L’assegno di mantenimento del coniuge (moglie marito) separato: requisiti e calcolo | Avvocato

L’assegno di mantenimento del coniuge (moglie marito) separato più debole è una forma di assistenza materiale tra moglie e marito in quanto la separazione non scioglie il matrimonio ma si limita ad attenuarne alcuni effetti. Se il richiedente possiede determinati requisiti, il calcolo dell’assegno viene effettuato sulla base della condizione economica dei coniugi.

Quali sono i requisiti per ottenere l’assegno di mantenimento

Per poter ricevere l’assegno di mantenimento, salvo diversi accordi raggiunti dalla coppia, il coniuge deve svolgere espressa domanda in sede di separazione giudiziale la quale non deve essere addebitabile al richiedente.

Il Giudice deve accertare che il coniuge che chiede l’assegno non abbia redditi propri che gli permettano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio o, quantomeno, che non possa procurarseli per ragioni oggettive.

Su questo punto la Corte di Cassazione, con la nota sentenza Berlusconi-Lario, ha precisato che in caso di separazione il criterio del tenore di vita debba essere ancora tenuto in considerazione contrariamente a quanto dovrebbe accadere in sede di divorzio.

In ultimo deve essere riscontrata la disparità economica tra moglie marito ossia deve essere dimostrato che il coniuge richiedente ha un reddito inferiore di quello che dovrebbe versare l’assegno. Questa disamina non deve avere ad oggetto solo i redditi da lavoro ma, più in generale, tutta la consistenza patrimoniale di entrambi (proprietà immobiliari, partecipazioni societarie, azioni, obbligazioni, denaro ecc.). Deve essere tenuto in considerazione anche l’apporto conferito da ciascun coniuge alla vita familiare.

Come si calcola l’assegno di mantenimento

Non esiste una regola matematica da applicare per calcolare l’assegno. La legge stabilisce che solo il Giudice può deciderne l’entità. Esistono, tuttavia, modelli di calcolo ed interpretazioni giurisprudenziali che forniscono direttive da applicare ma il Giudice non è obbligato ad uniformarsi.

Per questo nella fase istruttoria la comparazione dello stato economico globale dei coniugi, che varia da separazione a separazione, è importante essendo l’unico modo per capire se ci sia davvero uno squilibrio tra le capacità delle parti.

La rappresentazione delle situazioni patrimoniali e di tutte le attività economicamente rilevanti della coppia permetteranno al Tribunale di individuare in maniera obiettiva l’ammontare dell’assegno che spetta al coniuge più debole.

Per questo motivo è importante chiedere assistenza legale ad uno Studio che possa non solo consigliare la parte dal punto di vista giuridico ma che possa contare su un team di Professionisti multidisciplinari, che operano su diversi livelli, anche all’estero nel caso in cui sia necessario, al fine di poter avviare indagini approfondite che chiariscano le condizioni economiche di moglie e marito.

Cos’è il tenore di vita potenziale

Il tenore di vita potenziale della coppia corrisponde all’effettiva capacità economica e si valuta in base ai redditi ed alle altre utilità patrimoniali percepite e possedute. Esso può variare da quello reale in quanto marito e moglie, nonostante abbiano una situazione economica agiata, possono decidere di seguire uno stile di vita parco ed orientato al risparmio. In questi casi l’assegno di mantenimento deve essere determinato in base alle effettive condizioni economiche e non allo stile di vita volutamente “contenuto”.

Gli avvocati dello Studio legale Marzorati sono in grado di seguire casi in tutti Italia. Se hai bisogno di assistenza legale, o desideri fissare un appuntamento con uno dei nostri avvocati

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Separazione dei coniugi (moglie marito): differenza tra consensuale e giudiziale | Avvocato

Separazione

Avvocato Separazione | Studio Legale Marzorati



Separazione

Guida alla Separazione

Separazione – La Guida alla separazione

Separazione – Indice

  • La separazione
  • Separazione consensuale e giudiziale, differenza
  • Tipi di separazione
  • Come chiedere la separazione
  • Non concedere la separazione?
  • Diritti del coniuge separato
  • Calcolo assegno mantenimento alla moglie
  • Addebito della separazione
  • Separazione con figli
  • Separazione senza figli
  • Differenza tra affidamento e collocazione
  • Calcolo assegno di mantenimento per i figli
  • Addebito e affidamento
  • Separazione consensuale, procedura
  • Separazione con Negoziazione assistita senza andare in Tribunale
  • Negoziazione assistita dagli avvocati, tempi
  • Separazione giudiziale
  • Sentenza parziale di separazione
  • Effetti personali della separazione
  • Coniuge separato e superstite non separato
  • Tribunale competente per la separazione
  • Documenti per la separazione consensuale e giudiziale
  • Differenza tra separazione e divorzio
  • Tempo tra separazione e divorzio “breve”
  • Riconciliazione
  • Modifica delle condizioni di separazione
  • Assistenza legale

La separazione può essere consensuale o giudiziale.

Che cosa è la separazione: la separazione è una procedura semplificata che consente ai coniugi (marito e moglie) di separarsi legalmente.

La separazione non pone fine al matrimonio, ma ne sospende alcuni effetti (non c’è più obbligo di coabitazione, fedeltà, ecc.) in attesa del successivo divorzio.

I coniugi che si separano possono però, anche decidere di riconciliarsi o rimanere “separati a vita”.

Differenza tra separazione consensuale e giudiziale

Tra separazione consensuale e separazione giudiziale esiste più di una differenza:

  • nella separazione consensuale i coniugi (marito e moglie) devono aver trovato un accordo su tutte le condizioni della separazione e si ottiene in tempi molto brevi (da poche settimane a qualche mese);
  • la separazione giudiziale si ottiene dopo aver fatto una causa in Tribunale perché non si era raggiunto un accordo (o perché l’altro coniuge era irreperibile, o perché non voleva concedere la separazione). Il Tribunale emetterà una sentenza di separazione.

La separazione (consensuale o giudiziale) è una “separazione legale” perché viene emesso un provvedimento formale, e consente di chiedere poi il divorzio.

La “separazione di fatto” si ha quando marito e moglie si lasciano senza formalizzare legalmente la situazione, tuttavia la separazione di fatto non consente di chiedere poi il divorzio (bisogna, infatti, passare per la separazione legale: consensuale o giudiziale).

Quali tipi di separazione prevede la legge

La separazione legale si ottiene con la separazione consensuale o la separazione giudiziale.

Come si chiede la separazione

  • La separazione consensuale può essere chiesta:
  • per la Separazione consensuale in Tribunale con un ricorso che viene depositato nella Cancelleria del Tribunale. Viene fissato una udienza dove i coniugi compaiono personalmente, generalmente con un avvocato (o ognuno con il proprio avvocato di fiducia), per confermare le condizioni della separazione;
  • per la Separazione consensuale nello Studio Legale, senza andare in udienza, con l’Accordo a seguito di procedura di Negoziazione assistita. Gli avvocati scrivono l’accordo insieme ai coniugi. Poi un avvocato si occupa di trasmetterlo – entro 10 giorni – per l’autorizzazione del PM e perché sia poi annotato sull’atto di matrimonio;
  • per la Separazione consensuale in Comune dal Sindaco con una dichiarazione sostitutiva di certificazione. Non è però possibile chiedere la separazione in Comune se: ci sono figli minori, o figli maggiorenni non economicamente autosufficienti o portatori di handicap, o se si vogliono fare trasferimenti patrimoniali (trasferimento di un immobile, di un conto corrente cointestato ecc.). In questi casi, quindi, bisogna utilizzare la separazione in Tribunale o nello Studio Legale con la negoziazione assistita degli avvocati;
  • La separazione giudiziale può essere chiesta:
  • La separazione giudiziale si chiede in Tribunale con l’assistenza obbligatoria dell’avvocato. Si incomincia una causa, e alla fine sarà il Tribunale a decidere con una sentenza.

È possibile non concedere la separazione?

Non è esatto dire che sia possibile “non concedere” la separazione. Un coniuge può decidere di non aderire alla richiesta di separazione consensuale, ma se l’altro procede giudizialmente con una causa il Tribunale pronuncerà la separazione.

Quali sono i diritti del coniuge separato (assegno di mantenimento e assegnazione casa familiare-coniugale) e gli effetti patrimoniali della separazione?

Di seguito alcune conseguenze patrimoniali della separazione:

  • il coniuge potrebbe aver diritto ad un assegno di mantenimento, generalmente per la moglie;
  • al genitore che vivrà con i figli verrà assegnata la casa coniugale, e avrà diritto di abitarvi fino a quando i figli non vi vivranno più, o saranno maggiorenni ed economicamente autosufficienti. Il diritto di abitare nella casa familiare spetta ai figli e, di riflesso, al genitore quindi, in caso di coppia senza figli, sarà molto difficile ottenere un provvedimento di assegnazione, salvo nel caso in cui vi sia un accordo consensuale tra i due coniugi.
  • la comunione dei beni si scioglie ed ai coniugi spetta, tendenzialmente, il 50% del corrispettivo dei beni (mobili e immobili) acquistati durante il matrimonio;

Assegno di mantenimento: come si calcola l’assegno per la moglie separata

La moglie che si separa può essere il soggetto economicamente più debole.

Nella separazione però, non sempre la moglie ha diritto all’assegno di mantenimento, specie se è economicamente indipendente ed autosufficiente. Il marito quindi non sarà tenuto a versare un assegno di mantenimento se, ad esempio, la moglie ha delle risorse economiche che le consentono di provvedere al proprio autosostentamento (vitto, alloggio ed esercizio dei diritti fondamentali).

La moglie potrebbe avere:

  • un reddito da lavoro dipendente o autonomo (libera professionista, imprenditrice ecc.);
  • una rendita finanziaria (interessi sul conto corrente, investimenti in Borsa, capital gain da compravendita di azioni, obbligazioni, future o altri prodotti finanziari, o derivanti da dividendi ecc.);
  • una rendita da patrimonio immobiliare (affitto/locazioni di case, uffici, fabbricati, terreni ecc.);
  • un aiuto economico dal nuovo partner o dai propri genitori (in entrambi i casi, l’aiuto economico deve però avere un connotato di stabilità, risultando invece ininfluente nel caso ci sia un semplice estemporaneo versamento).

Il marito non è inoltre tenuto a versare l’assegno di mantenimento se la separazione è addebitabile alla moglie (ad esempio in caso di infedeltà o di abbandono del tetto coniugale, ma il tradimento/adulterio/relazione extraconiugale o l’abbandono deve costituire la causa della separazione). L’addebito della separazione può essere chiesto solo con la separazione giudiziale ossia con una causa in Tribunale, e non può essere chiesto nella separazione consensuale.

Per calcolare l’assegno di mantenimento nella separazione non c’è una formula matematica, ma bisogna valutare diversi aspetti, quali:

  • la situazione economica, sia patrimoniale che reddituale, di entrambi i coniugi;
  • l’età della moglie;
  • la durata del matrimonio;
  • le condizioni di salute;
  • la ridotta capacità di produrre reddito.

In precedenza, la moglie poteva ricevere un assegno che le potesse consentire di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio. Il tenore di vita era un criterio rilevante. Attualmente il tenore di vita è un criterio marginale, e l’assegno ha solo una funzione assistenziale e compensativa.

Quando si può chiedere l’addebito e cos’è?

L’addebito della separazione si potrebbe definire come una “sanzione” a carico della moglie o del marito che abbiano tenuto un comportamento contrario ai doveri matrimoniali (fedeltà, assistenza morale o materiale ecc.)

La domanda di addebito si può fare solo con la separazione giudiziale (e quindi non si può fare né con la separazione consensuale né con il divorzio).

L’addebito viene pronunciato dal Tribunale nella sentenza. È quindi necessario una causa davanti al Giudice nella quale si deve espressamente proporre la “domanda di addebito”. Bisogna inoltre dare la prova che il comportamento (ad esempio infedeltà/tradimento/adulterio/relazione extraconiugale/abbandono del tetto coniugale), costituisce la causa principale della crisi della coppia e dell’intollerabilità della convivenza.

Il coniuge a cui è addebitata la separazione:

  • non ha diritto a ricevere un assegno di mantenimento (potendo ottenere solo un assegno alimentare, se non ha i mezzi per provvedere al proprio sostentamento).
  • perde i diritti in caso di successione, e quindi se l’altro coniuge dovesse mancare, non eredita;
  • potrebbe eventualmente essere condannato al risarcimento dei danni.

Separazione con figli

La procedura della separazione non cambia in presenza di figli. Però dovrà essere deciso a quale genitore questi dovranno essere affidati, dove dovranno vivere (e conseguentemente a chi sarà assegnata la casa familiare), nonché i tempi e modi per esercitare il diritto di visita da parte del genitore non collocatario. Bisognerà poi stabilire il contributo per il mantenimento dei figli, sia per le loro spese ordinarie che straordinarie.

In caso di separazione consensuale questi aspetti verranno decisi concordemente dai coniugi.

In caso di separazione giudiziale provvederà il Tribunale dopo aver assunto le prove necessarie. Ad esempio, in caso di affidamento, potrà essere disposta dal Tribunale una consulenza tecnica. Il Giudice nominerà un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU), generalmente uno psicologo o un neuropsichiatra infantile. È quindi importante che ogni genitore abbia, oltre all’avvocato anche un Professionista che possa fare da consulente di parte (CTP). Ogni Studio Legale che fa diritto di famiglia ha un proprio network di Professionisti (psicologi, neuropsichiatri infantili, detective, notai, nonché commercialisti, tributaristi-fiscalisti, esperti d’arte per le valutazioni ecc.) che affiancano l’avvocato prima e durante la procedura di separazione. È quindi importante scegliere un Team di Professionisti che sappia tutelare al meglio i propri diritti, e quelli dei figli.

Separazione senza figli

Quando non ci sono figli, i coniugi dovranno stabilire come dividersi i beni in comune, come procedere ad eventuali trasferimenti immobiliari, somme di denaro, beni (mobili, quadri, gioielli, ecc.) e – nel caso ci siano i presupposti – quanto deve essere l’assegno di mantenimento per il coniuge.

In caso di separazione consensuale si potrà stabilire anche l’assegnazione della casa coniugale a favore della moglie o del marito (a titolo gratuito o pagando un affitto mensile o il mutuo). Ci si potrebbe anche accordare a che la casa sia acquistata da uno dei due coniugi, o che sia messa in vendita, o affittata a terzi.

In caso di separazione giudiziale senza figli, difficilmente il Giudice procederà con un’assegnazione della casa in comproprietà, potendo eventualmente anche suggerire la vendita che, tra l’altro, consente di reperire risorse finanziarie. Meno difficile potrebbe essere la scelta in presenza di una casa in affitto. In tal caso, infatti, non si tratta di un investimento immobilizzato, come per la casa di proprietà. Il contratto d’affitto potrebbe quindi rimanere al conduttore (ossia a chi è intestato il contratto di affitto), oppure potrebbe subentrare nel contratto l’altro coniuge, divenendo quest’ultimo il nuovo intestatario.

Qual è la differenza tra affidamento e collocazione dei figli

L’affidamento è il termine che si utilizza per individuare il genitore che dovrà prendere le decisioni relative alla vita, alla crescita, all’educazione dei figli.

La legge è particolarmente attenta al rapporto tra i figli ed i genitori anche durante la rottura del nucleo familiare. In particolar modo nel 2006 è stata introdotta una legge speciale che privilegia il diritto dei bambini alla bigenitorialità ossia ad avere un continuo, equilibrato e proficuo rapporto con ciascuno dei genitori anche quando questi si separano: per questo motivo nel nostro paese è generalmente preferita una forma di affidamento condiviso ad entrambi i genitori.

Le casistiche di affidamento esclusivo sono molto residuali e attengono a situazioni di grave carenza genitoriale.

La collocazione dei bambini è intesa come il luogo in cui essi vivono prevalentemente che, generalmente è la casa dove prima viveva il nucleo familiare.

Normalmente il Tribunale individua uno dei due genitori con il quale i minori vivranno nella casa familiare. Per l’altro genitore, invece, verranno garantiti i cosiddetti diritti di visita (ovvero dei giorni garantiti durante i quali i bambini dovranno stare insieme al genitore che non vive prevalentemente con loro).

Separazione e calcolo dell’assegno di mantenimento per i figli

Entrambi i coniugi al momento della separazione devono garantire un contributo al mantenimento per i figli che si calcola, tra gli altri criteri, in base alla situazione economica di moglie e marito, del tenore di vita goduto dalla famiglia e dal tempo di permanenza dei figli con ciascuno dei genitori.

Può essere previsto in forma diretta (ovvero con il pagamento volta per volta della spesa necessaria alla prole) oppure con il versamento di un assegno periodico (generalmente mensile a favore del genitore che vive prevalentemente con i bambini).

L’obbligo di mantenere i propri figli permane indipendentemente dal raggiungimento della maggiore età, fino a quando non sono economicamente autosufficienti.

I genitori devono cercare di assicurare il rispetto di tutte le esigenze dei figli che vanno oltre le spese alimentari e riguardano anche l’abitazione, la scuola, le attività sportive, le necessità sociali e sanitarie e la predisposizione di un’organizzazione che possa garantire la realizzazione di tutti i bisogni che contribuiscono al loro sviluppo psicofisico.

L’addebito incide sull’affidamento dei figli?

No, l’addebito in sé non ha generalmente conseguenze sulle disposizioni relative ai figli, al loro al loro affidamento e collocazione presso un genitore, tuttavia se la causa di addebito dipende da violenza fisica o psichica, maltrattamenti, o gravi condotte, potrebbe incidere sull’affidamento e sulla collocazione dei figli.

Separazione consensuale: procedura, durata e contenuto accordo

Per la separazione consensuale ci deve essere un accordo sulle condizioni personali e patrimoniali. I coniugi generalmente assistiti congiuntamente da un avvocato, oppure con due Legali diversi, depositano un ricorso al Tribunale competente, di solito quello dell’ultima residenza comune.

Il Tribunale, a seguito di un’udienza presidenziale in cui compare personalmente la coppia, omologa l’accordo con un decreto, dopo aver verificato che siano stati rispettati i diritti delle parti e dei figli minori, se presenti.

I coniugi nella maggior parte dei casi decidono come regolamentare:

  • l’affidamento e la collocazione dei figli;
  • il diritto di visita del genitore che non convive con i figli;
  • l’assegnazione della casa familiare;
  • il mantenimento dei figli e del coniuge, ove ne abbia diritto;
  • la divisione dei beni (oggetti, mobili ecc.), del patrimonio finanziario (soldi sui conti correnti, azioni, obbligazioni ecc.), soprattutto in caso di comunione dei beni che si scioglie con l’udienza presidenziale;
  • il trasferimento della proprietà di immobili (ossia la proprietà o la comproprietà di una casa che passa da un coniuge all’altro).

L’intervento del Tribunale non è sempre necessario dato che è possibile ottenere la separazione consensuale anche tramite negoziazione assistita, con l’aiuto di un avvocato per parte, o in Comune dinanzi al Sindaco (Ufficiale di Stato Civile) dopo debita prenotazione presso il Comune di residenza.

Le soluzioni consensuali riducono notevolmente i tempi ed i costi della separazione, basti pensare che per separarsi consensualmente possono essere necessari da venti giorni (negoziazione assistita o Ufficiale di Stato Civile) a due/tre mesi con un ricorso in Tribunale.

Separazione, negoziazione assistita cos’è

Moglie e marito possono chiedere la separazione legale anche senza attendere i tempi della burocrazia dei processi civili, ossia senza recarsi in Tribunale né partecipare ad udienze. Se i coniugi vogliono separarsi consensualmente, infatti, possono avviare la procedura di negoziazione assistita con l’intervento di un avvocato per parte.

Le parti devono accordarsi su tutte le condizioni relative i loro rapporti personali e patrimoniali, comprese le questioni relative ad un eventuale assegno di mantenimento per il coniuge più debole, e riguardanti i figli.

Separazione con negoziazione assistita: quali tempi?

L’accordo raggiunto a seguito di negoziazione assistita deve essere inoltrato alla Procura della Repubblica ed autorizzato dal Pubblico Ministero che concede il nulla osta così da poter essere annotato sull’atto di matrimonio.

La separazione in questo caso si ottiene con tempistiche molto ristrette.

Dopo aver individuato tutte le condizioni, anche economiche, che regoleranno i rapporti tra i coniugi e con i figli l’iter si completa dopo circa un mese (ad eccezione di casi in cui la Procura della Repubblica competente sia eccessivamente carica di fascicoli e quindi ritardi nel rilascio delle autorizzazioni).

La separazione ha pieno valore legale e la data certificata di stipulazione dell’accordo dà inizio al periodo richiesto dalla legge per ottenere lo scioglimento del matrimonio.

Separazione Giudiziale: procedura e durata

Quando i coniugi non riescono a trovare un accordo, chi è interessato a separarsi deve procedere con la separazione giudiziale.

Il diritto di chiedere la separazione spetta a ciascun coniuge. Marito e moglie, quindi, hanno sempre diritto di separarsi anche nel caso in cui l’altro coniuge non voglia.

Con l’assistenza di un avvocato, un solo coniuge deve depositare un ricorso al Tribunale competente, di solito quello dell’ultima residenza comune. A differenza della consensuale, quindi, la separazione giudiziale deve essere chiesta obbligatoriamente in Tribunale e viene pronunciata con una sentenza emessa dopo un vero e proprio giudizio.

Anche in questo caso è prevista un’udienza presidenziale al termine della quale il Presidente del Tribunale emette un’ordinanza che autorizza i coniugi a vivere separati. Vengono già emessi i “provvedimenti provvisori ed urgenti” che disciplinano, fino alla sentenza, i rapporti patrimoniali e non patrimoniali tra i coniugi/genitori. I provvedimenti provvisori ed urgenti riguardano: i figli (affidamento, collocazione, diritto di visita, mantenimento, assegnazione della casa coniugale) e il mantenimento del coniuge che ne abbia diritto.

Può essere anche emessa, se richiesto, una sentenza parziale che pronunci immediatamente la separazione tra i coniugi e decida sulle questioni non controverse, laddove ci siano.

La causa continua davanti al Giudice Istruttore che deve valutare tutte le prove. Nella separazione giudiziale è il Giudice a decidere quali saranno le modalità di separazione con la sentenza finale.

Questi passaggi rendono la procedura molto più lunga di quella consensuale: in media possono passare da due anni e mezzo ai quattro anni per giungere al termine di una separazione giudiziale.

Cosa significa sentenza parziale di separazione

Durante la separazione giudiziale, per evitare che i coniugi debbano “sopportare” le conseguenze delle lungaggini delle cause civili, è possibile chiedere la pronuncia di una sentenza non definitiva che fin della prima udienza presidenziale dichiari la separazione della coppia, per poi continuare il procedimento sulle questioni controverse. La sentenza parziale di separazione permette di poter chiedere il divorzio anche prima dell’emissione della sentenza definitiva di separazione.

Quali sono gli effetti personali della separazione sui coniugi

La separazione non fa cessare il matrimonio né i diritti e doveri che vengono solo attenuati. La separazione produce effetti giuridici sui rapporti patrimoniali e personali dei coniugi.

  • Con la separazione, gli obblighi di assistenza e collaborazione vengono a cessare, con l’eccezione di quello che riguarda il diritto al mantenimento o agli alimenti del coniuge più debole;
  • l’obbligo di solidarietà tra i due coniugi permane, quanto meno in situazioni particolari come, ad esempio, la malattia o la grave infermità di uno dei due;
  • la coabitazione cessa del tutto, pertanto uno dei due coniugi si trasferirà in un’altra abitazione, cambiando la residenza;
  • l’obbligo di fedeltà non permane durante la separazione tuttavia, in molti casi, si ritiene che il coniuge separato debba tenere un comportamento tale da non offendere la dignità e la sensibilità dell’altro coniuge, anche quando inizia una nuova relazione. In presenza di figli, specie se minorenni, è necessario adottare alcune accortezze. Sarà necessario una graduale introiezione del nuovo partner, pertanto dovrà essere presentato con sensibilità e delicatezza, aumentando poi progressivamente le occasioni di incontro, senza tuttavia imposizioni. Sarà necessario sempre valutare attentamente le reazioni dei minori. Generalmente si cerca di evitare – quantomeno all’inizio – di andare a convivere con il nuovo partner per non turbare i minori, che potrebbero non comprendere, arrivando ad elaborare un transfer distorto su soggetti e figure genitoriali;
  • la moglie può continuare ad utilizzare il cognome del marito anche durante la separazione, fatta eccezione dei casi in cui ritiene che il suo utilizzo le arrechi pregiudizio grave;
  • rimangono immutati gli obblighi ed i doveri nei confronti dei figli, tra cui quello di mantenerli, istruirli ed educarli.

Differenza tra coniuge separato e coniuge superstite non separato

Nel caso in cui il coniuge separato muoia, il superstite a cui non è stata addebitata la separazione, mantiene tutti i diritti ereditari del coniuge non separato: egli, in sostanza, è a tutti gli effetti erede del defunto come il coniuge non separato.

Dove si chiede la separazione – Tribunale competente e Comune

La separazione consensuale può essere chiesta nell’ultimo luogo di residenza comune dei due coniugi.

La separazione giudiziale deve essere chiesta nel luogo di residenza del coniuge convenuto (cioè quello che viene citato in giudizio).

Qualora il coniuge convenuto sia residente all’estero, o risulti irreperibile, la domanda si propone al Tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente (cioè di chi incomincia la causa), e se anche questi è residente all’estero, a qualunque Tribunale in Italia, a scelta.

Quali sono i documenti per la separazione consensuale o giudiziale?

 I documenti per la separazione:

  • estratto per riassunto dell’atto di matrimonio da chiedere al Comune di celebrazione del matrimonio o al comune di residenza all’epoca del matrimonio;
  • certificato di stato di famiglia e di residenza che possono essere anche contestuali in unico certificato. Alcuni Tribunali accettano anche l’autocertificazione;
  • copia del documento di identità e del codice fiscale dei coniugi;
  • dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni di entrambi i coniugi.

I certificati possono essere depositati in carta libera come prevede l’art. 19 della legge n.74/1987 per uso separazione o divorzio e sono esenti da imposta da bollo eccetto eventuali diritti di segreteria pari a pochi centesimi di Euro. Molti Comuni li rilasciano anche on-line e hanno la stessa valenza legale di quelli cartacei. I certificati sono validi sei mesi.

In caso di separazione giudiziale, a seconda delle questioni che si dovranno trattare in causa, potrebbero essere necessari ulteriori documenti per provare lo stato patrimoniale e reddituale delle parti.

A titolo esemplificativo potrebbero essere utili:

  • resoconti spese;
  • eventuali estratti con movimentazione dei conti correnti italiani ed esteri, conti titoli e documentazione attestante investimenti finanziari, azionari o obbligazionari;
  • polizze assicurative sulla vita o a capitalizzazione;
  • documentazione attestante proprietà immobiliari anche all’estero o di altri beni (automobili, barche ecc.);
  • contratto di lavoro, buste paghe, benefits percepiti dall’azienda.

In caso sia necessario provare che l’altro coniuge ha delle entrate economiche non dichiarate (c.d. guadagni con soldi in nero), si potrà dare:

  • la prova diretta (con testimoni, ricevute ecc.), o attraverso indagini private (detective privato), o chiedendo al Giudice di disporre indagini della Polizia Tributaria (Guardia di Finanza) o di ordinare direttamente al coniuge, oppure a soggetti terzi quali Banche, Società finanziarie, Società italiane ed estere ecc., di depositare la documentazione fiscale, amministrativa, gli estratti dei conti correnti, carte di credito, titoli ecc., o la documentazione relativa ad acquisti di beni ecc.;
  • la prova indiretta, dimostrando l’incompatibilità tra quanto indicato nella dichiarazione dei redditi come utile e quanto è l’effettivo tenore di vita del coniuge (spese per automobile, vacanze, ristoranti, barche, oggetti ecc.).

Qual è la differenza tra separazione e divorzio

La separazione non pone fine al matrimonio ma ne sospende gli effetti in attesa di una riconciliazione oppure di un procedimento di divorzio.

Il divorzio causa lo scioglimento del matrimonio o la cessazione dei suoi effetti civili, nel caso in cui è stato celebrato un matrimonio concordatario o con rito di una religione diversa da quella cattolica ma riconosciuta dallo Stato italiano).

Solo con il divorzio i coniugi cessano di avere reciproci diritti e doveri sia dal punto di vista personale che patrimoniale con l’unica eccezione di un dovere di assistenza materiale nei confronti dell’ex coniuge economicamente più debole.

Tempo necessario tra separazione e divorzio “breve”

La legge prevede che i coniugi, prima di procedere con il divorzio, debbano restare separati per 6 mesi in caso di separazione consensuale e 1 anno in caso di separazione giudiziale.

Il termine decorre, nella prima ipotesi, dall’udienza presidenziale e, nel secondo caso, dal momento in cui il Tribunale dispone la sentenza, anche parziale, sullo status.

Si chiama “divorzio breve” perché ora bastano solo 6 mesi (in caso di separazione consensuale) o un anno (in caso di separazione giudiziale). Invece, prima della riforma del 2015, era necessario attendere 3 anni dalla separazione prima di poter chiedere il divorzio. 

Cosa succede se i coniugi si riconciliano?

Se il procedimento di separazione non è ancora finito, dovrà essere abbandonato ed il Tribunale non procederà ulteriormente.

Se il procedimento di separazione è giunto al termine i coniugi possono decidere di ricominciare la loro relazione affettiva e la coabitazione che già, di per sé, impedisce il sorgere dei requisiti per chiedere il divorzio, oppure far trascrivere la riconciliazione sull’atto di matrimonio dall’Ufficiale di Stato civile.

Separazione, presupposti per la modifica delle condizioni di separazione

Tutte le condizioni stabilite con la separazione, sia consensuale che giudiziale, possono essere modificate nel caso in cui sopraggiungano giustificati motivi. Il procedimento per modificare le condizioni ha una durata variabile che dipende dal grado di conflittualità tra moglie e marito e dall’eventuale accordo sui cambiamenti da introdurre.

Esistono molteplici casistiche che possono causare una legittima richiesta di modifica delle condizioni di separazione. A titolo esemplificativo possiamo citare alcuni tra i motivi più comuni quali la diminuzione del reddito del coniuge obbligato che potrebbe chiedere un abbassamento proporzionale dell’importo dovuto o, viceversa, un miglioramento delle condizioni patrimoniali che potrebbe spingere chi riceve l’assegno a pretendere un aumento.

Anche in questo caso la procedura può essere consensuale o giudiziale e ricalca quelle appena descritte per ottenere la separazione.

Perché è importante affidarsi ad uno Studio legale specializzato in diritto di famiglia, in separazione e divorzio

Prima di incominciare una separazione, è consigliabile consultare un avvocato, preferibilmente esperto in diritto di famiglia (avvocato divorzista, c.d. avvocato familiarista o avvocato matrimonialista).

L’assistenza legale di un avvocato in una separazione giudiziale è obbligatoria. Ci sono, poi, molti aspetti da valutare non solo economici e personali, ma anche processuali e probatori che saranno presi in considerazione dal Giudice per la decisione.

Anche nel caso di una separazione consensuale, è consigliabile avere la consulenza di un avvocato divorzista poiché potrà aiutare i coniugi a trovare un accordo tutelante per entrambi. Lo Studio Legale si occuperà di ogni aspetto della separazione e, a seconda della procedura scelta, si potrà ottenere la separazione consensuale dopo qualche settimana o entro qualche mese.



Separazione: Domande e Risposte

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Separazione giudiziale dei coniugi: tempi, procedura e addebito | Avvocato

Separazione giudiziale

Avvocato Separazione | Studio Legale Marzorati



Cos’è la separazione giudiziale

La separazione giudiziale è una tipologia separazione che prevede tempi variabili a seconda della conflittualità tra i coniugi e delle prove che sono chieste dal Giudice. La procedura è introdotta con un ricorso da depositare in Tribunale con l’assistenza obbligatoria di un Avvocato ed è possibile chiedere l’addebito a carico dell’altro coniuge.

Nella maggior parte dei casi si deve iniziare questa procedura quando marito e moglie non riescono a trovare l’intesa sulle questioni fondamentali che entrano in gioco quando il matrimonio va in crisi.

Essa si introduce quando moglie e marito sono in crisi ma:

  • solo uno dei due vuole separarsi, per esempio perché è stato tradito;
  • non trovano accordo sulle condizioni di separazione (per esempio sulle questioni patrimoniali o relative ai figli);
  • uno dei due è irreperibile, ossia l’altro non sa dove abiti o non risponda ai tentativi di contatto.

Ricorso per la separazione giudiziale: primo atto introduttivo della separazione

Il coniuge che ha interesse a separarsi deve procedere con una causa dinanzi al Tribunale, che di solito è quello dell’ultima residenza comune dei coniugi. In questo caso si deve avere l’assistenza obbligatoria di un Avvocato e depositare un ricorso giudiziale.

Nel ricorso il coniuge deve inserire tutte le richieste che vorrebbe fossero accolte dal Giudice su aspetti patrimoniali, come l’assegno di mantenimento e la divisione delle proprietà, o più delicati come l’affidamento ed il collocamento dei figli.

È anche importante inserire tutte le prove che vorrebbero dedursi per rafforzare la legittimità delle proprie domande.

Come si svolge e quanto dura la causa di una separazione giudiziale in Tribunale

 Rispetto alla separazione consensuale che finisce nel giro di qualche mese dal deposito del ricorso (addirittura poche settimane in caso di negoziazione assistita), il procedimento di separazione giudiziale dura anche un paio di anni, come una normale causa civile. Questa tempistica varia anche in base al livello di conflittualità dei coniugi ed a quante prove devono essere valutate dal Giudice.

Notifica del ricorso (atto) per la separazione giudiziale e del decreto di fissazione dell’udienza presidenziale

 Dopo aver depositato il ricorso, il Tribunale emette un decreto di fissazione dell’udienza presidenziale alla quale dovranno essere presenti entrambi i coniugi con il loro rispettivi Avvocati.

Il ricorso deve essere notificato all’altro coniuge nelle forme previste dalla legge (tendenzialmente presso la residenza anagrafica o presso il luogo di lavoro) ed entro le tempistiche indicate dal Giudice nel decreto.

Questa fase è molto importante e delicata, perché, nel caso in cui non si riesca ad effettuare la notifica tempestiva, si rischia di non poter procedere.

Separazione, cosa fare quando riceviamo la notifica di un ricorso di separazione giudiziale: comparsa di costituzione e risposta

Nel momento in cui si riceve un ricorso da parte del coniuge è opportuno rivolgersi ad un Avvocato divorzista specializzato in diritto di famiglia. Egli, nel caso sia impossibile trovare un accordo per consensualizzare il procedimento, avrà necessità delle vostre attente indicazioni e dovrà predisporre un atto (Memoria difensiva o comparsa di costituzione e risposta) con il quale “rispondere” a tutte le deduzioni svolte dal coniuge ricorrente e presentare le vostre contro richieste al Tribunale.

È molto importante essere tempestivi e rispettare i termini che il Presidente del Tribunale indica nel decreto notificato, in mancanza si rischia di non poter dedurre tutte le domande in quanto si potrebbe incorrere in decadenze.

Cosa succede quando il coniuge convenuto non si costituisce in giudizio (contumace)

Se il coniuge convenuto regolarmente non si costituisce, il giudizio continua in sua contumacia, ossia in sua assenza.

In questi casi l’assenza del coniuge impedisce l’instaurazione di un contraddittorio tra le parti e, quindi, rende il procedimento un po’ più veloce anche se la causa deve svolgersi secondo il rito previsto dal Codice e, pertanto, mantiene una durata variabile a seconda delle prove da ammettere e del numero di cause trattate dal Tribunale.

Coniuge contumace: la dichiarazione di contumacia

Per procedere alla dichiarazione di contumacia il Giudice deve prima verificare la regolare notifica del ricorso e del decreto.

In sostanza deve essere controllato che la notifica sia stata ricevuta dal coniuge assente (o da un soggetto che la legge ritiene autorizzato) oppure che non ci sia stata una ricezione effettiva dell’atto ma che si siano verificate le condizioni per ritenere la notifica come perfezionata(esempio: notifica presso la Casa Comunale del Comune dell’ultima residenza conosciuta, notifica per irreperibilità ecc.)

Cosa succede se il coniuge ha un indirizzo sconosciuto (coniuge irreperibile) o se è trasferito all’estero

Come anticipato nel precedente paragrafo, il nostro Ordinamento prevede delle modalità di notifica c.d. “legali”, ossia che prevedono una serie di formalità che devono essere svolte dagli Ufficiali Giudiziari nel caso in cui sia sconosciuto l’indirizzo della persona cui si deve notificare l’atto, oppure nel caso in cui l’indirizzo sia conosciuto ma non si riesca a trovare nessuno che ritiri i documenti.

In questi casi, anche se il destinatario fisicamente non ritira l’atto, si ritiene ugualmente che la notifica sia andata a buon fine e si può procedere con il giudizio.

Se, invece, il convenuto si è trasferito all’estero, bisognerà seguire le apposite procedure per le notifiche internazionali che differiscono a seconda del paese di destinazione.

Molti stati hanno stipulato delle convenzioni internazionali con l’Italia la quale, in ogni caso, deve rispettare i criteri previsti dai Regolamenti Europei.

Separazione giudiziale e udienza presidenziale: udienza avanti il Presidente

All’udienza fissata dal Presidente del Tribunale devono partecipare personalmente entrambi i coniugi con i loro Avvocati.

Il Presidente in primo luogo tenta la conciliazione dei coniugi e, se moglie e marito rispondono negativamente, può adottare provvedimenti necessari ed urgenti a tutela del coniuge più debole e dei figli. Successivamente il procedimento continua come una causa ordinaria che si conclude con una sentenza.

Provvedimenti presidenziali provvisori e urgenti sul mantenimento del coniuge, sull’affidamento, collocazione e mantenimento dei figli, all’assegnazione della casa

Il Presidente, dopo aver tentato di conciliare la coppia, emette un’ordinanza contenente i provvedimenti provvisori ed urgenti che dovranno regolare alcune condizioni di separazione nell’interesse di moglie, marito e dei figli per la durata del processo.

I provvedimenti solitamente presi sulla base delle risultanze documentali che si evidenziano nei primi atti, riguardano gli aspetti solitamente più importanti nella separazione: il mantenimento sia del coniuge più debole che dei figli, la collocazione e l’affidamento di quest’ultimi e l’assegnazione della casa.

Dato che il presidente decide sulla base dei documenti già in atti perché non ha ancora potuto svolgere le indagini istruttorie, ben si comprende come sia necessario che fin dal primo atto si articolino le proprie richieste o le proprie contestazioni in modo compiuto ed il più possibile approfondito.

Reclamo contro i provvedimenti provvisori presidenziali (modifica ordinanza del Presidente)

Quando cambiano le condizioni in base alle quali il Presidente ha emesso i provvedimenti temporanei ed urgenti è possibile ricorrere al Giudice istruttore per chiederne la modifica.

In particolare, deve essere dimostrato che il cambiamento delle condizioni sia dipeso dalle risultanze delle prove acquisite nel corso del processo; oppure che siano sorti fatti nuovi rispetto a quelli esaminati durante l’udienza presidenziale; o, in ultimo, che la parte sia venuta a conoscenza dopo l’emanazione dell’ordinanza presidenziale di alcuni fatti rilevanti accaduti prima dell’udienza.

Il Giudice a questo punto potrà modificare le condizioni contenute nell’ordinanza presidenziale, revocarla o respingere l’istanza di modifica ritenendo non importanti i fatti nuovi esposti dalla parte interessata.

In quest’ultimo caso il coniuge interessato potrà proporre reclamo alla Corte d’Appello competente per territorio entro 10 giorni dalla notifica del provvedimento del Giudice istruttore.

La decisione della Corte d’Appello non sarà impugnabile in Cassazione perché le condizioni inserite nel provvedimento saranno oggetto di disposizione nella sentenza che definirà il processo di separazione giudiziale.

È opportuno precisare che il Giudice istruttore ha il potere di modificare l’ordinanza presidenziale anche nel caso in cui non sia stata proposta apposita istanza nel caso in cui ritenga che le prove fornite dalle parti indirizzino una regolamentazione differente rispetto alle condizioni stabilite dal Presidente.

Nel caso, invece, in cui si ritiene che i provvedimenti del Presidente non siano frutto di una corretta valutazione dei dati esaminati in sede di prima udienza è possibile, entro 10 giorni dalla notifica dell’ordinanza presidenziale, il reclamo dinanzi alla Corte d’Appello competente per territorio.

Il reclamo in questo caso è proponibile indipendentemente dal sorgere di fatti nuovi o condizioni modificate perché si chiede alla Corte d’Appello di decidere in modo più approfondito sullo stato degli atti identico a quello dell’udienza presidenziale.

Il Giudice istruttore incaricato della causa, in ogni caso, potrà revisionare le condizioni dell’ordinanza presidenziale anche a seguito della decisione della Corte d’Appello sia nel caso in cui questa abbia accolto il reclamo o che l’abbia rigettato.

Le prove nella separazione: sì anche ad indagini di polizia tributaria

Durante una separazione giudiziale diventa essenziale individuare gli aspetti principali e le istanze istruttorie da allegare al fine di provare gli stessi.

In molti casi, infatti, può essere necessario non solo citare testimoni ma anche svolgere indagini di polizia tributaria o perizie contabili per approfondire l’effettivo stato patrimoniale di moglie e marito, soprattutto in caso di richiesta di assegno di mantenimento per il coniuge o per i figli.

Le dichiarazioni dei redditi talvolta non sono bastevoli ed il Giudice, soprattutto se è portato a sospettare dell’esistenza di beni, conti o azioni e obbligazioni non dichiarate, potrebbe chiedere altri accertamenti.

Ultimamente la Corte di Cassazione ha concesso al Giudice della separazione la possibilità di indagare approfonditamente dal punto di vista patrimoniale, anche procedendo ad accessi presso le banche dati dell’Agenzia delle Entrate.

Per questo è importante essere precisi e tempestivi nelle deduzioni delle prove. Diventa, a questo punto, essenziale avere l’assistenza legale di uno Studio che possa non solo consigliare la parte dal punto di vista giuridico ma che possa contare su un team di Professionisti multidisciplinari, che operano su diversi livelli, anche all’estero.

In questo modo, per esempio, con l’appoggio di commercialisti e investigatori privati si potranno avviare indagini approfondite che chiariscano le condizioni economiche delle parti.

CTU consulenza tecnica d’ufficio per l’affidamento dei figli e per l’assegno di mantenimento per i figli e per il coniuge (moglie o marito)

Uno degli strumenti ancora oggi più utilizzati dai Tribunali sono le Consulenze tecniche d’ufficio, ovvero lo svolgimento di perizie da parte di Professionisti terzi scelti dal Giudice che debbano indagare per suo conto al fine di aiutarlo nella decisione finale relativa all’affidamento ed alla collocazione dei figli e alla determinazione del contributo al mantenimento.

Questi, infatti, sono i principali motivi per cui viene disposta una consulenza durante un giudizio di separazione giudiziale.

Per quanto riguarda l’affidamento e la collocazione dei figli solitamente viene nominato uno psicologo, specializzato in trattamento dei minori, al fine di esaminare il rapporto genitoriale e, più in generale, la situazione personale della famiglia e il modo in cui i bambini si stanno rapportando alla fine dell’unione tra i genitori.

In merito all’assegno di mantenimento solitamente vengono nominati commercialisti o, comunque, Professionisti che siano in grado di dare una visione d’insieme dal punto di vista contabile al fine di individuare la situazione patrimoniale dei coniugi/genitori.

Le parti hanno la facoltà di nominare un proprio Consulente di parte che assista alle operazioni peritali e rediga note a sostegno delle deduzioni del Consulente d’ufficio oppure contrarie.

L’ascolto dei testimoni e dei figli minori

Ovviamente durante il giudizio potranno essere accolte dal Giudice anche istanze istruttorie di natura testimoniale.

In questo caso sarà necessario dedurre dei capitoli di prova molto circostanziati e privi di valutazioni così da rendere ammissibile la prova.

Per quanto riguarda i figli minori essi hanno diritto di essere ascoltati nei procedimenti che li riguardano se hanno compiuto i dodici anni, o anche di età inferiore se capace di discernimento.

L’audizione è condotta dal giudice, anche avvalendosi di esperti o di altri ausiliari. L’ascolto non rappresenta solo un preciso onere in ambito giudiziario. In caso di contrasto tra i genitori sul loro affidamento o la loro collocazione è un dovere primario dei genitori stessi quello di ascoltarli prendendo atto delle loro volontà.

La sentenza di separazione giudiziale non definitiva e la decorrenza termini per il divorzio

Per evitare che i coniugi debbano “sopportare” le conseguenze delle lungaggini delle cause civili, è possibile chiedere la pronuncia di una sentenza non definitivache fin della prima udienza presidenziale dichiari la separazione della coppia e si pronunci sulle questioni non controverse, se ci sono, per poi continuare il procedimento sulle questioni controverse.

Questo permette di poter chiedere il divorzio anche prima dell’emissione della sentenza definitiva di separazione perché la decorrenza dei termini per chiedere il divorzio inizia dal momento in cui il Tribunale emette la sentenza non definitiva.

Separazione giudiziale : Addebito

La norma italiana prevede che si possa chiedere al giudice di pronunciare la separazione tra i coniugi con addebito nei confronti di quello che ha avuto comportamenti contrari ai doveri derivanti dal matrimonio come la fedeltà, l’assistenza morale e materiale (ossia il mantenimento di coniuge o figli), la fedeltà, l’obbligo di coabitazione. Questa decisione comporta alcune conseguenze come l’esclusione del diritto al mantenimento e dei diritti successori.

Il richiedente deve dare la prova che permetta al Giudice di accertare l’esistenza di un nesso causale tra il comportamento “incriminato” e l’intollerabilità della convivenza. Ciò significa che la violazione deve essere la causa originaria della crisi e non un effetto derivante da una relazione già logora.

In questa fase, soprattutto se c’è stato un tradimento, potrebbe essere importante predisporre indagini, anche con l’aiuto di apposite agenzie investigative, al fine di ottenere le prove necessarie in causa. Per questo motivo è fondamentale rivolgersi ad uno Studio legale che formulare con il cliente la strategia processuale da svolgere in Tribunale, nel rispetto dei limiti previsti dalla normativa.

I casi in cui si può chiedere l’addebito sono, a titolo esemplificativo e non esaustivo, quando un coniuge tradisce l’altro, quando moglie o marito abbandonano il tetto coniugale, quando non viene rispettato il dovere di assistenza morale o materiale, quando si attuano comportamenti aggressivi assimilabili al mobbing finanche allo stalking.

Per approfondire si consiglia di andare ad “Addebito della separazione: presupposti ed effetti per i coniugi (marito moglie)”.

Separazione giudiziale casa coniugale – casa familiare

Uno dei provvedimenti più delicati durante una separazione giudiziale riguarda l’assegnazione della casa familiare, ossia quella dove moglie, marito vivevano soli o con la prole.

In caso di coppia con figli, il coniuge collocatario, ossia il genitore che verrà designato per convivere prevalentemente con la prole, o affidatario nei casi, ormai ridotti, in cui solo un genitore sia ritenuto idoneo all’esercizio della responsabilità genitoriale, sarà assegnatario della casa familiare e diritto di abitarvi fino a quando i figli non vi vivranno più o saranno economicamente autosufficienti, quindi, indipendentemente dalla maggiore età raggiunta dagli stessi. Il diritto di abitare nella casa familiare spetta ai figli e, di riflesso, al genitore quindi.

In caso di coppia senza figli, sarà molto difficile ottenere un provvedimento di assegnazione, salvo in casi di accordo consensuale tra i due coniugi.

Tendenzialmente, dopo un primo periodo di assestamento, l’immobile sarà riconsegnato nelle mani del proprietario e, se la proprietà era comune, il Tribunale inviterà i coniugi a vendere la casa, spartendo il ricavato.

Separazione, richiesta di differimento dell’udienza presidenziale per trattative tra i coniugi

La separazione giudiziale può essere trasformata in consensuale anche dopol’inizio della causa, nel caso in cui le parti trovino un accordo. In mancanza la causa procederà come un normale processo civile.

Se le parti stanno svolgendo trattative possono chiedere anche al Presidente un differimento dell’udienza al fine di sondare la possibilità di consensualizzare il procedimento.

In qualsiasi momento può essere avanzata questa richiesta al Tribunale e ciò non impone necessariamente di trovare un accordo: laddove le trattative non andassero a buon fine la causa potrà continuare.

Separazione giudiziale e riconciliazione dei coniugi: cosa succede

Se il procedimento di separazione giudiziale non è ancora finito, dovrà essere abbandonato ed il Tribunale non procederà ulteriormente.

Se il procedimento di separazione è giunto al termine i coniugi possono decidere di ricominciare la loro relazione affettiva e la coabitazione che già, di per sé, impedisce il sorgere dei requisiti per chiedere il divorzio, oppure far trascrivere la riconciliazione sull’atto di matrimonio dall’Ufficiale di Stato civile.

Quale documentazione serve per la separazione giudiziale

 – Estratto per riassunto dell’atto di matrimonio da richiedere al Comune di celebrazione del matrimonio o al comune di residenza all’epoca del matrimonio;

– Certificato di stato di famiglia e di residenza che possono essere anche contestuali in unico certificato. Alcuni Tribunali accettano anche l’autocertificazione;

– Copia del documento di identità e del codice fiscale dei coniugi;

– Dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni di entrambi i coniugi.

A seconda delle questioni che si dovranno trattare nel giudizio potrebbero essere necessari ulteriori documenti per provare lo stato patrimoniale delle parti. A titolo esemplificativo possiamo citare:

– Resoconti spese;

– Eventuale estratti conti correnti italiani o esteri, Estratti conto titoli e documentazione attestante investimenti finanziari, azionari o obbligazionari;

– Polizze assicurative sulla vita o a capitalizzazione;

– Documentazione attestante proprietà immobiliari anche all’estero o di altri beni fruibili (automobili, barche ecc);

– Contratto di lavoro, buste paghe, benefits percepiti dall’azienda.

I certificati possono essere depositati in carta libera come prevede l’art. 19 della legge n.74/1987 per uso separazione o divorzio e sono esenti da imposta da bollo eccetto eventuali diritti di segreteria pari a pochi centesimi di Euro. Molti comuni li rilasciano anche on-line e hanno la stessa valenza legale di quelli cartacei. I certificati sono validi sei mesi.

La sentenza di separazione è sempre modificabile e, comunque, impugnabile in appello ed in Cassazione

Tutte le condizioni stabilite con la separazione, sia consensuale che giudiziale, possono essere modificate nel caso in cui sopraggiungano giustificati motivi. Il procedimento per modificare le condizioni ha una durata variabile che dipende dal grado di conflittualità tra moglie e marito e dall’eventuale accordo sui cambiamenti da introdurre.

Se, invece, la sentenza vuole essere contestata immediatamente perché non si è d’accordo sui provvedimenti presi dal Tribunale deve essere impugnata tempestivamente in Corte d’Appello.

Anche la sentenza della Corte può essere impugnata per motivi di legittimità in Corte di Cassazione: in questo caso, però, i rilievi da effettuare devono essere maggiori perché non in tutti i casi si può adire la Corte di Cassazione e bisogna valutare con l’aiuto dell’Avvocato se un eventuale ricorso potrebbe rischiare di essere dichiarato inammissibile.

Separazione Giudiziale, possibile uso del cognome del marito?

Si, tendenzialmente la moglie può ancora usare il cognome del marito a meno che ciò non reca pregiudizio a quest’ultimo. Queste valutazioni vengono generalmente fatte dal Giudice durante la causa.

[Articolo aggiornato ed approfondito nel mese di Luglio 2019 ]



Separazione: Domande e Risposte

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Separazione dei coniugi (moglie marito): differenza tra consensuale e giudiziale | Avvocato

Separazione dei coniugi (moglie marito): differenza tra consensuale e giudiziale

Avvocato Separazione | Studio Legale Marzorati



Cos’è la separazione dei coniugi e quali tipi prevede la legge

La legge italiana impone ai coniugi che vogliono porre fine al matrimonio di chiedere la separazione personale. La separazione non pone fine al matrimonio, ma ne sospende gli effetti in attesa di una riconciliazione oppure di un procedimento di divorzio. La differenza tra separazione consensuale o giudiziale dei coniugi (moglie marito) è notevole. Oltre che le procedure ed i tempi, diverse potrebbero essere le conseguenze sui coniugi e sui figli.

Separazione consensuale: procedura, durata e contenuto accordo

Nella separazione consensuale c’è un accordo tra i coniugi sulle condizioni personali e patrimoniali. I coniugi assistiti congiuntamente da un Avvocato oppure con due legali diversi devono depositare un ricorso al Tribunale competente, di solito quello dell’ultima residenza comune.

Il Tribunale, a seguito di un’udienza presidenziale in cui compare personalmente la coppia, omologa l’accordo con un decreto, dopo aver verificato che siano stati rispettati i diritti delle parti e dei figli minori, se presenti.

I coniugi potranno decidere come regolamentare l’affidamento e la collocazione dei figli, il diritto di visita del genitore che non convive con i figli, l’assegnazione della casa familiare, il mantenimento dei figli e del coniuge, ove ne abbia diritto.

I coniugi potranno anche accordarsi sulla divisione dei beni (oggetti, mobili ecc.), del patrimonio finanziario (soldi sui conti correnti, azioni, obbligazioni ecc.) nonché potranno decidere trasferimenti immobiliari (ossia la proprietà o la comproprietà di una casa che passa da un coniuge all’altro).

L’intervento del Tribunale non è sempre necessario dato che è possibile ottenere la separazione consensuale anche tramite negoziazione assistita, con l’aiuto di un Avvocato, o dinanzi all’Ufficiale di Stato Civile dopo debita prenotazione presso il comune di residenza.

Le soluzioni consensuali riducono notevolmente i tempi ed i costi della separazione, basti pensare che per separarsi consensualmente possono essere necessari da venti giorni (negoziazione assistita o Ufficiale di Stato Civile) a due/tre mesi con un ricorso in Tribunale.

Separazione Giudiziale: procedura e durata

 Quando i coniugi non riescono a trovare un accordo, si deve optare per la separazione giudiziale che, invece, può comportare qualche problema in più oltre che un allungamento dei tempi. Il diritto di chiedere la separazione spetta a ciascun coniuge. Il coniuge, quindi, ha sempre diritto di separarsi anche nel caso in cui l’altro coniuge non voglia.

Con l’assistenza di un Avvocato, un solo coniuge deve depositare un ricorso al Tribunale competente, di solito quello dell’ultima residenza comune dei coniugi. A differenza della consensuale, quindi, la separazione giudiziale deve essere richiesta obbligatoriamente in Tribunale e viene pronunciata con una sentenza emessa dopo un vero e proprio giudizio.

Anche in questo caso è prevista un’udienza presidenziale al termine della quale il Presidente del Tribunale emette un’ordinanza che autorizza i coniugi a vivere separati e disciplina, fino alla sentenza, i rapporti patrimoniali e non patrimoniali tra i coniugi oltre alle determinazioni riguardo ai figli (affidamento, collocazione, diritto di visita, mantenimento) ed al mantenimento del coniuge che ne abbia diritto.

Può essere anche emessa, se richiesto, una sentenza parziale che pronunci immediatamente la separazione tra i coniugi e decida sulle questioni non controverse, laddove ci siano.

La causa continua davanti al Giudice Istruttore che deve valutare tutte le prove. Nella separazione giudiziale è il Giudice a decidere quali saranno le modalità di separazione con la sentenza finale.

Questi passaggi rendono la procedura molto più lunga di quella consensuale: in media possono passare anche uno/due anni per giungere al termine di una separazione giudiziale e, in base all’attività istruttoria da svolgere, tali tempistiche possono anche dilatarsi.

Dove si chiede la separazione se moglie e marito abitano in due città diverse?

La separazione consensuale può essere chiesta nell’ultimo luogo di residenza comune due coniugi.

La separazione giudiziale deve essere chiesta nel luogo di residenza del coniuge convenuto (cioè quello che viene citato in giudizio).

 Qualora il coniuge convenuto sia residente all’estero, o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente, e, se anche questi è residente all’estero, a qualunque tribunale della Repubblica.

È possibile non concedere la separazione?

Non è esatto dire che sia possibile “non concedere” la separazione. Un coniuge può decidere di non aderire alla richiesta di separazione consensuale, ma se l’altro procede giudizialmente il Tribunale disporrà la separazione.

Quando si può chiedere l’addebito e cos’è?

L’addebito della separazione si potrebbe definire come una “sanzione” che produce i suoi effetti alla fine della separazione giudiziale dei coniugi a carico della moglie o del marito che abbiano tenuto un comportamento contrario ai doveri matrimoniali (fedeltà, assistenza morale o materiale ecc.).

Il comportamento è rilevante solo se è la causa principale della crisi della coppia e dell’intollerabilità della convivenza.

Solo in caso di separazione giudiziale, è possibile determinare l’addebito per uno dei coniugi (quando l’altro lo richiede espressamente). Tale decisione incide, tra l’altro, sull’eventuale mantenimento dato che al coniuge cui è addebitata la separazione non ha diritto a ricevere un assegno di mantenimento potendo ottenere solo un assegno alimentare, se non ha i mezzi per provvedere al proprio sostentamento.

L’addebito incide sull’affidamento dei figli?

No, l’addebito in sé non ha conseguenze sulle disposizioni relative ai figli, al loro mantenimento ed al loro affidamento.

Quali sono gli effetti personali della separazione dei coniugi

La separazione non fa cessare il matrimonio né i diritti e doveri che i coniugi devono rispettare durante l’unione, che vengono solo attenuati. La separazione produce effetti giuridici per moglie e marito sia riguardo ai rapporti patrimoniali che personali.

Gli obblighi di assistenza e collaborazione, strettamente connessi alla collaborazione necessaria al ménage familiare, con la separazione vengono a cessare, con l’eccezione di quello che riguarda il diritto al mantenimento o agli alimenti del coniuge più debole.

Si ritiene rimanga in vita, però, un minimo di solidarietà tra i due coniugi quanto meno in situazioni particolari come, ad esempio, la malattia o la grave infermità di uno dei due.

La coabitazione è un obbligo che cessa del tutto con la separazione che, ovviamente, permette ai coniugi di vivere vite a sé stanti senza il rispetto di una residenza o un domicilio comune.

L’obbligo di fedeltà non permane durante la separazione tuttavia, in molti casi, si ritiene che il coniuge separato debba tenere un comportamento tale da non offendere la dignità e la sensibilità dell’altro coniuge, anche quando inizia una nuova relazione.

La moglie può continuare ad utilizzare il cognome del marito anche durante la separazione, fatta eccezione dei casi in cui ritiene che il suo utilizzo le arrechi pregiudizio grave.

Rimangono immutati gli obblighi ed i doveri nei confronti dei figli, ossia quello di mantenerli, istruirli ed educarli.

Quali sono i diritti del coniuge separato (calcolo dell’assegno di mantenimento e assegnazione casa familiare-coniugale) e gli effetti patrimoniali della separazione?

 Il coniuge separato ha gli stessi diritti di marito e moglie non separati ad eccezione del caso in cui gli sia stata addebitata la separazione.

A livello patrimoniale queste sono le conseguenze più importanti:

– la comunione dei beni si scioglie ed ai coniugi spetta, tendenzialmente, il 50% del corrispettivo valore dei beni (mobili e immobili) acquistati durante il matrimonio;

– il coniuge economicamente più debole ha diritto a percepire un assegno di mantenimento da determinarsi, principalmente, in base ai redditi ed allo stato del patrimonio di ciascuna delle parti, alla durata del matrimonio, alla capacità lavorativa del richiedente;

– in caso di coppia con figli, il coniuge collocatario, ossia il genitore che verrà designato per convivere prevalentemente con la prole, o affidatario nei casi, ormai ridotti, in cui solo un genitore sia ritenuto idoneo all’esercizio della responsabilità genitoriale, sarà assegnatario della casa familiare e diritto di abitarvi fino a quando i figli non vi vivranno più o saranno economicamente autosufficienti, quindi, indipendentemente dalla maggiore età raggiunta dagli stessi.

Il diritto di abitare nella casa familiare spetta ai figli e, di riflesso, al genitore quindi, in caso di coppia senza figli, sarà molto difficile ottenere un provvedimento di assegnazione, salvo in casi di accordo consensuale tra i due coniugi.

Differenza tra coniuge separato e coniuge superstite non separato

Nel caso in cui il coniuge separato muoia, il superstite a cui non è stata addebitata la separazione, mantiene tutti i diritti successori del coniuge non separato: egli, in sostanza, è a tutti gli effetti erede del defunto come il coniuge non separato.

Quale documentazione occorre per separarsi (sia consensuale che giudiziale)?

 – Estratto per riassunto dell’atto di matrimonio da chiedere al Comune di celebrazione del matrimonio o al comune di residenza all’epoca del matrimonio;

– Certificato di stato di famiglia e di residenza che possono essere anche contestuali in unico certificato. Alcuni Tribunali accettano anche l’autocertificazione;

– Copia del documento di identità e del codice fiscale dei coniugi;

– Dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni di entrambi i coniugi.

In caso di giudiziale, seconda delle questioni che si dovranno trattare in causa, potrebbero essere necessari ulteriori documenti per provare lo stato patrimoniale delle parti. A titolo esemplificativo possiamo citare:

– Resoconti spese;

– Eventuale estratti conti correnti italiani o esteri, Estratti conto titoli e documentazione attestante investimenti finanziari, azionari o obbligazionari;

– Polizze assicurative sulla vita o a capitalizzazione;

– Documentazione attestante proprietà immobiliari anche all’estero o di altri beni fruibili (automobili, barche ecc);

– Contratto di lavoro, buste paghe, benefits percepiti dall’azienda.

I certificati possono essere depositati in carta libera come prevede l’art. 19 della legge n.74/1987 per uso separazione o divorzio e sono esenti da imposta da bollo eccetto eventuali diritti di segreteria pari a pochi centesimi di Euro. Molti comuni li rilasciano anche on-line e hanno la stessa valenza legale di quelli cartacei. I certificati sono validi sei mesi.

Separazione con figli: differenze e procedura

La procedura della separazione non cambia in presenza di figli. Però dovrà essere deciso a quale genitore questi dovranno essere affidati e dove dovranno vivere(e conseguentemente a chi sarà assegnata la casa familiare). Importante sarà stabilire quale contributo al mantenimento dovrà essere previsto dalla madre e dal padre.

In caso di separazione consensuale questi aspetti verranno decisi concordemente dai coniugi.

In caso di separazione giudiziale provvederà il Tribunale dopo aver assunto le prove necessarie.

Separazione senza figli: differenze e procedura

Quando due coniugi non hanno figli non si dovrà provvedere a stabilire affidamento o mantenimento degli stessi ma solo l’eventuale mantenimento a favore di uno dei due coniugi.

In caso di separazione consensuale si potrà stabilire anche l’assegnazione della casa coniugale in capo alla moglie o al marito. In caso di separazione giudiziale difficilmente il Giudice procederà con un’assegnazione ma tenderà ad incentivarne la vendita, in caso di comproprietà, o la liberazione a favore dell’unico proprietario.

Qual è la differenza tra affidamento e collocazione dei figli

L’affidamento è il termine che si utilizza per individuare il genitore che dovrà partecipare alle decisioni relative alla vita, alla crescita, all’educazione dei figli. La legge è particolarmente attenta al rapporto tra i figli ed i genitori anche durante la rottura del nucleo familiare.

In particolar modo nel 2006 è stata introdotta una legge speciale che privilegia il diritto dei bambini alla bigenitorialità ossia ad avere un continuo, equilibrato e proficuo rapporto con ciascuno dei genitori anche quando questi si separano: per questo motivo nel nostro paese è generalmente preferita una forma di affidamento condiviso ad entrambi i genitori. Le casistiche di affidamento esclusivo sono molto residuali e attengono a situazioni di grave carenza genitoriale.

La collocazione dei bambini è intesa come il luogo in cui essi vivono prevalentemente che, generalmente è la casa dove prima viveva il nucleo familiare.

Normalmente il Tribunale individua uno dei due genitori con il quale i minori vivranno nella casa familiare. Per l’altro genitore, invece, verranno garantiti i cosiddetti diritti di visita (ovvero dei giorni garantiti durante i quali i bambini dovranno stare insieme al genitore che non vive prevalentemente con loro).

Separazione e calcolo dell’assegno di mantenimento per i figli

Entrambi i coniugi al momento della separazione devono garantire un contributo al mantenimento per i figli che si calcola, tra gli altri criteri, in base alla situazione economica di moglie e marito, del tenore di vita goduto dalla famiglia e dal tempo di permanenza dei figli con ciascuno dei genitori.

Può essere previsto in forma diretta(ovvero con il pagamento volta per volta della spesa necessaria alla prole) oppure con il versamento di un assegno periodico(generalmente mensile a favore del genitore che vive prevalentemente con i bambini).

L’obbligo di mantenere i propri figli permane indipendentemente dal raggiungimento della maggiore età, fino a quando non sono economicamente autosufficienti.

I genitori devono cercare di assicurare il rispetto di tutte le esigenze dei figli che vanno oltre le spese alimentari e riguardano anche l’abitazione, la scuola, le attività sportive, le necessità sociali e sanitarie e la predisposizione di un’organizzazione che possa garantire la realizzazione di tutti i bisogni che contribuiscono al loro sviluppo psicofisico.

Cosa significa sentenza parziale si separazione sullo status

Durante la separazione giudiziale, per evitare che i coniugi debbano “sopportare” le conseguenze delle lungaggini delle cause civili, è possibile chiedere la pronuncia di una sentenza non definitiva che fin della prima udienza presidenziale dichiari la separazione della coppia e si pronunci sulle questioni non controverse, se ci sono, per poi continuare il procedimento sulle questioni controverse. Questo permette di poter chiedere il divorzio anche prima dell’emissione della sentenza definitiva di separazione.

Qual è la differenza tra separazione e divorzio

La separazione non pone fine al matrimonio ma ne sospende gli effetti in attesa di una riconciliazione oppure di un procedimento di divorzio.

Il divorzio causa lo scioglimento del matrimonio o la cessazione dei suoi effetti civili, nel caso in cui è stato celebrato un matrimonio concordatario o con rito di una religione diversa da quella cattolica ma riconosciuta dallo Stato italiano).

Solo con il divorzio i coniugi cessano di avere reciproci diritti e doveri sia dal punto di vista personale che patrimoniale con l’unica eccezione di un dovere di assistenza materiale nei confronti dell’ex coniuge economicamente più debole.

Tempo necessario tra separazione e divorzio

La legge italiana prevede che i coniugi, prima di procedere con il divorzio, debbano restare separati per 6 mesi in caso di separazione consensuale e 1 anno in caso di separazione giudiziale.

Il termine decorre, nella prima ipotesi, dall’udienza presidenziale e, nel secondo caso, dal momento in cui il Tribunale dispone la sentenza, anche parziale, sullo status.

Separazione, negoziazione assistita cos’è

Moglie e marito possono chiedere la separazione legale anche senza attendere i tempi della burocrazia dei processi civili, ossia senza recarsi in Tribunale né partecipare ad udienze. Se i coniugi vogliono separarsi consensualmente, infatti, possono avviare la procedura di negoziazione assistita con l’intervento di un Avvocato.

Le parti devono accordarsi su tutte le condizioni relative i loro rapporti personali e patrimoniali, comprese le questioni relative ad un eventuale assegno di mantenimento per il coniuge più debole, e riguardanti i figli.

Separazione con negoziazione assistita: quali tempi?

L’accordo raggiunto deve essere inoltrato alla Procura della Repubblica ed autorizzato dal Pubblico Ministero che concede il nulla osta così da poter essere annotato sull’atto di matrimonio.

La separazione in questo caso si ottiene con tempistiche molto ristrette.

Dopo aver individuato tutte le condizioni, anche economiche, che regoleranno i rapporti tra i coniugi e con i figli l’iter si completa dopo circa un mese (ad eccezione di casi in cui la Procura della Repubblica competente sia eccessivamente carica di fascicoli e quindi ritardi nel rilascio delle autorizzazioni). La separazione ha pieno valore legale e la data certificata di stipulazione dell’accordo dà inizio al periodo richiesto dalla legge per ottenere lo scioglimento del matrimonio.

Cosa succede se i coniugi si riconciliano?

Se il procedimento di separazione non è ancora finito, dovrà essere abbandonato ed il Tribunale non procederà ulteriormente.

Se il procedimento di separazione è giunto al termine i coniugi possono decidere di ricominciare la loro relazione affettiva e la coabitazione che già, di per sé, impedisce il sorgere dei requisiti per chiedere il divorzio, oppure far trascrivere la riconciliazione sull’atto di matrimonio dall’Ufficiale di Stato civile.

Separazione, presupposti per la modifica delle condizioni di separazione

Tutte le condizioni stabilite con la separazione, sia consensuale che giudiziale, possono essere modificate nel caso in cui sopraggiungano giustificati motivi. Il procedimento per modificare le condizioni ha una durata variabile che dipende dal grado di conflittualità tra moglie e marito e dall’eventuale accordo sui cambiamenti da introdurre.

Esistono molteplici casistiche che possono causare una legittima richiesta di modifica delle condizioni di separazione. A titolo esemplificativo possiamo citare alcuni tra i motivi più comuni quali la diminuzione del reddito del coniuge obbligato che potrebbe chiedere un abbassamento proporzionale dell’importo dovuto o, viceversa, un miglioramento delle condizioni patrimoniali che potrebbe spingere chi riceve l’assegno a pretendere un aumento.

Anche in questo caso la procedura può essere consensuale o giudiziale e ricalca quelle appena descritte per ottenere la separazione.

Perché è importante affidarsi ad uno Studio legale specializzato in diritto di famiglia, in separazione e divorzi

È agevole comprendere, pertanto, che in questi casi l’assistenza legale di un Avvocato esperto in diritto di famiglia sia indispensabile. Ci sono, infatti, molti aspetti da valutare non solo economici e personali, ma anche processuali e probatori che saranno presi in considerazione dal Giudice per la decisione.

È consigliabile avere la consulenza di un Avvocato anche nel caso di una separazione consensuale.

Se la separazione è iniziata come giudiziale, nel caso in cui i coniugi durante il procedimento dovessero trovare ad un accordo, potranno chiedere al Giudice una conversione del rito. Il Tribunale farà un controllo degli accordi raggiunti, e consensualizzerà il procedimento omologando il relativo verbale.

[ Il presente articolo è stato aggiornato ed ampliato in data 10 Luglio 2019 ]



Separazione: Domande e Risposte

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Convivenza more uxorio

Convivenza more uxorio

Avvocato Coppie di fatto unioni civili | Studio Legale Marzorati



More uxorio : Che cos’è una convivenza more uxorio

La convivenza more uxorio è una coabitazione caratterizzata da legami affettivi fra i partners e da una stabile organizzazione comune: un aggregato di natura familiare che assicura lo sviluppo delle personalità individuali dei suoi componenti.

La legge fino a qualche anno fa si è limitata a disciplinare l’istituto del matrimonio, facendone derivare una serie di diritti ed obblighi in capo ai coniugi.

La Legge Cirinnà n. 76 del 20 Maggio 2016 ha introdotto la possibilità di registrare le convivenze conferendo ai Partners (sia eterosessuali che omosessuali) la possibilità di redigere un contratto che regoli alcune questioni patrimoniali conferendo anche alcuni diritti in tema di assistenza (il convivente può essere nominato amministratore di sostegno o far visita in ospedale al pari di un coniuge), risarcimento danni e partecipazione all’impresa familiare (ha diritto alla partecipazione agli utili ed ai beni acquistati con essi oltre che agli incrementi dell’azienda). Sul punto si rimanda all’articolo sulle Convivenze.

Convivenze more uxorio non registrate

Nel presente articolo vengono trattate le c.d. convivenze “libere” ossia dei rapporti tra due persone non registrati nei quali i legami di natura personale (fedeltà reciproca, assistenza morale …) e patrimoniale (collaborazione materiale) non sono vincolanti giuridicamente, ma rimessi alla spontanea osservanza dei componenti della coppia.

E pertanto in questo caso la convivenza more uxorio non può avere gli stessi effetti giuridici di un matrimonio ma, al contrario, ne costituisce l’antitesi: la decisione di convivere senza contrarre matrimonio è la libera scelta di coloro che non vogliono sottoporre alla disciplina dell’ordinamento giuridico i propri legami affettivi e materiali.

I limitati effetti che la legge riconosce alla convivenza non registrata come situazione di fatto in nessun caso possono essere assimilati ai diritti e agli obblighi, caratterizzati dalla reciprocità, che nascono dal matrimonio e che costituiscono lo status di coniuge.

La convivenza more uxorio è motivo per concedere il permesso di soggiorno?

 La convivenza more uxorio non è motivo per concedere il permesso di soggiorno agli stranieri.

Come si prova la convivenza more uxorio?

Una convivenza non registrata potrebbe essere difficile da provare in maniera documentale. Sicuramente un principio di prova potrebbe essere dato dalla comune residenza anagrafica e dall’esistenza di uno stato di famiglia comune.

La prova potrebbe essere più agevole in caso si figli, riconosciuti da entrambi, e residenti nella medesima abitazione.

In ogni caso, laddove sorgano questioni giudiziarie, la prova può essere data anche con dichiarazioni testimoniali, fotografie, corrispondenza o conversazioni su cellulare che attestino la sussistenza di un rapporto pregresso stabile e continuato.

Come sono qualificate le prestazioni di assistenza fra conviventi

Le prestazioni per l’assistenza materiale fra i conviventi (ad es. le spese sostenute per il menàge in comune) costituiscono l’adempimento spontaneo di doveri che sono tali non già per la legge, ma solo per l’etica e la morale di quel momento storico.

Tali prestazioni economiche, dunque, costituiscono l’adempimento di doveri morali o obbligazioni naturali(art. 2034 c.c.), obbligazioni che – al contrario di quelle giuridiche – non producono altro effettooltre a quello della c.d. “soluti retentio”, cioè l’impossibilità di ottenere la restituzione di quanto si è spontaneamente pagato.

È applicabile la comunione dei beni in caso di convivenza?

Non sono in alcun modo applicabili alla convivenza non registrata le norme sulla comunione fra i coniugi e, pertanto, gli acquisti effettuati durante la convivenza entrano nel patrimonio di colui che li ha effettuati, restando rigidamente separati i patrimoni dei due componenti della coppia, salvo specifiche eccezioni relative agli acquisti in comproprietà.

Esiste la casa familiare in caso di convivenza more uxorio?

L’abitazione nella quale i partners hanno stabilito la coabitazione viene generalmente individuata come casa familiare, soprattutto se la coppia ha dei figli.

In questo caso, infatti, anche nel momento in cui il legame affettivo tra i genitori viene meno, la legge impone che gli stessi regolamentino l’assegnazione dell’immobile nello stesso modo in cui avviene in caso di separazione e divorzio, proprio per il bene della prole.

La casa, quindi, verrà assegnata al genitore collocatario dei minori, indipendentemente dalla proprietà dello stesso.

Nel caso in cui non ci siano figli, invece, e l’immobile è di proprietà di uno solo dei partner, l’altro generalmente non ha alcun diritto sullo stesso perché considerato alla stregua di un ospite.

Ultimamente, però, alcune sentenze giurisprudenziali più lungimiranti hanno introdotto una serie di diritti in capo al non proprietario in caso di decesso dell’intestatario dell’immobile o dell’intestatario del contratto di locazione.

Il partner superstite, infatti, ha diritto di subentrare nel contratto di locazione e, laddove il defunto fosse invece proprietario, può vantare un diritto di abitazione proporzionale alla durata della convivenza.

Anche nel caso in cui si ritenga che il convivente more uxorio non sia paragonabile all’ospite (così come pare orientata la giurisprudenza più recente), nessuno impedisce all’effettivo proprietario di agire con un’azione di rilascio sulla base della cessazione della convivenza.

L’azione ordinaria non dovrebbe durare molto tempo a patto della prova della cessazione della convivenza e di considerare il fatto che, generalmente, il Giudice tende a concedere il c.d. termine di grazia, ossia un periodo in cui l’ex è autorizzato a restare nella casa per trovare un’altra sistemazione abitativa.

Esiste un diritto al mantenimento in caso di convivenza more uxorio?

No, la corresponsione di un diritto al mantenimento non è prevista in caso di fine di una convivenza more uxorio.

Possono unicamente sussistere degli oneri alimentari, laddove il soggetto versi in stato di bisogno.Per poter ottenere l’assegno alimentare la parte richiedente deve dare la prova di essere in condizione di bisogno e di non essere in grado di provvedere a soddisfare le necessità primarie ed essenziali.

La prestazione alimentare, inoltre, potrà essere concessa solo per un periodo proporzionale alla durata della convivenza, quindi limitato nel tempo.

Il convivente more uxorio ha dei diritti nella fase patologica della convivenza?

Così come l’ordinamento omette di disciplinare i rapporti della coppia nella fase della convivenza, poi, omette anche di fornire una disciplina della fase “patologica” del fenomeno, costituito dalla separazione dei conviventi, dalla rottura dell’unione di fatto.

E pertanto l’ex convivente di un legame non registrato, come detto, non può vantare nei confronti dell’altro alcuna pretesa di ordine economico relativa al proprio mantenimento.

Il convivente more uxorio ha diritti successori?

Ed ancora, in mancanza di disposizione testamentaria in favore del convivente, quest’ultimo non potrà vantare alcun diritto sul patrimonio ereditario dell’altro convivente, giacché il partner more uxorio non ha la qualità di erede, indipendentemente dalla durata della convivenza.

Il profilo personale del rapporto di convivenza non registrato (Corte costituzionale, 13 maggio 1998, n. 166) viene qualificato come giuridicamente irrilevante, sul presupposto che l’osservanza dei doveri di cui all’art. 143 del codice civile non possa che essere affidata, nell’unione di fatto, allo spontaneo adeguamento dei componenti del nucleo familiare: sembra infatti condivisibile l’assunto per cui i precetti sopra indicati, proprio in relazione alla loro stretta derivazione dall’impegno solenne che i coniugi assumono attraverso il matrimonio, non possano essere estesi a relazioni che proprio nell’assenza di tale impegno trovano la loro principale nota caratteristica.

Imporre a chi ha compiuto una scelta di libertà di adeguare i profili personali del rapporto a quel modello legale che si è inteso rifiutare, sarebbe una forma di violenza che l’ordinamento non può compiere in maniera indiscriminata.

Vedere anche accordo di convivenza.



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Assegnazione della casa, cosa succede quando il figlio diventa maggiorenne

Assegnazione della casa, cosa succede quando il figlio diventa maggiorenne

Avvocato Separazione | Studio Legale Marzorati



Al raggiungimento della maggiore età del figlio, la madre non perde l’assegnazione della casa. Infatti, il genitore collocatario – che convive con il figlio divenuto maggiorenne – continua a mantenere il diritto all’assegnazione della casa coniugale/familiare. Tuttavia, in certi casi, il padre– proprietario della casa – potrà chiedere di riaverla indietro.

L’assegnazione della casa familiare è uno degli aspetti più delicatida affrontare durante la crisi matrimoniale. Come e quando il coniuge può ottenere il provvedimento non dipende dalla proprietà dell’immobile ma dalle esigenze del nucleo familiare, soprattutto in presenza di figli. La disciplina che regola l’assegnazione della casa coniugale è la stessa sia in caso di separazione che di divorzio ma anche quando due conviventi si lasciano.

Natura del provvedimento di assegnazione

La natura del provvedimento di assegnazione risponde all’esigenza di tutela dell’interesse morale e spirituale della prole a mantenere l’habitat domestico affinché sia reso meno traumatico il cambiamento di vita causato dalla rottura del nucleo familiare.

L’assegnazione viene valutata a livello economiconella definizione delle condizioni patrimoniali dei coniugio, comunque, dei genitori e, quindi, può incidere sull’eventuale diritto al mantenimento perché consiste in un’utilità di cui gode il coniuge assegnatario.

L’assegnazione della casa “dipende” dalla collocazione dei figli

Va premesso che non si parla di diritto di assegnazione della casa coniugale alla moglie al coniuge, né di diritto di assegnazione della casa familiare al convivente more uxorioo al partnerbensì di diritto di assegnazione al “genitore collocatario”, ossia alla madre (o al padre) che vive nella casa insieme ai figli.

Quindi – in linea generale – non vi è un diritto di assegnazione della casa alla moglie in quanto coniuge, ma in quanto genitore collocatario e, parimenti, non vi è un diritto di assegnazione al partner in quanto convivente more uxorio, ma in quanto genitore collocatario.

Per questo motivo, viene solitamente esclusa l’assegnazione della casaconiugale alla moglie in assenza di figli, salvo casi particolari, ad esempio, se nella separazione consensuale o nel divorzio consensuale (divorzio congiunto) i coniugi stabiliscono che la moglie ha un tale diritto.

Parimenti viene esclusa l’assegnazione della casa familiare al convivente more uxorio o al partner in assenza di figli, salvo casi particolari, ad esempio, se nell’accordodi convivenza viene consensualmente stabilito che il partner ha un tale diritto.

Come si tutela il provvedimento di assegnazione

L’assegnatario della casa familiare può tutelare tale dirittoche è indipendente dalla proprietà dell’immobile e, pertanto, è trascrivibile ed opponibile ai terziche comprano la casa successivamente alla data del provvedimento.

Il provvedimento di assegnazione è un atto che si definisce opponibile ai terzi perché nel caso in cui quest’ultimo abbia acquistato, dopo il provvedimento di assegnazione, un diritto sull’immobile (ossia l’abbia comprato o, per esempio, sia diventato usufruttuario), non potrà pretendere il rilascio della casala quale continuerà ad essere abitata dal coniuge assegnatario e dai figli.

Se l’acquisto è avvenuto prima del provvedimento di assegnazione, invece, esso non avrà pari efficacia. Ad esempio, il creditore che ha iscritto un’ipoteca primadell’assegnazione ha il diritto di procedere alla venditadell’immobile e potrà imporre al coniuge affidatario ed alla prole di lasciare libera la casa.

Per questi motivi è importante trascrivere il provvedimentodi assegnazione, ossia annotare sul registro degli immobili, detenuto dalla conservatoria, che vi è stata una pronuncia del Tribunale che ha stabilito che quella abitazione è stata assegnata alla data persona.

Quando si trascrive il provvedimento di assegnazione della casa (permesso anche in caso di separazione o divorzio con negoziazione assistita) esso conserva la sua efficacia finché le condizioni della sua emissione rimangono tali, ossia fino alla maggiore età dei figli oppure al momento in cui diventano economicamente autosufficienti. Fino a questo momento il provvedimento sarà opponibile ai terzi.

Nel caso in cui il provvedimento non venga trascritto, invece, è opponibile ai terzi solo per nove anni.

La trascrizionenon è obbligatoria ma deve avvenire entro un mese dall’emissionedel provvedimento pena l’applicazione di sanzioni pecuniarie per ogni giorno di ritardo (circa 13 Euro giornaliere).

Cosa succede quando il figlio diventa maggiorenne

Come detto sia nella separazioneche nel divorzio, ma anche in presenza di famiglia di fatto, la casa viene assegnata al genitore collocatario, generalmente alla madre che continuerà a vive insieme al figlio minorenne.

Quando il figlio raggiunge la maggiore età, il genitore collocatario non perde automaticamente il diritto all’assegnazione della casa, a condizione che il figlio maggiorenne non sia economicamente autosufficiente: ad esempio perché sta ancora studiando o non ha ancora trovato un lavoro che gli consenta di essere indipendente.

Presupposto quindi per ottenere, ma anche per continuare a mantenere, l’assegnazione della casa è la presenza dfigli minorenni oppure di figli maggiorenni non economicamente autosufficienti.

In presenza di figli, ricordiamo brevemente quale sia la funzioneprincipale dell’assegnazionedella casa: casa coniugale (se sposati) o casa familiare (se coppia di fatto).

Quando due genitori si separano, indifferentemente che essi siano sposati o semplicemente conviventi more uxorio, è fondamentale che i figli minorenni vengano tutelati. Si cerca, ad esempio, di mantenere intatto il loro ambiente dove vivono: la loro cameretta, gli arredi, le foto, i giochi, ma – più in generale – l’intera casa costituisce per i bambini un luogo che conferisce stabilità e sicurezza, mentre un trasferimento potrebbe costituire un trauma, e per questo si dovrebbe evitare.

Anche se poi i bambini crescono, e raggiungono i 18 anni, si ritiene comunque necessario mantenere tale stabilità abitativa: è quindi importante che essi continuino a vivere in quella casa. Ovviamente, tra un bambino, ad esempio, di 5 o 8 anni e un ragazzo di 18 o 21 anni, i motivi e le ragioni di tale scelta sono diverse, tuttavia in entrambi i casi sussiste una esigenza comune, che deve pertanto essere garantita e tutelata.

Quando, quindi, i due genitori si separano – legalmente (se sposati, con la separazione e poi il divorzio) o si separano di fatto (conviventi more uxorio) – il criterio per assegnare la casa rimane sempre legato all’interesse primario dei figli.

Come influisce il diritto di proprietà sull’assegnazione della casa?

Il criterio in base al quale la casa viene assegnata è indipendente dalla proprietàdell’immobile. Non rileva di chi sia la proprietà della casa perché la casa viene assegnata al genitore collocatario, ossia al genitore che vive insieme ai figli.

Pertanto, può spesso capitare che la casa sia di esclusiva proprietà del padre e che venga assegnata alla madre non proprietaria. Lo stesso dicasi qualora entrambi i coniugi(o conviventi) siano proprietarial 50% dell’immobile, in quanto il criterio rimane sempre lo stesso, ossia che la casa sia assegnata al genitore collocatario.

È inoltre irrilevante, ai fini dell’assegnazione, la presenza di un mutuo: pertanto il padre che sia proprietario esclusivo della casa coniugale (o familiare) dovrà continuare a pagare per intero le rate del mutuo nonostante nella casa viva la madre insieme ai figli.

È però altrettanto vero che, non solo – e soprattutto – ciò andrà a beneficio dei figli (in quanto collocati presso il genitore ritenuto per loro più idoneo), ma comunque il pagamento di un mutuo costituisce pur sempre una forma di accumulo patrimoniale: quando il padre venderà in futuro la casa di sua esclusiva proprietà otterrà l’intero prezzo, ossia riotterrà i soldi versati.

Discorso un po’ più complesso riguarda, invece, il caso in cui vi sia un mutuoe l’immobile sia in comproprietà al 50% tra i coniugi(o conviventi). Occorre qui fare una distinzione: se, infatti, agevole risulta il calcolo patrimoniale quando entrambi pagano a metà la rata del mutuo, discorso differente si ha quando il mutuo viene pagato solo da uno (e non anche dall’altro), in tal caso sarà infatti necessario adottare delle azioni correttive.

Esistono dei casi in cui può venire meno il diritto della madre all’assegnazione, e quindi il padre, che sia proprietario,può chiedere di tornare in possesso dell’immobile. I provvedimenti che assegnano la casa non sono infatti definitivi, e – se sussistano determinate condizioni – possono sempre essere modificati. Essi tuttavia non si modificano in automatico, ma è necessario che il padre faccia una specifica domanda.

Ci si potrà eventualmente rivolgere ad un avvocato che valuti la situazione specifica al fine di procedere con la modifica delle condizioni di separazione, o con la modifica delle condizioni di divorzio oppure con la modifica delle regolamentazioni in caso di figli nati da genitori non sposati.

Quando la madre perde l’assegnazione della casa coniugale o familiare

Come ricordato sopra, il genitore può perdere il diritto all’assegnazione della casa, quando il figlio maggiorenne è diventato economicamente autosufficiente.

Inoltre, il genitore può perdere il diritto all’assegnazione, qualora il figlio maggiorenne, non economicamente autosufficiente, non continui gli studinon cerchi un lavoro oppure, terminati gli studi non si attivi per trovare un lavoro.

Non è necessario che subito lo trovi effettivamente, si sa quale sia in Italia la difficoltà per i giovani soprattutto a causa dell’alto tasso di disoccupazione, ma quantomeno si pretende che il figlio si attivi fattivamente: iscrivendosi, ad esempio, alle liste di collocamento, rivolgendosi alle agenzie interinali, inserendo annunci di lavoro nei siti internet specializzati e rispondendo alle offerte di lavoro, inviando curricula vitae ed andando ai colloqui di lavoro.

In caso contrario, l’altro genitore – generalmente il padre – potrà domandare al Tribunale di accertare tale atteggiamento disinteressato del figlio, e come tale non meritevole di tutela, chiedendo al Tribunale non solo il venir meno del diritto all’assegnazione della casa ma, in certi casi, anche del diritto di mantenimento.

Cosa succede se il figlio si trasferisce fuori dalla casa

Il genitore può perdere il diritto all’assegnazione anche quando il figlio,che ha raggiunto la maggiore età, ma non sia ancora economicamente autosufficiente, decida di non abitare più in quella casa.

Ad esempio, perché va a studiare all’Università di un’altra città o all’estero, andando quindi a vivere in un’altra casa, cessando la convivenza con il genitore collocatario.

Occorre tuttavia fare una precisazione, soprattutto quando si tratti di andare a studiare in un’altra città. Può infatti accadere che, per questioni logistiche, il figlio si fermi solo temporaneamente a dormire nell’altra città sede di Università, magari affittando una stanza, ma poi ritorni durante il weekenda casa dal genitore, rimanendovi anche a dormire.

In tal caso, si potrebbe sostenere che non sia cessata la convivenzacon il genitore rimanendo la casa, per il figlio, il centro principale dei legami affettivi e, a certe condizioni, anche il centro delle proprie relazioni sociali (frequenta gli amici più stretti), delle relazioni sentimentali (ha il/la fidanzato/a) e la stessa città sia rimasta il centro dei suoi interessi (frequenta dei corsi, un club, la palestra ecc.).

Cosa succede se il genitore assegnatario si risposa o ha un nuovo compagno

Il genitore assegnatario può perdere il diritto all’assegnazione della casa familiare se si risposa, o se inizia una stabile convivenza more uxorio, o se cessa di abitare stabilmente nella casa perché, ad esempio, per motivi di lavoro si trasferisce definitivamente in un’altra città.

Sarà comunque opportuno fare degli accertamenti, ad esempio, per verificare che la relazione abbia carattere di stabilità e serietà, o che la residenza non sia solo anagrafica ma anche effettiva, tenendo poi conto dell’esistenza di eventuali altri concorrenti aspetti.

Cosa succede dopo la perdita del diritto all’assegnazione

Quando un genitore collocatario perde il diritto all’assegnazione della casa, bisogna distinguereil caso in cui l’immobile sia di esclusiva proprietà di un solo coniuge(o convivente), da quello in cui sia in comproprietà, generalmente al 50% con l’altro.

Nel primo caso, infatti, il coniuge (o convivente) tornerà nel pieno possesso della casa di cui potrà disporne liberamente, anche qualora il figlio continui a vivere nella casa.

Nel secondo caso, ossia qualora la casa sia in comproprietà, i coniugi (o conviventi) dovranno trovare un accordo sul bene in comproprietà, ad esempio, uno potrà acquistare la quota dell’altro oppure potranno decidere di mettere in vendita l’appartamento dividendo a metà il ricavato.

Se tuttavia non si dovesse trovare un accordo sarà necessario valutare una separazione giudiziaria, attraverso un’apposita domanda al Tribunale.



Separazione: Domande e Risposte

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La prescrizione “lunga” di cui all’art. 2947, terzo comma, c.c. in tema di circolazione stradale si applica anche in caso di perdono giudiziale del minore.

La prescrizione lunga di cui all’art. 2947, terzo comma, c.c. in tema di circolazione stradale si applica anche in caso di perdono giudiziale del minore.

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Cambiano i parametri di cui alle tabelle milanesi in corso di giudizio: quali si applicano?

Il tema è stato affrontato ex multis – in un caso di risarcimento del danno non patrimoniale e prescrizione del diritto al risarcimento del danno in tema di circolazione stradale – dalla Corte di Appello di Milano, Sezione Seconda Civile, sentenza n. 4415/2016 secondo cui:

Se concesso al minore il perdono giudiziale, si applicherà all’azione risarcitoria del danneggiato da circolazione stradale, il termine di prescrizione di cui all’art. 2947, terzo comma, c.c., presupponendo il provvedimento comunque l’accertamento della responsabilità penale del minore.

In caso di mutamento dei parametri di liquidazione del danno non patrimoniale tra l’introduzione della domanda e la decisione, il Giudice dovrà attenersi ai nuovi parametri.

Il fatto

Obbligatorio (Sintetizzare la vicenda processuale/i fatti da cui ha avuto origine la questione giudiziaria SENZA indicare la soluzione giuridica e le motivazioni).

Un minore a bordo un motociclo non assicurato di proprietà dello zio (Y) si scontra con un motociclo proveniente dalla parte opposta, causando al conducente Z gravi lesioni.

Il Giudizio di primo grado si era concluso con la condanna del Fondo di Garanzia per Le Vittime della strada in solido con il proprietario del veicolo e l’assoluzione del Comune quale ente proprietario della strada, avendo il FGVS eccepito la concorrente responsabilità dell’ente medesimo a causa della sconnessione del fondo stradale.

Appella il FGVS eccependo la prescrizione del diritto al risarcimento del danno di Z ai sensi dell’art. 2947, secondo comma, c.c., chiedendo nuovamente l’accertamento della concorrente responsabilità ai sensi degli artt. 2051 e 2054 c.c. del Comune e contestando comunque la quantificazione liquidata in primo grado a favore di Z con particolare riferimento alla rivalutazione monetaria applicata dal 2004 benchè le tabelle fossero già aggiornate all’anno 2013.

Appella incidentalmente il signor Z chiedendo l’applicazione della misura massima giornaliera dell’invalidità temporanea, la personalizzazione massima, la rivalutazione degli importi risalendo le Tabelle all’anno 2013 ed essendo entrate nel frattempo in vigore tabelle aggiornate.

Le questioni affrontate

Il provvedimento di concessione del perdono giudiziale al minore configura una delle ipotesi in cui si applica, al diritto al risarcimento del danno derivante da circolazione stradale, la prescrizione di cui all’art. 2947, terzo comma, c.c.

Laddove, tra la domanda e la decisione, intervengano nuovi parametri tabellari per la liquidazione del danno non patrimoniale, il Giudice dovrà applicare quelli vigenti al momento della decisione

Le soluzioni

La Corte di Appello di Milano esamina distintamente le due questioni sopra indicate.

Per quanto attiene il profilo prescrizionale, rigetta l’eccezione formulata in tal senso dal FGVS.

La Corte ritiene infatti che il decorso del termine di prescrizione per l’azione risarcitoria decorra, nella fattispecie, dalla data in cui la sentenza penale di non luogo a procedere per concessione del perdono giudiziale è divenuta irrevocabile con conseguente tempestività della domanda giudiziale del danneggiato Z., poiché detta pronuncia, sebbene non si risolva nella condanna dell’imputato, presuppone comunque l’accertamento della sua responsabilità penale ed è quindi idonea ad essere ricompresa tra le ipotesi considerate dall’art. 2947, terzo comma, c.c.

Quanto invece ai criteri di liquidazione del danno non patrimoniale, la Corte, da un lato, accoglie (seppure parzialmente) l’appello incidentale di Z, rideterminando la percentuale di personalizzazione sino al 20%; dall’altro lato accoglie la domanda di rideterminazione dell’ammontare per rivalutazione ed interessi, avendo cura di precisare, sulla scorta delle sentenze n.2167/2012 e 1712/2012 della Suprema Corte, che qualora intervenga un mutamento dei parametri di liquidazione tra la domanda e la decisione, il Giudice debba attenersi ai parametri vigenti al momento della decisione, vale a dire ai più attuali ed aggiornati.

Nel caso che ci occupa il Collegio ha quindi ritenuto applicabili i soli interessi compensativi sulla base degli importi liquidati in forza delle Tabelle milanesi del 2013 dalla data dell’evento a quella di liquidazione e successivamente gli interessi legali.

Alcune riflessioni sulla sentenza

Sulla prescrizione di cui all’art. 2947 terzo comma c.c., concordiamo sulla equiparazione, ai soli fini dell’applicazione del termine prescrizionale, del provvedimento di concessione di perdono giudiziale al minore alle sentenze di condanna, poiché, effettivamente anche nel processo penale minorile il Tribunale procede all’accertamento del reato imputabile al minore medesimo, seppure in un’ottica di concessione di misure volte al reinserimento del minore nella società.

Quanto invece all’applicazione delle tabelle vigenti al momento della decisione per la liquidazione del danno non patrimoniale, riteniamo si tratti di un falso problema in realtà considerato che, indipendentemente dalla domanda e da come la stessa venga formulata dalla parte attrice sulla base delle tabelle all’epoca vigenti, il Giudice potrà sempre utilizzare il proprio potere discrezionale per una diversa quantificazione (pur sempre naturalmente muovendosi nell’ambito delle tabelle milanesi come stabilito dalla Suprema Corte ed avendo il dovere di giustificare la propria diversa decisione laddove ritenga di superare i limiti minimi e massimi sulla base delle circostanze del caso concreto, cfr. Corte di Cassazione, Sez. III, sentenza n. 20925/2016). 

Per un approfondimento giurisprudenziale e normativo

In senso conforme

In tema di applicabilità della prescrizione di cui all’art. 2947, comma terzo, c.c.: Cass. Civ. Sez. III sentenza n. 16481/2017;  Cass. Civ. Sez. I n. 9993/2016

In tema di applicabilità dei nuovi parametri: Cass. Civ. Sez. III sentenza n. 25485/2016

In senso difforme

Parzialmente difforme rispetto all’applicabilità dell’art. 2947, terzo comma, c.c. in caso di estinzione del reato, con applicazione del secondo comma – prescrizione biennale – del medesimo articolo: Cass. Civ. Sez. III, n. 671/2016; Cass. Civ., sez. III, n. 25340/2015

Contrarie alla applicabilità dei nuovi parametri se intervenuti in corso di giudizio: Cass. Civ. Sez. III n. 9367/2016; Cass. Civ. Sez. VI, n. 1305/2016

Ulteriore approfondimento

Ilvo Pannullo: “Risarcimento del danno da circolazione stradale e computo del termine prescrizionale: rapporti tra processo penale e civile” in Ridare.it, Giurisprudenza Commentata dell’11.3.2016

Giulia Anna Messina: “Risarcimento del danno da reato” in Ridare.it. Bussola del 6.7.2016



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Lesioni micropermanenti non connesse a circolazione stradale. Non applicabilità dei criteri di cui all’art. 139 Cod. Ass., applicabilità delle cosiddette Tabelle milanesi

Lesioni micropermanenti non connesse a circolazione stradale. Non applicabilità dei criteri di cui all’art. 139 Cod. Ass., applicabilità delle cosiddette Tabelle milanesi

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Lesioni micropermanenti non connesse alla circolazione stradale: criteri di liquidazione.

Secondo la Corte di Appello di Milano, Sezione II Civile, sentenza n. 1034/2016 del 15 marzo 2016, al di fuori delle sole due ipotesi legislativamente previste (vale a dire in materia di circolazione stradale e di responsabilità sanitaria) non vi alcuna ragione di operare un’applicazione analogica delle tabelle ministeriali di cui all’art. 139 Cod. Ass. in caso di lesioni micropermanenti non connesse a circolazione stradale. In tale fattispecie andranno invece applicate le cosiddette Tabelle milanesi, salvo che sussistano circostanze particolari che ne giustifichino l’abbandono

Il fatto

Il Tribunale di Milano aveva condannato in primo grado il signor X per le lesioni dal medesimo inferte (consistenti nella perforazione del timpano) al signor Y in occasione di un litigio per futili motivi all’interno di un noto supermercato milanese.

Nella quantificazione del risarcimento del danno il Tribunale aveva utilizzato, trattandosi di lesione di natura micropermanente, i criteri di cui all’art. 139 del Codice delle Assicurazioni Private.

Sia il signor X che il sig. Y avevano impugnato la sentenza di primo grado; il signor X ritenendo che fosse da ritenersi eccessiva la misura di personalizzazione indicata dal Giudice di primo grado ed esaustiva dunque la somma già corrisposta, il sig. Y, in via incidentale, riproponeva la domanda di una maggiore somma da versarsi a titolo di risarcimento del danno rispetto a quella liquidata dal Giudice.

La questione

In caso di lesioni di natura micropermanente non connesse alla circolazione stradale sono applicabili i criteri di cui all’art. 139 Cod. Ass.?

Le soluzioni giuridiche

La Corte di Appello di Milano, riformando sul punto la sentenza di primo grado, esclude l’applicabilità dei criteri dettati dall’art. 139 Cod. Ass. nella liquidazione dei danni di natura micropermanente non connessi a circolazione stradale e ritiene invece applicabili i criteri riportati dalle cosiddette Tabelle Milanesi.

Interessante la motivazione, che ricalca la giurisprudenza della Suprema Corte sul punto (in particolare la nota sentenza n. 12408/2011), laddove esclude l’applicazione analogica dell’art. 139 Cod. Ass., norma specificamente prevista per i soli danni derivanti da circolazione stradale e per quelli connessi all’attività sanitaria (medical malpratice), privilegiando le tabelle milanesi poiché prevedenti parametri maggiormente articolati.

Si tratta del cosiddetto sistema del doppio binario.

In pratica, il legislatore, avvertendo l’esigenza di contenere il costo delle polizze RCA, ha introdotto tabelle prestabilite indicando altresì una misura massima di personalizzazione. Si tratta di norma di natura evidentemente eccezionale che ha come necessario controbilanciamento la certezza per il danneggiato di ottenere un risarcimento tutto sommato soddisfacente in tempi ragionevoli.

Altra questione, non affrontabile in questa sede se non per sommi capi, attiene invece la responsabilità degli esercenti la professione sanitaria, cui pure sono stati estesi, per legge (famigerato Decreto Balduzzi) i criteri di cui all’art. 139 Cod. Ass. al fine di contenere i costi connessi al fenomeno della cosiddetta medicina difensiva, vale a dire la proliferazione di esami diagnostici spesso non necessari al paziente ma utili eventualmente al medico per potersi difendere da accuse di malpratica professionale.

Da un lato, dunque il legislatore si è preoccupato di “calmierare” i costi delle polizze RCA e quelli sociali legati alla medicina difensiva introducendo, per legge, tabelle risarcitorie contenenti valori di risarcimento certi legati all’età del danneggiato ed al tipo di lesione subita nell’ambito di quelle lievi (micropermanenti); dall’altro lato, per quel che concerne invece i danni non connessi alla circolazione stradale, i criteri di liquidazione del danno non patrimoniale restano quelli delle Tabelle in uso presso il Tribunale di Milano, come la sentenza in commento conferma.

Osservazioni e suggerimenti pratici

Personalmente ritengo che il rischio di un sistema risarcitorio di doppio binario, ex lege e da tabella giurisprudenziale, come sopra ho affermato, consista, inevitabilmente, sia nella disparità di trattamento economico dei danneggiati a fronte di lesioni di identica natura ed entità, sia nel conseguente contrasto giurisprudenziale tra Giudici soprattutto di merito che la pensano in maniera diversa sul punto.

Concordo pertanto con le perplessità espresse nell’interessante commento di Monica Stocco ove, appunto, si segnalavano i rischi connessi alla pluralità di parametri risarcitori per la liquidazione del danno da lesioni micropermanenti (Monica Stocco “La liquidazione equitativa del danno derivante da lesioni micropermanenti e il rischio di pluralità dei parametri risarcitori”, in Ridare, Giurisprudenza Commentata dell’11.9.2015).

Per un approfondimento giurisprudenziale e normativo

Commento alla sentenza della Suprema Corte n. 12408/2011 in Giustizia Civile, 2013, 02, 01, 0454

Giampaolo Di Marco “Risarcimento Danni: tabelle milanesi erga omnes” in Diritto & Giustizia, fasc. 0, 2011, pag. 204



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Danno cagionato a sé stesso dall’alunno – Responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante – Natura giuridica – Responsabilità contrattuale, distinzione dall’ipotesi di responsabilità di cui all’art. 2048 c.c.

Danno cagionato a sé stesso dall’alunno – Responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante – Natura giuridica – Responsabilità contrattuale, distinzione dall’ipotesi di responsabilità di cui all’art. 2048 c.c.

Avvocato per risarcimento danni | Studio Legale Marzorati



Se un alunno si fa male non sempre è responsabile l’insegnante o la scuola. Prima di fare una domanda di risarcimento danni contro l’insegnante (maestra, professore ecc.) e la scuola è necessario fare delle attente verifiche. La Sentenza della Corte di Appello di Milano n. 2544/2015 affronta, ad esempio, un caso in cui sono stati escludi profili di responsabilità, e secondo cui:

Non sussiste la responsabilità ex art. 1218 c.c. del MIUR – Ministero dell’Istruzione laddove, in caso di lesioni subite da una alunna in occasione di una gita scolastica correlata ad uno specifico progetto educativo da svolgersi all’esterno dei locali scolastici, non sia configurabile alcuna omissione colposa di sorveglianza da parte dell’insegnante e il fatto stesso rivesta le caratteristiche, per le modalità con cui si è concretamente svolto, di imprevedibilità e rapidità tali da non potere essere in alcun modo evitato.

Il fatto

In occasione di una gita scolastica rientrante nell’ambito di uno specifico progetto educativo dell’Istituto Superiore frequentato da una studentessa diciassettenne, accadeva che la medesima, nello svolgere un lavoro manuale insieme ad altra compagna, veniva colpita da un paletto di legno sul polso riportando lesioni di natura permanente.

La studentessa agiva dunque in giudizio di primo grado, ma la domanda risarcitoria veniva rigettata, non ravvisando il Tribunale, da un lato, alcuna omissione colposa di vigilanza da parte dell’insegnante; dall’altro, non ritenendo che le attività manuali richieste alle due studentesse, anche in considerazione dell’età quasi maggiorenne di entrambe, esorbitassero dalle normali capacità tecniche o presentassero fattori di eccessivo rischio.

Riproponeva dunque la medesima domanda risarcitoria in appello, censurando, sotto diversi profili, la sentenza del Tribunale.

In particolare, l’appellante contestava la mancata qualificazione giuridica, da parte del Tribunale, del fatto, inquadrabile, secondo la sua prospettazione, sia nell’ambito della responsabilità contrattuale di cui all’art. 1218 c.c. sia della responsabilità ex art. 2048 c.c.

La Corte di Appello di Milano, condividendo nella sostanza le motivazioni del Tribunale, rigettava la domanda non ritendendo che nella fattispecie sussistesse nesso causale tra l’omessa sorveglianza – peraltro non ricorrente nel caso specifico – ed il fatto dannoso verificatosi a causa di evento non prevedibile né evitabile da parte dell’insegnante ex art. 1218 c.c.. In particolare, la Corte di appello richiamava un precedente del 2013 della Corte di Cassazione (sentenza n. 13457/2013) che, da un lato, commisurava l’obbligo di vigilanza da parte degli insegnanti all’età anagrafica degli alunni, dall’altro, segnalava quale circostanza idonea a configurare la “prevedibilità” dell’evento la eventuale presenza di lavori di manutenzione (cantiere aperto) all’interno dell’istituto scolastico.

La questione

È configurabile, ex art. 1218 c.c., la responsabilità per omessa sorveglianza dell’insegnante in caso di lesioni ad una studentessa quasi maggiorenne, lesioni verificatesi nell’ambito di un’attività manuale extrascolastica?

Le soluzioni giuridiche

La Corte di Appello di Milano, analizzando le circostanze del caso concreto e sulla base della giurisprudenza formatasi nell’ambito della cosiddetta “responsabilità da contatto sociale” degli insegnanti e precettori, risponde negativamente.

Innanzitutto, la Corte di Appello distingue nettamente i due profili di responsabilità degli insegnanti e precettori, quello di cui all’art. 1218 c.c. e quello di cui all’art. 2048 c.c.

Il primo, com’è noto, attiene al caso delle cosiddette “autolesioni” subite dall’alunno e configura la responsabilità come contrattuale (o da contatto sociale).

Si ritiene che Ministero dell’Istruzione (che è il soggetto passivamente legittimato all’azione risarcitoria in caso di scuole pubbliche ex art. 61 Legge 312/1980) debba rispondere delle lesioni subite dall’alunno sia all’interno dell’edificio scolastico ma anche in occasione di gite ovvero nei luoghi attigui (quali il cortile ad esempio) in forza del rapporto contrattuale creatosi in forza della domanda di iscrizione alla scuola.

Sorgerebbe così, in forza del “contatto sociale”, un’obbligazione di vigilanza, tanto più pregnante quanto più inferiore sia l’età ed il grado di maturità degli alunni,  da parte degli insegnanti, i quali, unitamente all’istituto scolastico di appartenenza, dovrebbero attuare misure idonee ad evitare situazioni di potenziale pericolo, liberandosi, per così dire, da responsabilità laddove il fatto in sé presenti le caratteristiche della inevitabilità ed imprevedibilità rapportate necessariamente  alle circostanze del caso concreto.

In pratica, onere dell’insegnante sarà quello di dimostrare di non avere potuto impedire l’evento nonostante la vigilanza esercitata, onere della parte attrice sarà unicamente di provare che il danno si sia verificato nell’ambito dell’attività scolastica, intesa in senso ampio come sopra si è detto (si vedano in tal senso le recenti sentenze della Corte di cassazione n. 3695/2016 e 18615/2015).

Quanto invece al profilo di responsabilità di cui all’art. 2048 c.c., pure evocato da parte attrice nel caso che ci occupa, la Corte di Appello, sulla scorta della giurisprudenza costantemente formatasi in argomento, non lo ritiene sussistente.

Infatti, lo si legge in motivazione della sentenza qui analizzata, costituisce “ principio ormai consolidato nella giurisprudenza della Suprema Corte che la presunzione di responsabilità posta a carico dei precettori dall’art. 2048 c.c., secondo comma, sia applicabile limitatamente al danno cagionato ad un terzo dal fatto illecito dell’allievo e, che, pertanto, non sia invocabile al fine di ottenere il risarcimento del danno che l’allievo abbia, con la sua condotta procurato a se stesso”.

Vertendosi, in tal caso, in tema di responsabilità extracontrattuale, diversi, naturalmente, saranno gli oneri probatori a carico delle arti: chi agisce dovrà dimostrare tutti gli elementi costitutivi del fatto illecito, compreso quello soggettivo (colpa ovvero dolo); l’insegnante (o chi per esso) dovrà provare l’esistenza di un fatto impeditivo cioè di non avere potuto evitare l’evento nonostante la predisposizione di misure atte ad evitarlo (cfr. Cass. Civ. n. 23202/2015 e Cass. Civ. n. 3365/2015 commentata da F. Agnino in Giurisprudenza Commentata in Ridare del 14.5.2015).

Nel caso preso in esame dalla Corte di Appello di Milano non è stata ravvisata culpa in vigilando e, quindi, responsabilità dell’insegnante, poiché quest’ultima, anche in considerazione dell’età quasi maggiorenne delle due studentesse impegnate nello spostamento dei paletti della catasta di legno, aveva adoperato gli accorgimenti idonei ad evitare l’evento (vale a dire utilizzo di due studentesse in attività che, di per sé, non era né complessa, né rischiosa, a patto che le studentesse agissero in sincronia e senza distrarsi).

Osservazioni e suggerimenti pratici

La Corte di Appello di Milano ha focalizzato la propria attenzione su un elemento in particolare: le dichiarazioni rese dalla studentessa in sede di interrogatorio libero reso nel giudizio di primo grado nonché la prospettazione dei fatti di cui all’atto di citazione.

Sulla scorta delle medesime il Giudicante ha ritenuto che anche laddove l’attività extrascolastica relativa al progetto educativo dell’Istituto d’Arte frequentato dalla studentessa si fosse svolta in un cantiere aperto, la medesima circostanza, idonea ad integrare la responsabilità risarcitoria, sarebbe stata comunque del tutto irrilevante.

Infatti, la Corte, in maniera condivisibile e non facendosi fuorviare né dalla ricostruzione attorea né dalle indicazioni della Suprema Corte di cui alla sentenza n. 13457/2013, focalizza piuttosto la propria attenzione sull’accertamento del nesso causale tra l’omessa sorveglianza ed il fatto dannoso, escludendo dunque, il contesto ambientale ma analizzando l’unica circostanza rilevante vale a dire le modalità di concreto svolgimento dell’attività manuale, rapportata anche all’età delle due studentesse che vi erano impegnate, indipendentemente dallo stato di degrado del fabbricato in cui essa si era svolta.

Un unico appunto può invece muoversi al mancato accertamento del ruolo svolto dall’altra studentessa. La Corte si limita ad affermare che le due studentesse avrebbero dovuto agire “in sincronia e senza distrarsi” non è dato sapere se ciò sia effettivamente avvenuto con conseguente eventuale responsabilità ex art. 2048 c.c.

I suggerimenti pratici per i legali che intendono avviare azioni risarcitorie per responsabilità degli insegnanti e/o degli istituti scolastici sono essenzialmente due: 1) impostare la citazione indicando entrambi i titoli di responsabilità (ex artt. 1218 e 2048 c.c.), potendo essere fatti valere contestualmente; 2) ricostruire minuziosamente il fatto con particolare riferimento ai soggetti implicati nonché alla descrizione di tempi, luoghi e modi.

Per un approfondimento giurisprudenziale e normativo

Corte di Appello di Milano n. 2544/2015;

“Responsabilità dei precettori” di Caterina A. Davelli in Ridare 15.4.2015;

“Natura e responsabilità della scuola per il danno c.d. da autolesioni” Redazione Scientifica, Ridare 5.5.2014;

“La responsabilità dell’istituto scolastico per i danni al minore a seguito di incidente avvenuto nel cortile antistante la scuola” di Roberta Nocella, Ridare 13.5.2014;

“Natura della responsabilità dell’amministrazione scolastica per violazione dell’obbligo di vigilanza” di Marco Moiraghi, Ridare 13.5.2014;

“Responsabilità della scuola per lesioni subite dall’alunno durante una partita di calcio “ di Mauro di Marzio, Ridare 24.10.2014;

“Responsabilità da contatto sociale” di Francesca Claris Appiani, Ridare 20.4.2015;

“Danni a scuola subiti dall’alunno e riparto dell’onere della prova” di Francesco Agnino, Ridare 14.5.2015;

Nota a Cassazione Civ. 22.9.2015 n. 18615 in Resp. Civile e Previdenza 2016, I, 290;

“Nessuna responsabilità dei precettori se l’allievo non fornisce la prova dei danni subiti dalla spinta di un compagno di classe” Redazione Scientifica, Ridare 22.3.2016



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Danno da perdita del rapporto parentale | Pluralità di 
danneggiati | Sinistri in cui sono coinvolti veicoli immatricolati all’estero: ruolo dell’Ufficio Centrale Italiano e massimale applicabile

Danno da perdita del rapporto parentale | Pluralità di 
danneggiati | Sinistri in cui sono coinvolti veicoli immatricolati all’estero: ruolo dell’Ufficio Centrale Italiano e massimale applicabile

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In caso di incidente stradale in cui sono coinvolti veicoli immatricolati all’estero, con pluralità di danneggiati ex art. 140 Codice delle Assicurazioni, vi sono degli aspetti da tenere presente in tema di ripartizione del massimale assicurativo e del ruolo dell’UCI (Ufficio Centrale Italiano).

La questione è stata, ex multis, affrontata dalla sentenza n. 4379/2015 della Corte di Appello di Milano, IV Sezione Civile, Cons. Relatore dott.ssa Maria Caterina Chiulli, secondo cui:

Il danno da lesione del vincolo parentale costituisce danno risarcibile poiché provoca nei prossimi congiunti della vittima uno stato di profondo disagio, che si concreta nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con il congiunto, e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione e sulla rassicurante quotidianità dei rapporti con i congiunti.

In caso di più persone danneggiate nell’ambito dello stesso sinistro stradale con esito mortale, l’art. 140 del Codice delle Assicurazioni non consente l’esclusione di alcuni parenti del de cuius (nella fattispecie genitore e tre fratelli del de cuius) in favore dei congiunti più prossimi (nel caso di specie moglie e due figli) ma impone una ripartizione proporzionalmente ridotta del residuo massimale tra tutti gli appellanti.

Nel sinistro coinvolgente veicolo straniero, con citazione in giudizio dell’Ufficio Centrale Italiano, il massimale da tenersi in considerazione ai fini del risarcimento in favore degli Eredi del de cuius sarà quello, nella fattispecie superiore a quello di legge, previsto dalla polizza di assicurazione estera, ex art. 125 Codice delle Assicurazioni

Il fatto

Il sig. X, cittadino di nazionalità straniera, decedeva in data 20.6.2007, dopo essere stato investito, su un raccordo autostradale italiano, da un autoarticolato di nazionalità slovena.

I prossimi congiunti del sig. X (moglie, due figli minori, genitori e tre fratelli), tramite un procuratore speciale, proponevano azione risarcitoria nei confronti dell’Ufficio Centrale Italiano, del conducente del veicolo e della società proprietaria del mezzo.

In primo grado, il Tribunale di Milano, accertata la esclusiva responsabilità del conducente del veicolo sloveno, accoglieva le domande, condannando UCI al pagamento del massimale di legge a favore unicamente della moglie e dei due figli del signor X.

Ricorrevano in appello sia il procuratore speciale degli Eredi sia UCI.

Il primo impugnava la sentenza sia nel capo relativo all’applicazione del massimale di legge di cui all’art.128 Codice delle Assicurazioni in luogo di quello, superiore, previsto dalla polizza; sia nel capo relativo al risarcimento riconosciuto in favore unicamente della moglie e dei due figli del de cuius e non anche in favore dei genitori e dei tre fratelli; sia nel capo in cui aveva rigettato la domanda di condanna ad una somma superiore al massimale assicurativo per “mala gestio impropria” consistita nel ritardo con il quale UCI aveva inteso risarcire, peraltro solo parzialmente, gli Eredi.

Anche UCI proponeva a sua volta appello incidentale chiedendo la riforma della sentenza sul punto esclusiva responsabilità del conducente sloveno nella causazione dell’incidente, oltre che sollevando una serie di eccezioni di natura formale relative al mandato conferito dagli Eredi al procuratore speciale; inoltre, UCI contestava l’ammontare della somma liquidata in primo grado, somma che avrebbe dovuto essere parametrata al potere di acquisto della nazione in cui gli Eredi vivevano.

Le questioni

In caso di pluralità di danneggiati, vanno risarciti, ex art. 140 Codice delle Assicurazioni, tutti i prossimi congiunti che agiscono per il danno da perdita parentale?

In caso di sinistro coinvolgente veicolo straniero, l’obbligazione di UCI è limitata al massimale sancito ex lege?

Le soluzioni giuridiche

La Corte di Appello di Milano, con la sentenza in commento, ha accolto le domande di riforma della sentenza di primo grado proposte dal procuratore speciale degli Eredi del sig. X; ha invece rigettato sia la domanda relativa alla condanna ultra massimale sia l’appello incidentale di UCI.

Andiamo con ordine.

Innanzitutto, la Corte di Appello ha ritenuto che il Giudice di primo grado non avrebbe potuto escludere dal risarcimento dovuto i genitori ed i tre fratelli del sig. X.

L’art. 140 del Codice delle Assicurazioni prevede infatti che in caso di pluralità di danneggiati il risarcimento vada proporzionalmente (rispetto al massimale disponibile) ridotto tra tutti gli aventi diritto: pertanto anche i genitori ed i fratelli del sig. X avrebbero avuto diritto al risarcimento del danno da perdita parentale, inteso, come la Suprema Corte insegna, quale sofferenza che accompagna l’intera esistenza del soggetto sopravvissuto (Cass. Civ, n. 25351/2015).

Sul tema del risarcimento del danno in un caso di omicidio stradale con pluralità di danneggiati anche la Cassazione Penale individua quale condizione per la concessione dell’attenuante, il risarcimento integrale nei confronti di ciascuno dei congiunti della vittima in quanto “il diritto alla riparazione per la morte di una persona è acquisito jure proprio e a ciascuno deve essere liquidato il pregiudizio individualmente subito” (Cass. Pen. Sez. I sent. n. 20452/2015).

La Corte collega quindi la questione dell’individuazione degli aventi diritto al risarcimento alla quantificazione monetaria dello stesso, quantificazione che, correttamente, nella fattispecie non avrebbe dovuto essere limitato al massimale di legge (art.128 Codice delle Assicurazioni) ma, piuttosto, essere parametrato al massimale, superiore nel nostro caso, della polizza assicurativa della Compagnia slovena del mezzo, ex art. 125 Codice delle Assicurazioni.

Il massimale della polizza straniera, nel corso del giudizio di primo grado, aveva infatti costituito un dato certo, poiché acquisito in giudizio tramite la produzione del relativo contratto assicurativo da parte dell’UCI stesso. La Corte ha quindi richiamato l’unico precedente della Cassazione al momento disponibile sull’argomento massimale e ruolo dell’ UCI, vale a dire la sentenza n. 20667/2009 commentata da F. Martini su Diritto e Fiscalità dell’assicurazione, fasc. 4, 2009, pag.1449: “l’UCI risponde – in ipotesi di sussistenza delle condizioni di legge – sempre nei limiti di massimale previsto dalla legge al momento del sinistro, mentre incombe sul danneggiato (che invochi la maggiore garanzia patrimoniale) dimostrare che tale estensione è contrattualmente prevista dalla disciplina pattizia particolare, la cui prova deve essere fornita dal danneggiato stesso. Va da sé che, a corollario di quanto esposto, in tutti i casi in cui non sia possibile recuperare la polizza straniera, ovvero vi siano delle condizioni e delle clausole non chiaramente e letteralmente orientate a riconoscere una più elevata garanzia patrimoniale dell’UCI nel contesto normativo vigente in Italia e, quindi, ancora una volta, nei massimali minimi obbligatori contenuti nella citata Tabella A allegata alla legge 990/1969” (oggi trasfusa nell’art. 128 del Codice delle Assicurazioni).

La Corte dunque, ferma restando la ripartizione del residuo massimale di polizza (al netto di quanto già corrisposto da UCI e del danno patrimoniale) tra tutti gli Eredi, aveva dunque elencato, in tal senso riformando la sentenza del Tribunale, gli importi a ciascuno spettanti, nessuno escluso.

Altro argomento toccato dalla Corte, sempre in tema di massimale, è stato il rigetto della domanda formulata dagli Eredi di pagamento di somma superiore ex art. 1224 c.c. per cosiddetta “mala gestio impropria” consistente, secondo la prospettazione degli appellanti, nel ritardo con il quale UCI aveva inteso corrispondere un mero acconto in favore degli Eredi.

Al riguardo è utile segnalare il costante orientamento della Suprema Corte in tema di “mala gestio impropria” e criteri di quantificazione del correlativo risarcimento: “l’assicuratore della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli, ove ritardi colposamente il pagamento della somma dovuta a titolo di risarcimento in favore del terzo danneggiato (incorrendo così nell’ipotesi di cd. “mala gestio” impropria) è tenuto alla corresponsione degli interessi sul massimale, ed, eventualmente, del maggior danno ex art. 1224, comma 2, c.c. (che può consistere anche nella svalutazione monetaria). Tale responsabilità per “mala gestio” tuttavia può comportare la responsabilità ultramassimale dell’assicuratore solo per gli interessi e per il maggior danno (anche da svalutazione monetaria, per la parte non coperta dagli interessi) ma non per il capitale, rispetto al quale il limite del massimale è insuperabile” Cass. Civ. n.4892/2016.

Nella sentenza in commento, la Corte ritiene in realtà non configurare mala gestio il comportamento di UCI, poiché, ritenendo sussistere un concorso di colpa della vittima, aveva legittimamente atteso l’esito dell’accertamento giudiziale sul punto specifico.

La Corte ha infine rigettato sia la domanda di UCI relativa alla rideterminazione dell’ammontare risarcitorio sulla base del potere di acquisto reale del paese di origine degli Eredi, sia alcune eccezioni di natura formale, su cui riteniamo di non soffermarci rimandando alla lettura della parte motiva

Osservazioni e suggerimenti pratici

La sentenza è interessante sotto un duplice profilo.

In primo luogo, conferma che tutti prossimi congiunti della vittima di un incidente stradale con colpa acclarata di terzi abbiano diritto al risarcimento del danno da perdita parentale.

L’unico appunto che possiamo muovere al Collegio consiste forse nel mancato approfondimento dell’effettivo legame affettivo tra il de cuius e i prossimi congiunti, con particolare riferimento ai fratelli maggiorenni non conviventi residenti in diversa nazione. Ma bisogna anche considerare che in quale modo il Collegio era vincolato in tal senso dalla questione di un massimale tutto sommato no elevato (€ 1.000.000,00) da ripartire, con il criterio di cui all’art. 140 c.p.c., tra sette Eredi per il danno non patrimoniale e tra tre Eredi (moglie e due figli minorenni) per il danno patrimoniale (voce quest’ultima assorbente da sola circa un terzo della somma disponibile).

Il secondo profilo attiene invece alla questione del massimale erogabile a titolo di risarcimento dei danni da UCI – soggetto che, com’è noto, non è un assicuratore, ma un rappresentante legale di altro soggetto (la compagnia di assicurazioni estera) delegato alla gestione del sinistro ed al pagamento in favore dei terzi danneggiati, un vero e proprio garante ex lege, come scrive F. Martini, nella nota di commento richiamata al punto precedente – massimale che può essere reso disponibile in misura superiore a quella stabilita ex lege dall’art. 128 del Codice delle Assicurazioni, solo laddove la circostanza risulti effettivamente dalla polizza straniera, polizza che andrà prodotta in giudizio dal danneggiato senza alcun onere in questo senso a carico di UCI, come la Cassazione insegna nella sentenza già citata n. 20667/2009.

I suggerimenti pratici in relazione alle due questioni principali trattate nella sentenza in commento possono essere essenzialmente due.

Per le azioni volte ad ottenere il riconoscimento del danno da lesione del vincolo familiare, è necessario, a nostro avviso, che il legale deduca capitoli di prova orale, possibilmente ben circostanziati, volti a dimostrare l’intensità e l’effettività del vincolo (oltre, naturalmente, alla produzione in giudizio dei documenti attestanti il grado di parentela, lo stato di famiglia, la convivenza, la situazione reddituale e patrimoniale con riferimento specifico all’apporto economico del de cuius ecc. ecc.).

Per le azioni nei confronti di UCI, laddove non disponibile la polizza straniera, chiederne comunque l’esibizione a carico di UCI e/o della compagnia estera ai fini della eventuale applicazione (e ripartizione) del massimale superiore ex art. 125 Codice delle assicurazioni.

Per un approfondimento giurisprudenziale e normativo

Per un commento critico (ma, in parte, condivisibile) alla sopracitata sentenza della Cass. Civ. n. 20667/2009 si veda Giustizia Civile 2010, 05, 01, 1148;

Sul concetto di danno da perdita parentale: nota di commento alla sentenza n. 25351/2015 della Cass. Civile, pubblicata su Resp. Civile e Previdenza 2016, 02, 00, 0623

“L’onere della prova nel caso di danno derivante dalla morte del congiunto” in Diritto & Giustizia, fasc.18, 2016, pag. 87

Paragrafi n. 3 – 4 – 4.1 e 4.2 dell’articolo “Interpretazione del massimale nell’assicurazione volontaria e prossimi congiunti: metodo e criticità” di M. Giusti, in Resp. Civile e Previdenza, fasc. 3, 2013, pag. 828

“Sinistri coinvolgenti veicoli immatricolati all’estero”, F. Martini su Ridare.it, pubblic. 11/12/2014



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