Confederazione
E’ motto dell’antica saggezza politica quello per cui gli Stati si conservano fintanto che sanno rimanere fedeli ai loro principi; non diversamente, il Machiavelli afferma nei “Discorsi…” (libro III, capitolo 1): “A volere che una setta o una repubblica viva lungamente è necessario ritirarla spesso verso il suo principio”.

La Confederazione degli Svizzeri cominciò come lega di comunità rurali lungo il passo del San Gottardo, aperto verso la fine del XII° secolo, cioè da quando un oscuro artigiano della Val d’Orsera o più probabilmente una confraternita di penitenti gettò il “ponte gocciolante” lungo le rocce della Reuss, congiungendo così due sentieri montani. L’Europa traversava allora uno dei periodi più torbidi della sua storia; le lotte tra Papato e Impero, quelle tra i Principi del nord e quelle ancora tra i Comuni o, dentro lo stesso Comune, tra fazioni e consorterie rendevano l’esistenza così insicura, la giustizia tanto precaria che città e vallate si videro costrette ad agire indipendentemente e di proprio diritto, affinché assassini, incendi, ruberie e altrettanti misfatti non andassero impuniti; questo bisogno di difesa e di ordine fece incontrare i montanari dei Paesi forestali.

Essi avevano già dato vita, nei loro paesi, a forme economiche di collaborazione: utilizzazione comunitaria dei pascoli, costruzione di strade alpine, opere di premunizione contro alluvioni e valanghe … e avevano creato talune comunanze di mercato; dalla collaborazione economica si trattava ora di passare a quella politica.
Gli storiografi non sono ancora riusciti a stabilire quando sia stato concluso il primo patto tra Uri, Svitto e Nidwalden (Sottoselva); forse nei primi decenni del Duecento, dato che il Patto “perpetuo” del 1291 dice espressamente di confermare “l’antiqua confoederationis forma”; la pergamena del 1291, conservata negli archivi federali di Svitto, venne redatta i primi giorni d’agosto, cioè due settimane dopo la morte dell’Imperatore Rodolfo d’Asburgo, il primo dello storico casato argoviese che raggiunse la dignità imperiale; quel patto, in quel preciso momento, rivela la volontà di profittare della momentanea carenza dell’autorità imperiale per risolvere certe questioni essenziali nella vita delle tre comunità rurali.

Già prima, queste ultime si erano fatte concedere delle franchigie o carte di dipendenza immediata dall’Imperatore; così gli Urani nel 1251, gli Svittesi nel 1240 e personalmente dall’Imperatore Federico II° di Svevia, sotto le mura di Faenza che stava assediando. Quest’ultima carta afferma la dipendenza immediata di quelle genti dall’Imperatore, senza cioè gli intermediari o feudatari che erano gli odiati governatori della famiglia Asburgo; si trattava di bloccare la politica asburgica che tendeva a trasformare una funzione amministrativa, ricevuta teoricamente dall’Impero, in un diritto di proprietà sui Paesi forestali. L’oggetto – anche se non espresso – della contesa era evidentemente il nuovo passaggio delle Alpi, il San Gottardo, ultimo entrato nella storia, ma che subito aveva assunto importanza particolare e che ancora oggi ha per gli Svizzeri la risonanza di un simbolo. Se non che, l’ascesa di Rodolfo alla dignità imperiale (1275) rendeva vani d’un tratto gli sforzi dei Paesi forestali e riconduceva tra di essi i governatori e i funzionari degli Asburgo; si capisce come, non appena giunta la notizia della morte di Rodolfo, gli uomini liberi delle tre comunità passassero all’azione.

Essi non erano contro l’Impero, né pensavano di creare uno Stato autonomo, ch’erano concetti per allora impossibili; pur riconoscendo l’autorità imperiale, intendevano amministrare da soli il loro paese e aiutarsi contro ogni minaccia. Nel patto del 1291 i Cantoni primitivi s’impegnavano perciò a non accettare più governatori e giudici stranieri alle loro vallate e ai loro costumi – è il principio stesso dell’indipendenza; ad aiutarsi nei pericoli, considerando l’aggressore di una comunità quale nemico di tutte – è il principio della “sicurezza collettiva”; a lasciar decidere dai più saggi nelle vallate le loro divergenze e le loro liti – ed è il principio dell’arbitrato. Indipendenza, sicurezza collettiva, arbitrato: sono le “idee-forza” che hanno creato la Confederazione e che ancora oggi ispirano la sua politica all’interno e verso l’estero; notevole continuità. Due altri rilievi: il Patto veniva concluso sulla parola, non prevedeva sanzioni; gente, dunque, per la quale la parola data è sacrosanta, come costume tra galantuomini; inoltre, gl’impegni reciproci erano audacemente fissati “per l’eternità”, e anche questo particolare non cessa di stupire, specialmente se si pone mente alla … durata dei patti stipulati solennemente oggigiorno …

Dai Tre ai Tredici “confederati”
L’inizio dell’indipendenza fu duro; i Confederati dovettero dare prova d’indomito coraggio per conservare le loro libertà. Dal ricordo di quelle eroiche imprese nacquero molti racconti epici, tra i quali l’immaginazione popolare mise in rilievo episodi o personaggi eternati nella tradizione orale e più tardi in quella scritta. Siffatti racconti hanno un fondamento storico e sono pi sconfinati nel mito, seducendo la posterità e in ispecie l’età romantica. Questi racconti vivono di continuo nella coscienza patriottica degli Svizzeri, come già osservò felicemente Georges Clemenceau a proposito della leggendaria figura di Guglielmo Tell.

Il mondo della nobiltà feudale, gerarchicamente ordinato, chiuso nei suoi orgogliosi castelli, non poteva ammettere l’ardimento che dalle case contadine e dalla piccola borghesia campagnola affermava la libertà e l’autonomia; gli Asburgo ordinarono perciò rappresaglie e bloccarono i Paesi forestali ribelli; questi ultimi, sapendo che una guerra – quando sia inevitabile – non la si rimanda se non a vantaggio del nemico, si prepararono alacremente a sostenere la “spedizione punitiva” della nobiltà asburgica: si armarono, predisposero difese, provocarono in varie guise l’avversario. La prima battaglia ebbe luogo a Morgarten, nel 1315, e fu l’inizio di una serie di vittorie dei contadini; il vecchio mondo dell’aristocrazia e del privilegio era sconfitto dalla democrazia montanara.

La vittoria provocò un radicale mutamento nella politica delle città più vicine, Lucerna anzitutto. Durante la lunga crisi precedente il Morgarten, Lucerna aveva sofferto economicamente, chè la città era il mercato naturale dei Paesi forestali, ed essi costituivano il suo entroterra; in seguito al blocco, i suoi mercati andarono deserti, le sue corporazioni si videro costrette a deviare i traffici dal passo del San Gottardo a quello dei Grigioni, con rischi e spese moltiplicati. Dopo la vittoria dei Tre paesi, la città si alleò con i vincitori, assicurandosi così (1332) la libertà degli scambi con la Lombardia.

Non meno importante per la giovane Lega l’alleanza di Zurigo (1351). Già da quindici anni e grazie all’energica politica del borgomastro Rodolfo Brun, le corporazioni degli artigiani e dei mercanti dominavano la città; ad esse importava la libertà dei commerci verso il Reno, ma anche verso l’Italia; garanzia di tale libertà era la giovane Confederazione degli Svizzeri. Zurigo le si alleò. Ora, il cerchio dell’assistenza reciproca e della comune difesa si allargava grandemente, superando i monti e le stesse divisioni linguistiche: esso giungeva all’Aare, al Reno, alla Thur e, verso mezzogiorno, a un arco che da Trun (Truns) si spingeva al Piottino presso Faido (chiamato nelle antiche carte confederali “Platifer”) e al Döisel (Deischberg presso Sax) nell’Alto Vallese.

Affine ai Cantoni primitivi per istituti di democrazia rurale e per vita economica, Glarona non tardò a unirsi alla Lega (1352); Zugo era una cittadella fortificata tra Zurigo e Svitto; avrebbe potuto costituire un ostacolo, meglio dunque farsene un’amica; la cittadella venne conquistata e inserita nell’alleanza (1352). Allora, preoccupata per quella potenza che era venuta sorgendole sul fianco, la repubblica aristocratica di Berna domandò anch’essa di allearsi (1353), costituendo in tal modo il bastione della Lega verso l’occidente, cioè la Borgogna e la Francia, e aprendo nuove vie alla politica svizzera. Otto Stati, dunque, in pochi decenni; poi, per la durata di cinque generazioni, più nessun accrescimento.

Riflettiamo ora in istante sui cambiamenti che l’evoluzione della Lega portò con sé. Accanto alle popolazioni rurali, le corporazioni mercantili e le aristocrazie cittadine! Eccezion fatta per l’acciaio e il sale, i contadini producevano tutto ciò che alla loro vita economica abbisognava, le città invece dovevano importare tutte le materie prime occorrenti alle loro arti, e il lavoro stesso avevano ripartito e specializzato, derivandone un’evidente raffinatezza di abitudini e di vita. I montanari conoscevano senza dubbio i mercati di bestiame dell’Alta Italia, ma per la maggior parte dell’anno rimanevano a casa, occupati nella pastorizia e nella caccia; i loro villaggi s’erano costituiti secondo il modello della colonizzazione alemannica, a fattorie sparse e isolate; il loro carattere era fiero, poco socievole, molto meno socievole di quello dei cittadini che vivevano in agglomerati urbani di case a diversi piani; ideali e propositi diversi echeggiavano nelle assemblee rurali (Landsgemeinden) e nelle ornate sale dei Consigli cittadini, si vorrebbe dire addirittura lingue diverse …

Soltanto la continua collaborazione delle due forme di vita, contadina e urbana, poteva dare qualche frutto: aprire orizzonti più vasti alla grettezza ostinata dei montanari, rinnovare il senso della libertà e della fedeltà al paese delle classi della borghesia cittadina, altrimenti tentate dai facili guadagni e dalle facili alleanze. Nella Dieta, le città – Zurigo, Berna, Lucerna – e i paesi rurali si equivalevano, benchè le prime tendessero ad acquistare sempre maggiore importanza.

Non mancarono naturalmente le occasioni di querele e di lotte tra le due parti, che raggiunsero in due momenti l’asprezza della guerra fratricida: la prima volta, a proposito dell’eredità del conte di Toggenburgo, con la guerra di Zurigo (1436-1450) e la seconda immediatamente dopo la trionfale guerra di Borgogna (1474-1477) che aveva annientato l’ambizioso piano di Carlo il Temerario il quale mirava a costituire, sul modello dell’antica Lotaringia, uno Stato nuovo e compatto dal Mare del Nord ai confini dello Stato pontificio. Quella seconda lite tra i Confederati portò su due questioni: la spartizione dell’immenso bottino borgognone e delle poche terre ottenute in compenso delle vittorie militari, e ancora l’ammissione di due nuove città nella Lega, cioè Friburgo e Soletta, alleate di Berna. Alla Dieta di Stans, nel dicembre del 1481, la Confederazione fu sull’orlo della rovina, città e montagna si azzuffarono immemori del passato e pronte a lasciarsi per sempre; fu allora che, come per prodigio, l’umile eremita Nicolao della Flüe – oggi santificato – disse le misurate parole della pace e della rinnovata alleanza, esortando finalmente i Confederati ad astenersi dalle contese europee, a perseguire ciò che li potesse maggiormente unire e non ciò che li dividesse. Il monito non venne subito accolto, ma rimase nella coscienza dei migliori, per diventare attuale e imperioso non molti decenni più tardi.

Le contese “europee” … Era l’epoca – seconda metà del Quattro e principio del Cinquecento – in cui si stavano formando in Europa le “nazioni” moderne; la stessa guerra di Borgogna aveva permesso a Luigi XI° di consolidare l’unità della Francia sotto la sua dinastia; in Spagna, si creva l’unità nazionale sotto Ferdinando e Isabella; in Inghilterra, sotto la dinastia dei Tudor; in Svezia con Ericson I° Vasa; in Russia con Ivan III° e Ivan il Terribile. Sulle rovine del medievale “impero” sorgevano così le nuove realtà nazionali e ogni dinastia si sforzava di organizzare e imbrigliare la nazione mediante l’unità delle leggi e l’uniformità degli ordinamenti: amministrativi, fiscali, militari; persino le lingue e la religione partecipavano a definire e a caratterizzare le nuove unità nazionali. E’ in questa sfera di azione che va esaminato il piano di riforme del re tedesco, l’imperatore Massimiliano, inteso a un ordinamento più disciplinato e unitario della gente tedesca; il progetto di Massimiliano non faceva eccezione per la Svizzera, non considerandola uno Stato a sé, ma parte del regno, ed estendendo così ad essa talune prescrizioni amministrative e fiscali.

Ma gli Svizzeri avevano raggiunto attraverso le ormai secolari vicende della Lega la coscienza d’essere uno Stato autonomo e, anzi, una nazione (“la nazione degli Svizzeri” diranno in quel periodo di tempo il Machiavelli e, poco dopo, il Guicciardini), quindi si rifiutarono di accettare le decisioni di Massimiliano e di pagargli un tributo (il così detto “Reichspfennig”); si venne alla guerra, la brevissima ma sanguinosa guerra di Svevia (1499) che consentì agli Svizzeri e ai loro alleati grigionesi una serie di brillanti vittorie, e di portare i confini al Reno e al Bodanico. Immediatamente, due nuove città entrarono nella Confederazione, Basilea e Sciaffusa (1501), e l’aumento dell’elemento cittadino trovò poco dopo un certo equilibrio con l’adesione di un nuovo Cantone rurale, l’Appenzello (1513).

Così era dunque venuta formandosi la Lega di tredici Stati che resistette quale “Confederazione di Stati” sino al momento dell’invasione francese, cioè al 1798. La Lega comprendeva altresì certi paesi “alleati”, quali i Grigioni della “Tre Leghe” e il Vallese, e paesi soggetti; questi ultimi erano sudditi di un singolo Stato oppure “baliaggi comuni” di parecchi Stati; si trattava per lopiù di terre conquistate dalle truppe svizzere e governate da governatori o “fogti” che si alternavano per turni di due anni e che rispondevano della loro amministrazione alla Dieta. Anche i baliaggi comuni dovevano essere difesi, in caso di attacco esterno, dalle forze riunite dei Confederati, secondo i dispositivi dell’alleanza che ogni nuovo Cantone aveva concluso con i Cantoni più anziani, al momento dell’adesione alla Lega. Proprio questi particolari delle alleanze ci portano a esaminare la politica di penetrazione verso il Mezzogiorno.

Georg Thürer
Guido Calgari

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